I Padri antichi del deserto: maestri di vita

 Esiste uno speciale campo in cui ricercare le sorgenti della tenerezza di Dio ed è lì dove, ad una vista superficiale, sarebbe arduo scorgerla: il mondo dei Padri del deserto. Questi maestri cristiani fiorirono o meglio esplosero in un momento che durò ben tre secoli, dal III al VI d. C. Da poco gli l’imperatori Costantino e Teodosio, con gli editti di Milano e Tessalonica, avevano resti­tuito ai cristiani il diritto di esistere, sottraen­do la nuova fede ai tempi del martirio e delle catacombe, elevandola addirittura al rango di religione ufficiale dello stato romano. Questo significava tuttavia consegnare il Cristiane­simo al “mortale” pericolo dell’accordo con il mondo e le sue mentalità.

Fu così che, mentre a Roma, ad Alessan­dria, a Costantinopoli, i fedeli ricostruivano la loro normale quotidianità, alcuni asceti, atterriti da quel possibile accordo, scappa­vano dalle metropoli, rifugiandosi nei de­serti di Siria, Palestina ed Egitto.

Alcuni di questi eroi furono anacoreti, come Antonio il Grande, padre del mona­chesimo orientale, il maestro copto che per secoli sarebbe stato venerato quale signore degli animali perché ritornato, nel suo cuo­re, all’innocenza preadamica dell’Eden o come Sant’Arsenio, il precettore dei figli di Teodosio, che abbandonati i fasti della corte, si ritirò nella più assoluta solitudine tanto che nessuno seppe mai dire come visse.

Altri furono eremiti con momenti di vita comune presso una chiesa, un pozzo, una grotta. Altri ancora cenobiti in qualche pri­mitivo monastero costruito tra le rupi ed i baratri di maestose montagne, in una laura selvaggia oppure nei cellari scavati tra le ca­verne della Nitria, come quello che ancora oggi domina il Deserto delle Celle.

Il silenzio assoluto di questi Padri venne scalfito solo da rarissimi detti, la maggior par­te dei quali pronunciata per non rivelare nulla, così come la loro stessa esistenza volle esse­re solo la vita di un uomo che non esiste. Tali detti furono raccolti con grande pietà dai discepoli e messi per iscritto in pergamene copte, greche, siriache e armene. Le uniche, lontanissime, testimoni di questo Cristiane­simo erede, ma non secondo per bellezza, di quello apostolico-martiriale della prima ora.

Già la delicata scrittrice Cristina Cam­po aveva notato che, leggendo questi sacri apoftegmi, due immagini sorgono subito alla mente: “La fiera e l’angelo, come nel loro unico archetipo, quella creatura in­concepibile, coperta di vello irsuto, nutrita di locuste e miele, Giovanni il Precursore e nell’archetipo di quell’archetipo, il profeta di fuoco Elia. Dentro la caverna la fiera e alla bocca del sepolcro l’angelo: Arsenio seduto alla soglia della sua cella, un fine lino sul petto per raccogliere le lacrime incessante­mente fluenti, quelle lacrime in cui l’io si discioglie come sale in acqua viva e per otte­nere le quali la Chiesa romana compose una messa votiva”. Infatti, al di fuori, del Battista e di Elia, sembra realmente che i Padri del deserto non abbiano antenati nella tipologia cristiana.

La loro dottrina sembra dunque uscire tutta intera e armata dalla mente di Antonio il Grande e continua immutata, per oltre diciot­to secoli, nell’Oriente cristiano tanto che tutta la mistica ortodossa vi è costruita sopra.

Dall’esperienza antoniana fiorì dunque la regale avanguardia dei Padri antichi: Ma­cario, Evagrio Pontico, Ilarione, Alonio, Si­soe, Paisio, Giovanni Colobo, Mosè l’Etiope. Da questi sgorgarono moltitudini di altri, sino ai maestri di Siria, Isacco ed Efrem, ed a quelli di Gaza, Barsanofio, Serido e Dositeo. Dal loro magistero avrebbero tratto radici i grandi vescovi e dottori dell’Oriente come Atanasio, Gregorio Nisseno, Basilio, Criso­stomo, Gregorio Nazianzeno ed attraverso Cassiano il Romano furono gettati i fonda­menti della regola patriarcale di Benedetto da Norcia e con lui di tutto il monachesimo occidentale. Qualche tempo dopo, Niceforo il Solitario e Gregorio del Monte Sinai, tras­sero da questo stesso albero, la pratica della preghiera del nome di Gesù, quella preghie­ra che è il cuore della Philokalia greca e del celebre romanzo spirituale Racconti di un pellegrino russo.

Su di essa si reggono l’intero Monte Athos e le comunità monastiche slave mira­colosamente sopravvissute all’ateismo dei regimi totalitari se non addirittura risorte dopo il loro crollo. In Occidente questo ma­gistero di santità, dopo un apparente insab­biarsi nell’era del Rinascimento, riemerse con tutto il suo fascino negli splendori Controri­forma con figure come Giovanni della Croce, Antonio Maria Zaccaria o Lorenzo Scupoli. In quest’epoca, di cui tanto si ignora, è vero che non rinacque in Europa l’anacoresi tuttavia la xenìteia nel mondo, cioè la migrazione in­teriore, toccò in molti cime di autentica per­fezione.

Sono noti i gradini fondamentali della sca­la coeli dei Padri: il totale distacco dai beni terreni, l’affinamento estremo delle potenze dell’anima con il silenzio, il digiuno, il canto dei salmi, il lavoro manuale, tutto ciò divenne un canone costante del tradizionale mona­chesimo cristiano.

Ma, con i maestri del deserto, un’atten­zione particolare cade sulla soprannatu­ralizzazione dei sensi, o meglio ancora, sull’esistenza di quei sensi soprannaturali che l’hesychìa (cioè la quiete divina, la san­ta impassibilità) ha fatto nascere, per cui un corpo ancora vivente può divenire qualcosa di simile al corpo glorioso, averne le stesse prerogative e doti.

È chiaro che, in una mente pura e uni­ta, Dio può dimorare e se ne può avvertire la profonda tenerezza. Da una mente mol­teplice e divisa invece Dio rifugge. Per tal motivo i Padri investivano ogni loro energia sulla purificazione e le tecniche per ottenerla erano infinitamente varie e contraddittorie. Ogni precetto che veniva indicato si riflette­va nel suo contrario, in un gioco di specchi opposti, un vertiginoso esplodere di anti­nomie che rendeva impossibile qualunque sentimento di possesso o di successo. In de­finitiva, la contesa con le potenze tenebrose che stringevano d’assedio la mente era vinta capovolgendo tutti i metodi naturali di lotta: secondo le regole di una battaglia spirituale, le energie aggressive del nemico erano uti­lizzate e volte al bene anziché respinte e il loro impeto assecondato sino a rovesciarlo nel suo opposto.

Si trattava della sublime sprezzatu­ra evangelica: “A chi ti chiede la tunica, tu lascia anche il mantello e a chi ti costringe per un miglio, tu vai con lui per due”. Una tenerezza molto lontana da facili sentimen­talismi, dunque, faticosa nel suo raggiungi­mento eppure proprio per questo più vera e autentica.

di Andrea Pino

 

 

 

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