Giovanni, questo è il suo nome

“La grazia della tua bocca, che come tor­cia rifulse, ha illuminato tutta la terra, ha deposto nel mondo tesori di gene­rosità e ci ha mostrato la magnificen­za dell’umiltà. Mentre dunque ammaestri con le tue parole, intercedi presso il Verbo, Cristo Dio, per la salvezza delle anime no­stre”. Sono queste le parole, quasi colme di stupore e venerazione, dell’antico tropario che ancora oggi viene cantato dalla Chiesa Ortodossa nel giorno della memoria di san Giovanni Crisostomo.

Mai espressioni furono più idonee a con­densare in poche righe la statura gigantesca di un uomo capace di lasciare dietro di sé una traccia indelebile nella storia di tutta la cristianità. L’oro ed il fuoco sono gli ele­menti che lo rievocano: immagini vivide di una personalità potente. Entrambi ri­mandano alla percezione sensoriale della luce perciò sono estremamente intimi alla natura di un tale protagonista. Il parlare au­reo, capace di abbagliare lo spirito di quanti ascoltano, il vivere da fiaccola ardente, sin­golare vocazione a rischiarare ciò che è buio. Crisostomo non è fatto per l’oscurità. Oltre sedici secoli sono trascorsi dalla sua morte, lui resta sempre presente, vivissimo in ogni parola delle sue opere, è impossibile ricac­ciarlo nell’ombra. E non è neppure un caso che porti il nome del Battista, l’ultimo astro dell’Alleanza Antica, e del quarto evangeli­sta, quello che più di ogni altro autore sacro ha voluto esprimere la dicotomia tra luce e tenebra: nomen omen, un tempo si diceva, nel nome il destino.

In Oriente, la devozione per la sua figu­ra è grande a tal punto che il calendario bi­zantino, in maniera del tutto eccezionale, gli dedica ben tre distinte commemorazioni ma anche il Cattolicesimo di rito latino, sebbe­ne non conosca il culto fervente ed intenso che si riscontra nell’Ortodossia, ha sempre tenuto in grande considerazione la sua me­moria. Soprattutto con i pontefici dell’ulti­mo secolo. Già nel 1907 Pio X ne ricordava il XV centenario del transito con una lettera celebrativa mentre Pio XII riconobbe il suo prezioso contributo all’interpretazione delle Scritture attraverso la teoria della synkatàba­sis, secondo cui le parole divine si sono fatte simili al linguaggio umano, Giovanni XXIII poi si diceva affascinato dall’intimo legame che il santo era capace di tessere tra la litur­gia e la sollecitudine per la Chiesa univer­sale, Paolo VI invece rilevava il modo con cui il santo oratore trattava, con sublime elevatezza di linguaggio ed acume di pietà dell’Eucarestia, tanto da essere considerato il Dottore per antonomasia del mistero euca­ristico. Crisostomo insomma sembra essere piuttosto familiare nelle stanze vaticane e non si tratta solo del fatto che la sua meravigliosa statua svetti, insieme con quelle di Atanasio, Ambrogio e Agostino, sull’altare della Cat­tedra del Bernini. In realtà qualcosa di lui in San Pietro c’era davvero: nel novembre 2004, Giovanni Paolo II volle consegnare al patriarcato di Costantinopoli alcune sue im­portanti reliquie che da secoli erano custodi­te nella basilica papale.

L’iconografia ortodossa ci ha trasmesso di lui dei tratti somatici che, per quanto ide­alizzati, forse celano una remotissima testi­monianza visiva. Così, dagli sfondi dorati di quelle tavole dipinte, ecco slanciarsi un fisico alto ed esile, un profilo ieratico, il volto se­gnato dall’ascetismo, venerabilmente calvo, adorno di una barba niente affatto vasta ma comunque folta e infine, a dominare su tut­to, uno sguardo fiammeggiante. Era il segno di un’anima grande, che né le minacce degli uomini, né le delusioni della vita riuscirono mai a piegare. Per la sua esistenza travaglia­ta, per l’oceanica ed inestimabile produzio­ne letteraria partorita dalla sua mano, è uno dei grandi protagonisti della paideia del cuo­re, della mente e dell’agire umano.

Non fu un teologo speculativo ma tra­smise la dottrina tradizionale e sicura della Chiesa in un’epoca di controversie teologi­che suscitate soprattutto dall’arianesimo, cioè dalla negazione della divinità di Cristo. Egli pertanto è un testimone attendibile dello sviluppo dogmatico raggiunto dalla Chie­sa nel IV-V secolo. La sua è una teologia squisitamente pastorale, in cui è costan­te la preoccupazione della coerenza tra il pensiero espresso dalla parola e il vissu­to esistenziale. Questo, in particolare, è il filo conduttore delle splendide catechesi con le quali egli preparava i catecumeni a riceve­re il Battesimo. Prossimo alla morte, scrisse che il valore dell’uomo sta nella conoscenza esatta della vera dottrina e nella rettitudine della vita. Ogni suo intervento mirò sempre a sviluppare nei fedeli l’esercizio dell’intelli­genza, della vera ragione, per comprendere e tradurre in pratica le esigenze morali e spi­rituali della fede.

Si preoccupava inoltre di accompagnare con i suoi scritti lo sviluppo integrale della persona, nelle dimensioni fisica, intellettua­le e religiosa. Le varie fasi della crescita erano di solito paragonate da lui ad al­trettanti mari uniti in un immenso ocea­no. Il primo mare ovviamente è l’infanzia, il momento più importante dell’esistenza, perché proprio in questa prima età si ma­nifestano le inclinazioni al vizio e alla vir­tù. Perciò la legge di Dio deve essere fin da principio impressa nell’anima come su una tavoletta di cera affinché entrino realmente nel cuore i grandi orientamenti che danno la prospettiva giusta al vivere. Crisostomo dunque raccomandava: “Fin dalla più tene­ra età premunite i bambini con armi spiri­tuali, e insegnate loro a segnare la fronte con la mano”. Vengono poi l’adolescenza e la giovinezza, viste dal santo come il momento in cui “i venti soffiano violenti perché cre­sce nell’animo la concupiscenza”. Giunge in seguito l’età della persona matura, contrad­distinta dal fidanzamento, dal matrimonio e dagli impegni di famiglia. Del matrimonio soprattutto ricorda i fini, arricchendoli con il richiamo alla virtù della temperanza di una preziosa trama di rapporti personalizzati. Del resto, gli sposi sbarrano in questo modo la via al divorzio: dove tutto si svolge con gioia, si possono educare i figli alla virtù.

L’ultima epoca della formazione corrispon­de nel pensiero di Crisostomo alla nascita del primo bambino, questi è “come un ponte, i tre diventano una carne sola, poiché il figlio congiunge le due parti” ed è così che “la fami­glia si trasfigura in una piccola Chiesa”. Ma a tutto ciò, il santo oratore accompagnava sempre la riflessione sui valori eterni: “Per quanto tempo ancora saremo inchiodati alla realtà presente? Quanto ancora ci vorrà prima che possiamo riscuoterci? Per quan­to ancora trascureremo la nostra salvezza? Lasciateci ricordare ciò di cui Cristo ci ha ritenuti degni, lasciate che lo ringraziamo, lo glorifichiamo, non solo con la nostra fede, ma anche con le nostre opere effettive, che possiamo ottenere i beni futuri per la grazia e l’amorevole tenerezza del nostro Signore Gesù Cristo, per il quale e con il quale sia gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e nei secoli dei secoli”.

di Andrea Pino

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