Antonio l’Abate il grande santo del fuoco buono

 I n pochi se ne sono accorti ma finalmente nel mondo cattolico è iniziato un piccolo movimento di riscoperta della Tradizione che, se coltivato, potrà avere solo effetti be­nefici per l’intero Occidente.

Si tratta dell’eredità più alta del pontifi­cato ratzingeriano ed è un fenomeno che si sviluppa in linea parallela alla lenta ma rigo­gliosa fioritura dell’Ortodossia che si sta ve­rificando nell’Est Europa in seguito al crollo dei totalitarismi atei.

Così, dopo decenni in cui si è prestato il fianco al pensiero laicista, colmo di pre­giudizi anticristiani e volto ad impiantare nell’animo dei fedeli un forte senso di ri­morso per il passato della Chiesa (visto solo come un coacervo di errori) ora si riprende coscienza della propria storia e del proprio valore. Ritorna a fluire l’eterna bellezza della fede, rinasce l’interesse per gli eroi del Cri­stianesimo e l’antica saggezza dei Padri non viene più giudicata come un qualcosa di de­sueto da relegare in soffitta ma affascina e attrae come non mai. Del resto, senza radici un albero non ha vita, dunque senza passato non è possibile edificare il futuro. In questa tendenza a riscoprire gli uomini che fecero grande il nostro credo, un personaggio in particolare merita attenzione: è Sant’Anto­nio il grande, recentemente oggetto di ap­passionanti studi da parte dell’ottima e ta­lentuosa storica Laura Fenelli.

Antonio è una figura popolarissima in tut­to il Mediterraneo, la sua immagine è talmente familiare alla sfera religiosa da radicarsi nella cultura delle genti cristiane e divenire parte della loro identità. Il vasto panorama di riti e devozioni che ne caratterizza il culto sarebbe da studiare sul piano etnologico. Limitando­si agli aspetti più noti, basti ricordare che è uno dei cinquantadue patroni di Napoli e che, in occasione della sua festa, in Sarde­gna fanno la loro comparsa le maschere dei Mamuthones e degli Issohadores mentre un po’ dovunque, nel mezzogiorno italiano come nella penisola iberica, si innalzano in suo onore monumentali falò, forse una cri­stianizzazione di remote cerimonie pagane con funzione purificatrice e fecondatrice.

Anche il giorno della sua memoria, il 17 Gennaio, è una data dalle forti valenze co­smiche e liturgiche: nel cuore dell’inverno, segno della massima estensione del buio nei confronti della luce solare, è posta come sno­do temporale tra le ricorrenze natalizie ed il periodo carnevalesco che precede la Qua­resima. La stessa varietà dei suoi attributi iconografici - il saio, il bastone da eremita, il tau, il fuoco, il libro, il maiale, la campanella - rappresenta una geografia di simboli letta, interpretata e decodificata in modo alquanto differente attraverso i secoli.

Come è stato possibile dunque che un anacoreta della Tebaide del III sec. sia divenu­to così noto in tutta Europa, tanto da essere oggi considerato l’anello di congiunzione tra le Chiese Ortodosse ed il Cattolicesimo?

In realtà, ad assicurargli una fama pe­renne ed un culto duraturo è stata la sua prima biografia redatta già all’indomani del transito dal discepolo Atanasio di Alessan­dria, il campione della lotta all’eresia ariana. Quest’opera, scritta in maniera accattivan­te e colma di episodi molto adatti a colpire l’immaginario collettivo (come tutto il ciclo delle terribili tentazioni demoniache a cui l’eremita seppe strenuamente resistere) ebbe fin dalla sua comparsa una tale diffusione da divenire per l’epoca una sorta di best sel­ler. Già alcuni Padri della Chiesa, come Ago­stino e Crisostomo, ne furono appassionati lettori. Inoltre dette luogo alla nascita di un ricco filone agiografico dal sapore leggenda­rio sul santo egiziano. Uno degli aspetti più interessanti del testo è quello che Antonio venga considerato come un homo viator, un migrante, un fedele in cammino verso luo­ghi sempre più inaccessibili del deserto in cui si era ritirato per coltivare l’ideale asce­tico ma anche verso una comunione sempre più profonda con il divino per il raggiungi­mento della pace del cuore.

Non è un caso se la successiva storia dell’arte lo raffigurerà spesso circondato dagli animali, come l’Adamo del paradiso terrestre nella vita anteriore al peccato. Del resto, dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò sempre più raro sino a scomparire ed a questa forma eroica di santità dei primi tempi del Cristianesimo, su­bentrò un cammino di salvezza professato da un nuovo stuolo di credenti, desiderosi di una spiritualità più autentica, di appartenere a Dio in modo esclusivo e quindi di vivere soli nella contemplazione dei suoi misteri. Questo fu il grande movimento spirituale del Monache­simo che, pur avendo avuto in seguito varie trasformazioni e modi di essere, dall’eremi­taggio alla vita comunitaria, seppe diventa­re la grande radice mistica su cui è poggiata la Chiesa insieme alla gerarchia apostolica. In definitiva, anche se probabilmente non fu il primo ad instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, Antonio ne diventò l’esempio più stimolante e noto, sino ad essere considerato il vero caposcuo­la del Monachesimo.

Un altro cammino però avrebbe intrapre­so la sua figura dopo la morte ed è quello che porterà Antonio dalle sabbie del deserto egiziano alle contrade dell’Occidente. Nel­l’XI sec. le sue reliquie vennero infatti trasfe­rite a Costantinopoli e qui un cavaliere fran­cese, Jocelino di Valence, le ricevette in dono dalla corte bizantina e riuscì a portarle in pa­tria, nel Delfinato. I suoi discendenti, dietro pressioni della curia papale, le consegneran­no ben presto ai benedettini del convento di Montmajour, nei pressi di Arles, che decise­ro la costruzione di un santuario per acco­glierle. Esso diventerà il primo centro di dif­fusione del culto del santo in area cattolica. Proprio in quella regione, le comunità erano funestate da una misteriosa malattia, indicata dal popolo con l’espressione ignis sacer, cioè “fuoco sacro”, per il bruciore che provocava. Si trattava dell’ergotismo, una pericolosa in­tossicazione alimentare causata dal consu­mo di segale parassitata da un fungo.

Alla ricerca di un qualsiasi rimedio, gli abitanti della zona cominciarono ad accorre­re in massa ai piedi dell’eremita copto e tale fenomeno implicò la nascita di una congre­gazione di nobili laici, dedita all’accoglienza dei pellegrini e all’assistenza degli amma­lati, che nel 1297 sarà mutata, per volere di Bonifacio VIII, in un vero ordine religioso di canonici regolari, i cosiddetti antoniani. L’ordine ebbe fin da subito una straordina­ria espansione in tutto il continente. Ai suoi membri era concesso il privilegio di allevare maiali ad uso proprio e a spese della comu­nità al fine di produrre il grasso suino, con­siderato come un efficace rimedio nella cura del terribile male.

di Andrea Pino

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