Il santo cibo per l’anima di Padre Paisios

“Oggi, martedì 13 gennaio 2015, si è ri­unito, sotto la presidenza di Sua San­tità, il Santo Sinodo nella regolare conferenza concernente l’esame degli argomenti dell’ordine del giorno. Questo stesso Santo Sinodo, su relazione del Co­mitato Canonico, ha accettato all’unanimità ed ha registrato nell’Elenco dei santi della Chiesa Ortodossa il monaco Paisios l’Atho­nita”. Con questo breve rescritto il Patriarca­to di Costantinopoli ha canonizzato lo scor­so mese Padre Paisios, monaco del Monte Athos, una figura quasi del tutto sconosciuta in Italia ma popolarissima nel mondo orto­dosso e addirittura celebre in Grecia dove è giustamente considerato l’ultimo stupendo germoglio della bimillenaria storia di santità ellenica tanto che il suo sepolcro nel mona­stero di San Giovanni il Teologo a Sourotì, presso Salonicco, è meta di continui pelle­grinaggi.

Per accostarsi ad un tale personaggio oc­corre chiarire subito un concetto: Padre Pai­sios non fu un cattolico romano, anzi in lui brillava lo spirito dell’Ortodossia profonda, spesso polemico o critico verso il Cattolice­simo occidentale e soprattutto nei confronti di certo ecumenismo semplicistico che corre il serio rischio di sfociare in visioni sincreti­stiche del religioso a danno della verità del Vangelo. Egli inoltre si diceva convinto che la situazione delle Chiese della nostra epoca fosse molto grave, per non dire apocalittica, e quella dell’umanità in generale pericolo­samente simile ai tempi che precedettero il diluvio. Il santo aveva dunque un animo che rivelava spesso quell’ansia escatologica tipica dei primi cristiani. Proprio queste sue convinzioni però gli permisero di incontra­re, nel corso della sua eccezionale esistenza, numerosi cattolici e nutrire anche la loro fame di conoscenza della dimensione spiri­tuale.

Padre Paisios (al secolo Arsénios Ez­nepìdis, nato a Farassa di Cappadocia, nell’odierna Turchia, nel 1924 e morto nel 1994) era dunque un maestro nell’offrire un cibo santo per l’anima, senza dubbio perché la sua stessa persona sembrava un miracolo e destava meraviglia: un vero asceta cari­smatico, del tutto simile ai santi dei tempi antichi in pieno XX secolo! Era la dimostra­zione tangibile che il Cristianesimo, quando rimane integro e non si contamina con ele­menti spuri, può essere vissuto anche nella modernità come avveniva nelle prime epoche della Chiesa. Certo, non è una strada facile, perché implica enorme sacrificio, ma resta pienamente possibile.

Per l’anziano athonita infatti la spiritua­lità non era qualcosa di etereo, una filosofia astratta o un lavoro psicologico e puramente consolatorio ma qualcosa di estremamente concreto e legato all’esistenza umana. L’a­gire spirituale rappresentava insomma la pratica cristiana vissuta con la presenza viva dello Spirito Santo. Una pratica che è totalmente contraria alla mentalità secolare. Per questo il padre scriveva: “Quanto più un uomo è spirituale tanto meno ha diritti in questa vita. Egli deve essere paziente, ac­cettare le ingiustizie e anche gli insulti degli altri. Invece un uomo sbilenco, di cattivo ca­rattere, lontano da Dio, pensa di avere molti diritti: calpesta, insulta e commette ingiu­stizie. Bisogna non dimenticare che i nostri diritti sono salvaguardati da Dio per la vita eterna. Noi, molte volte, chiediamo stupida­mente di essere giustificati in questo mon­do, di non subire nessun danno ma la giu­stizia umana, che senza dubbio è un freno per l’uomo stolto, non dice nulla all’uomo spirituale”.

E aggiungeva sempre di non fare affi­damento sulla propria conoscenza e tanto meno di vantarsene. Del resto, per poter ac­cogliere dentro di sé la conoscenza divina è necessario abrogare quella secondo il mon­do e diventare semplice come un bambino. In queste riflessioni si nota già tutta la distanza tra la spiritualità dell’asceta e quella di una religiosità tipica del nostro tempo in cui si cerca di accordare principi del tutto umani con il Vangelo. Che per il santo athonita il rapporto col divino non fosse qualcosa di intellettuale o di psicologico ma di vissuto concreto lo si nota anche negli scritti in cui tratta della grazia di Dio descrivendola come una for­za che lo attraversa, come in questo passo in cui racconta un’esperienza personale in terza persona per non glorificare se stesso, cosa che era solito fare: “Quando viene la grande grazia, l’uomo non la può soppor­tare. Si scuote tutto, allo stesso modo in cui il corpo viene scosso dalla corrente elettrica. Non può sopportare una così grande beati­tudine. Si immerge nelle lacrime, nella bea­titudine in una inesprimibile gioia divina, si trasforma. Vi racconterò di uno la cui cella, alcuni giorni fa, sovrabbondò di luce divina, mentre egli stesso non sentiva di essere nel suo corpo. Era rapito nello spirito. Ritornato nello stato naturale e sparita la luce increa­ta e celeste, quest’uomo guardando la luce del sole ha capito la grande differenza tra le due. Inoltre sentiva il suo corpo molto pe­sante. Allora cominciò a piangere forte per la mancanza di quella dolcezza e di quello splendore”. Su tale tema allora non faceva che rieccheggiare, pur nei termini suoi propri, la dottrina spirituale degli asceti antichi per i quali la vita spirituale era esperienza, pratica, incontro con Dio nella sua grazia, per quanto in modo non sempre chiaro ed evidente. Si noti pure come per Paisios la grazia non è una sorta di semplice “giustificazione divi­na”, ma una vera e propria presenza che tra­sfigura l’umano e si fa riconoscere già nella dimensione terrena. Questa particolare dot­trina era la medesima in cui fu maestro San Gregorio Palamas (XIV sec.) anch’egli mona­co athonita.

Ciononostante, la pratica cristiana, per Padre Paisios, non deve essere la ricerca di consolazioni, anzi richiede molta pazienza e sacrificio perché non solo è composta da una continua e fervente preghiera ma è so­prattutto caratterizzata da una vera e propria lotta per fare spazio dentro di sé alla grazia nella pratica dei comandamenti e dei precet­ti evangelici. Insomma, l’uomo deve essere molto determinato nell’opera ascetica evi­tando quanto lo può distogliere da Dio. La spiritualità che caratterizzava il santo era dunque quella della dialettica mente-cuore. Il mondo vive con la mente facendo conti­nua leva sulla razionalità con la quale ha co­struito la sua civiltà. Il cristiano santificato vive con il cuore che ha una logica spirituale oltre la mente e che la stessa mente non può comprendere.

Padre Paisios diceva: “Chi vive con il cuore si riposa. Invece chi vive con la mente si stanca. Con la mente ci si inganna ma il cuore non s’inganna. Solo con la grazia di Dio e la collaborazione ascetica umana l’uo­mo può passare dalla logica della mente a quella spirituale del cuore” e lapidariamen­te, a modo suo, aggiungeva: “Cristo parla al cuore, il diavolo alla testa”.

di Andrea Pino

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