Isacco, l’uomo della fede e del sacrificio

Una figura di fede molto cara ai Padri della Chiesa è senza dubbio quella di Isacco. Di Isacco i Padri greci amavano mettere in risalto soprattutto il restare saldo nella fede nella sua storia di paternità tormentata.

A scorrere le pagine della Genesi si nota infatti come la promessa celeste di una di­scendenza infinita fosse ancora una volta messa in dubbio. La bellissima Rebecca è sterile ed Isacco riesce a fugare l’assillo di restare senza eredi solo rifugiandosi nella preghiera. Dio accoglie la supplica ed ecco che due bambini si agitano nel grembo della moglie. Ma saranno loro, Esaù e Giacobbe, i gemelli così tanto desiderati, a costituire la causa dei tormenti del padre.

Del resto, la situazione familiare che si era andata sviluppando sotto le tende dei patriarchi viene descritta come molto pro­blematica. Isacco è ormai anziano, per giun­ta cieco e, dopo aver penato per le carestie e i difficoltosi rapporti con i popoli vicini, vor­rebbe trascorrere in santa pace i suoi ultimi giorni. Non sa invece cosa lo aspetta. I due figli, molto diversi per indole, sono in for­tissimo contrasto per il diritto di primogeni­tura. Giacobbe, grazie ad un’abile manovra di Rebecca che lo predilige, riesce a carpire in maniera ufficiale quel titolo che si era già accaparrato col famoso piatto di lenticchie, giocando astutamente un brutto tiro al fra­tello.

Certo la volontà divina passa anche attra­verso i grovigli degli intrighi umani ma cosa non soffrì Isacco nel vedersi irretito in quel modo dalla moglie e dal figlio? Dopo una fro­de del genere, è facile immaginare la tensio­ne in mezzo alla quale si ritrovò il vecchio padre ed il suo tormento nell’intuire come Esaù covasse propositi omicidi verso il ge­mello.

I Padri Greci, in primo luogo Crisostomo, meditando queste vicende bibliche, tesseva­no un ardito parallelo tra l’episodio che ve­deva coinvolti i figli di Isacco e la tragedia de “I Sette contro Tebe di Eschilo”, compo­sta nel 467 a. C. ma entrata a far parte del­la plurisecolare cultura greca. La tragedia prendeva spunto dalla saga dei Labdacidi, la stirpe reale di Tebe, ed aveva per protagoni­sti Eteocle e Polinice, i figli di Edipo. Questi era il noto eroe condannato ad un terribile destino: uccidere il padre Laio ed unirsi alla madre Giocasta, in maniera del tutto incon­sapevole. Una volta scoperta l’agghiacciante verità sul proprio conto, l’infelice Edipo si cavava di sua mano gli occhi e scagliava una maledizione sui figli nati dall’incesto: Eteo­cle e Polinice si sarebbero uccisi a vicenda per il trono di Tebe. Secondo il mito infatti Eteocle salì al trono dopo essersi accordato col fratello di regnare un anno ciascuno ma, scaduto il tempo, si guardò bene dal con­segnare lo scettro. Polinice allora, con altri sei condottieri argivi, non esitò a muovere guerra alla sua stessa patria. I due gemelli caddero l’uno per mano dell’altro davanti alla settima porta della città.

Ma perché i dottori della Chiesa del IV se­colo elaboravano questo raffronto? Perché il caso di Esaù e Giacobbe lasciava presagire il dramma dei principi tebani? E come si collo­ca questo evento nell’ambito delle sofferenze di Isacco?

Per rispondere è necessario capire che il significato profondo dell’opera eschilea stava nel tentativo di scandagliare il proble­ma del male e nella scoperta che, nell’agire umano, la libertà e la necessità si intrecciano misteriosamente. Ecco dunque il ruolo pri­mario svolto, in questa storia, dal ghènos, la stirpe. Eschilo parla infatti di eredità di col­pe, di maledizioni trasmesse di generazione in generazione, sino alla loro espiazione o all’annientamento totale della stirpe in cui il male si è inoculato. Si trattava di un’idea della responsabilità umana e della giustizia per tanti versi ancora arcaica che lasciava intravedere una parentela con le primitive vendette personali e tribali. Anche se essa è accompagnata dallo sforzo di dare una spie­gazione al perché gli uomini soffrano, senza alcuna colpa propria, per gli errori di chi li ha preceduti e, in maniera più ampia, all’in­terrogativo del male.

Ma Eschilo rifletteva su questi delicati temi nel V sec. a. C. I Padri Orientali invece, pur essendo in tutto figli della classicità, per­sonificano l’importante fenomeno dell’in­culturazione del mondo greco-romano con il cristianesimo. Per cui, pur meditando i medesimi leitmotiv dell’antico tragediografo di Eleusi, le conclusioni sono ben diverse.

Infatti, anche nelle vicende della Genesi, ad occupare un posto centrale è la stirpe, la progenie di Abramo. Anziché un anate­ma però, ad essere trasmessa ed ereditata è una benedizione unita all’Alleanza divina. Certo, il male svolge comunque la sua par­te perché Esaù vorrebbe uccidere il fratello che, con scaltri maneggi, lo ha soppiantato. Tutto lascia prevedere un esito drammati­co, simile a quello della saga tebana. Ma qui entra in gioco un fattore nuovo, ovviamente sconosciuto alla cultura pagana, la fede nel­la provvidenza di Dio, capace di servirsi del­le circostanze più sfavorevoli per compiere i disegni celesti, volgendo il male in bene. Re­becca viene così ispirata a salvare Giacobbe da quella minaccia. Il rossiccio e peloso Esaù nulla potrà compiere a suo danno.

In questo scenario, ben diverso da quello eschileo, anche il dolore acquista un signi­ficato nuovo. Alla sofferenza mutila di ri­sposta di Edipo che genera maledizioni fa da contraltare l’esempio di Isacco. Isacco è l’uomo del sacrificio. Da bambino aveva ac­cettato il sacrificio della propria persona sul Moria, da vecchio è chiamato a sacrificare i propri sentimenti paterni perché il progetto di Dio si compia. Il sacrificio è il suo desti­no, la sua tyche. Così Isacco soffre per essere stato circuito da chi ama, soffre perché Gia­cobbe deve fuggire dall’accampamento, sof­fre perché Esaù con la sua irascibilità, con le sue donne cananee, con i suoi rancori, rende la vita della famiglia penosa. Eppure tutto accetta e tutto sopporta. Sacrifica il giusto diritto ad una vecchiaia serena perché sa che è in atto un piano divino che lo supera ed è molto più alto del suo piccolo orizzonte. Non rivendica nulla, neppure quelle che possono essere le legittime aspettative di qualsiasi uomo dalla vita. Tutto è offerto in olocausto.

Addirittura i Padri tendevano a dipin­gere un ritratto del patriarca di altissimo pathos, presentando un Isacco vecchissimo, affranto, con le sue palpebre spente bagnate di lacrime, lasciato solo davanti al cadavere della moglie Rebecca, assorto nel pensiero del figlio lontano che non ha potuto acco­gliere l’ultimo respiro della madre. Senza dubbio il loro fine era quello di allontanare dai credenti la tentazione di leggere le prove della vita in maniera pagana, oseremo dire quasi eschilea, come se esse fossero il frutto avvelenato di una maledizione ed il soffrire un abisso in cui si precipita in compagnia di mille domande rimaste eluse, facendo invece della fede una porta spalancata alla dimensione celeste.

di Andrea Pino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto