‘La passione di Mosè secondo i Padri

I Padri Greci del IV sec., in particolar modo quelli che gravitarono nell’universo antio­cheno non potevano riflettere sulla Pasqua cristiana senza ricordarsi di quella ebraica e senza considerare la figura di Mosè.

Com’è noto l’Antiochia del Tardoanti­co era una metropoli caratterizzata da una fortissima presenza giudaica. Qui infatti i seguaci dell’Antica Alleanza abitavano un popoloso e fiorente quartiere, il Kerateion, e veneravano una splendida sinagoga costru­ita nel luogo che una secolare tradizione cit­tadina indicava come quello del martirio dei Fratelli Maccabei. Si ricordi poi che proprio in questa città, per la prima volta, i seguaci del Nazareno erano stati chiamati Cristiani. Ad Antiochia insomma la fede cristiana e quella giudaica erano di casa. A volte la coabitazio­ne conduceva ad un interessante incontro culturale, altre si rivelava problematica e fonte di tensioni.

Ad ogni modo, i Padri che si formaro­no in questo ambiente rimasero sempre convinti dell’importanza di connettere il passaggio dalla morte alla vita del Cristo a quello dalla schiavitù alla libertà del popo­lo protagonista dell’Esodo. Non si trattava solo del famoso adagio latino Novum Testa­mentum in Vetere latet et Vetus Testamentum in Novo patet, c’era dell’altro. Il loro pensiero si soffermava spesso sulla figura di Mosè. Nei loro scritti, in special modo quelli di Criso­stomo, il liberatore di Israele svettava come un personaggio tragico e grandioso. Egli era l’uomo delle altezze dei monti, del Sinai e del Nebo, del fuoco che non incenerisce il roveto, delle acque che separandosi diventano mura­glie, del deserto e della reggia ma, insieme a tutti questi straordinari segni che ne testimo­niavano l’elezione divina, si considerava an­che come la sua esistenza fosse stata sotto il segno del dolore.

Mosè infatti soffrì sin da quando venne abbandonato in una cesta alla corrente del fiume e, se pure ricevette un’educazione principesca alla corte faraonica, come pote­va essere felice non potendo crescere nella propria famiglia naturale? I Padri, tenendo fede al lavoro di scavo psicologico nelle fi­gure bibliche, lo presentavano subito dinan­zi al dramma del popolo oppresso: egli era così innamorato della sua gente al punto tale da patire alla vista della schiavitù, pian­gere sull’infelice sorte dei neonati esposti al Nilo, prodigarsi perché lo stato miserevole di quegli uomini venisse alleviato, pensare addirittura di condividere le loro pene. In­somma non c’era da meravigliarsi se giun­se ad uccidere. Lo sdegno per le ingiustizie aveva esasperato il suo animo già colmo di tristezza.

A cosa andò incontro poi dopo la voca­zione al Sinai? Era stato prescelto per an­nunciare la libertà ed invece fu ritenuto un ingannatore e si ritrovò solo, tra l’odio degli Egiziani e il disprezzo degli stessi Ebrei che, pur avendo contemplato tanti miracoli com­piuti da Dio in loro favore, nel momento di lasciare l’Egitto, quando si accorsero di es­sere inseguiti, piombarono in un cupo abis­so di sconforto. In quegli istanti, sulla riva del Mar Rosso, anche il cuore di Mosè, che fino ad allora era rimasto saldo, venne come offuscato da un’ombra tumultuosa. Tutti lo additavano come il colpevole dell’immi­nente sciagura, tutti lo maledicevano. Ma le sofferenze più grandi si ebbero, paradossal­mente, dopo lo straordinario evento del pas­saggio del mare.

Quanto appariva diverso agli occhi dei Padri il Mosè vecchio e curvo che vagava tra le sabbie del deserto alla testa del popolo, da quello glorioso, avvolto di potenza divina, che si ergeva davanti al trono del faraone, che mutava la corrente del Nilo in sangue, che distendeva la mano a separare le acque!

Quest’ultimo Mosè era quello più dram­matico, quello che, con ancora nelle pupille il bagliore del fuoco con cui Dio si era rive­lato al Sinai, vedeva la sua amatissima gente  prona dinanzi all’idolo e, piangendo lacri­me incandescenti, col cuore incenerito, fra­cassava le tavole sul vitello d’oro, ritenendo sé stesso causa di quella sventura. Spesso poi i Padri Orientali, nel dipingere la fine del protagonista dell’Esodo, non esitavano a ricorrere a pennellate decisamente cupe, mostrando un Mosè ammantato di lutto che, dopo aver visto spirare tutti gli uomi­ni condotti da lui fuori dall’Egitto, saliva sul Nebo per scendere nell’Ade. Con la lontana visione della Terra Promessa, egli avrebbe contemplato anche ogni sciagura che si sa­rebbe abbattuta in futuro sul popolo ebraico: il tradimento dell’Alleanza, l’esilio a Babilo­nia, la rovina di Gerusalemme. Le stesse la­crime che aveva pianto da neonato in quella cesta abbandonata al Nilo rigarono il suo vol­to, il volto dell’uomo che aveva parlato con Dio faccia a faccia, negli istanti della morte.

Insomma, la Patristica Greca dedicò a questa figura pagine di altissimo pathos che potrebbero essere definite una sorta di “Pas­sione di Mosè secondo i Padri”. Ma quale fine avevano tali scritti? In primo luogo è necessario sottolineare che, oltre al dolore di Mosè, trattando degli eventi pasquali, si metteva sempre in luce anche il dolore del popolo nelle sue diverse sfumature. Gli Isra­eliti, infatti, soffrono dapprima per la schia­vitù, poi per la paura dell’esercito del farao­ne, infine per i disagi del deserto. Gli autori mettevano quindi in luce due tipologie di sofferenza. Quella del popolo che, pur ac­colta all’inizio da Dio, si rivelava però ste­rile perché questi uomini non correggevano la propria condotta e sembrava non impa­rassero nulla dagli eventi vissuti. Quello di Mosè, invece, risultava un soffrire diverso. Egli aveva un’evoluzione, cresceva nella consapevolezza della propria libertà e fa­ceva morire in sé qualsiasi tipo di egoismo. Alla fine il suo dolore era causato totalmente dalla scelta del male che i suoi connazionali continuavano a compiere ma egli poteva in­tercedere presso Dio in loro favore.

Mosè veniva allora considerato un perso­naggio in crescita: da uomo debole, insicu­ro, schiavo dei propri timori, egli diveniva un deciso, carismatico leader dotato di un animo libero e saldo nella fiducia in Dio ed anche quando l’Egitto era ormai alle spalle ecco che la sua figura mutava ancora e di­veniva come un padre nei confronti di quel­la gente che gli era stata affidata. A questo movimento ascensionale compiuto dall’eroe biblico si accompagnava poi una costante elezione celeste che si manifestava come sempre più alta ma anche più onerosa. Tutto questo però era coronato da un dato: l’Alle­anza antica prefigurava la nuova e, secondo i Padri, anche Mosè morendo così misterio­samente sul Nebo, aveva rivolto gli occhi al Messia futuro, presagendone la Resurrezio­ne ed il compimento della salvezza.

di Andrea Pino

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