Il dolore di Giobbe secondo i Padri

Tra i molti personaggi dell’Antico Testa­mento che catalizzarono l’attenzione dei Padri della Chiesa uno occupa un posto singolare. È Giobbe, la figura legata per antonomasia al problema del dolore. L’omo­nimo libro che lo vede protagonista, redatto probabilmente da un ignoto poeta ebreo nel V sec. a.C. (la medesima epoca in cui Eschilo e Sofocle fornivano alla tragedia greca le sue credenziali) è uno dei testi che più hanno affascinato il pensiero novecentesco, basti pensare allo struggente Giobbe, romanzo di un uomo semplice di Joseph Roth (1894-1939), che è solo una delle tante produzioni della letteratura contemporanea ispirate al personaggio biblico.

Del resto, i temi provocatori della soffe­renza innocente e della fede perseverante nel patire, che tanto caratterizzano l’opera, non possono che suscitare forte interesse nell’uomo postmoderno. Giobbe sembra quindi godere oggi di una grande attualità, la stessa che lo circondava nel Tardoantico.

I Padri della Chiesa tennero dunque sempre in assoluta venerazione questo scrit­to anche se già San Gerolamo ne ammetteva la natura problematica, arrivando a dire, col suo solito linguaggio colorito, che cimentar­si a spiegarlo era come prendere in mano un’anguilla: mai impresa esegetica fu più sfuggente! Tuttavia la letteratura patristica non poteva fare a meno di amarlo e soprat­tutto di leggerlo alla luce del mistero del Sal­vatore e della vita cristiana. Quando allora Gerolamo scriveva le sue riflessioni, nelle comunità dei fedeli, era in atto da tempo una profonda opera di “cristianizzazione” del soggetto Giobbe e la prima chiave di lettura ad essersi imposta era stata quella pareneti­ca. La figura biblica cioè veniva intesa come un caso esemplare di capacità di sopportare i patimenti. Era la strada più ovvia, consi­derando l’infuriare delle persecuzioni. Così, per Cipriano di Cartagine (†258) e Origene (†254), Giobbe era divenuto il prototipo del martire ed insegnava alla Chiesa il giusto modo di vivere quel clima di odio da cui si sentiva circondata: non si trattava di un tre­mendo castigo ma di una semplice prova.

Ad Editto di Costantino ormai promul­gato però questa interpretazione aveva fatto il suo tempo e non poteva più essere pro­posta. Con Didimo il cieco (†398) quindi si iniziò a guardare alle vicende di Giobbe come alle tappe del progresso spirituale che ogni cristiano aveva da compiere. Accanto a tale riflessione teologica si sviluppava anche un certo culto popolare del personaggio, tan­to che ad Egeria, la famosa pellegrina del IV sec., venne mostrato non solo il sepolcro ma addirittura il letamaio dove Giobbe si sedette tra la cenere nei giorni dell’afflizione.

E non è tutto. In quell’epoca di angoscia, l’opera doveva circolare anche negli ambien­ti colti pagani. È probabile che non venisse granché apprezzata, tuttavia era conosciuta. Ne sono prova le parole del poeta alessan­drino Pallada Meteoro che in un epigram­ma dedicato al destino dell’uomo scriveva: “Nudo sono salito dalla terra, / e scenderò dentro la terra nudo. / Perché soffrire se poi nudo è il fine?”. Tali versi altro non erano che una riscrittura, una sorta di cover, della risposta di Giobbe alla notizia delle disgra­zie che gli erano piombate addosso: “Nudo uscii dal grembo di mia madre, / e nudo vi ritornerò. / Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, / sia benedetto il nome del Signore!” (Gb 1,21). Pallada insomma, da buon pa­gano del Tardoantico, opponeva il proprio schietto e amaro pessimismo alla cristallina dichiarazione di fede dell’eroe biblico. Si manifestava così, per l’ennesima volta, uno dei principali nodi del contendere tra il Cri­stianesimo e la mentalità classica: la fiducia in un Dio provvidente verso ogni singola creatura. Idea questa che, ai membri del vec­chio establishment intellettuale, non poteva che apparire come un’enormità, un’assurda ed irricevibile boutade. Tra gli autori che più si dedicarono allo studio di Giobbe spiccano però Agostino (354-430) e Gregorio Magno (540-604). Il pri­mo offrì dell’opera una lettura soteriologica, legata cioè al senso della salvezza realizzata da Cristo ed alla grazia offerta all’uomo.

Gregorio Magno, invece, dedicò a Giob­be uno dei suoi capolavori, il poderoso trat­tato Moralia in Iob. Il pontefice interpreta­va il testo in chiave cristologica, vedendo nell’innocente messo alla prova una prefi­gurazione del Cristo che soffre per gli uomi­ni, benché privo di colpa. Il dramma del pa­triarca idumeo anticiperebbe dunque quello del Venerdì di Passione. Gregorio inoltre si spingeva ad elaborare anche una lettura ec­clesiologica, riconoscendo nel personaggio della moglie coloro che, nella Chiesa, con­ducono una vita indegna.

In Crisostomo, invece, era prevalsa un’interpretazione morale della vicenda bi­blica. Tra i tanti scritti firmati dal santo an­tiocheno figurano anche quattro Omelie su Giobbe che, sebbene siano state catalogate nei volumi del Migne tra i testi di dubbia attribuzione, oggi sono quasi pacificamente accettate come autentiche anche se resta dif­ficile stabilire con certezza quando vennero composte. In esse, quel fenomeno di lettura in senso cristiano del libro, di cui si è parla­to poco fa, raggiungeva davvero il vertice e se la moglie assurgeva a simbolo di quanti cercano di ferire l’animo del prossimo con parole dissacranti volte a demolire qualsia­si senso di fede, Giobbe invece veniva pre­sentato come l’uomo specchio di ogni virtù: modestia, sapienza, carità, speranza, fiducia assoluta nella provvidenza, con una perfetta osmosi fra le tradizioni della morale filoso­fica dell’epoca e l’antica spiritualità biblica. Un caso paradigmatico di inculturazione, insomma.

Il futuro vescovo di Costantinopoli ritor­nò sull’argomento anche nell’A Stagirio. Qui si evince come, per Crisostomo, Giobbe sia un grande non perché ha sofferto ma per il modo in cui soffrì, non perché venne tentato dal demonio ma per il modo in cui affrontò la tentazione. Del resto, la sofferenza e le ten­tazioni rappresentano il comune denomi­natore dell’umanità intera. Tutti gli uomini soffrono, tutti vengono tentati. La discrimi­nante è data dalla maniera in cui si affronta­no queste prove.

Giobbe, pur stando nudo in mezzo alla cenere con quel suo coccio in mano, rimase sempre a testa alta durante la bufera di tra­gedie che era stata scatenata contro di lui e si rifiutò di maledire Dio. Non peccò con la sua bocca. Come aveva accolto il bene che il cielo gli donava, accettò anche il male che il cielo permetteva. Tale condotta davvero eroica fece sì che venisse ricolmato di ogni benedizione quando il momento della prova si concluse.

di Andrea Pino

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