Elia il profeta di fuoco

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Nessuno più di Elia incarnò agli occhi del Cristianesimo antico il modello dell’uo­mo di preghiera. I Padri della Chiesa, considerandolo sulla scia delle pagine evangeliche come archetipo del Battista, videro in lui una figura perfetta dell’ideale monastico di matrice anacoretica.
In tempi molto più recenti invece il ve­scovo Luciano Monari ha riflettuto a lungo su questa figura veterotestamentaria, met­tendone in luce le principali chiavi di lettu­ra. Il nome Elia significa “il mio Dio è Jahvé” e non poteva esserci nome migliore per un profeta che spese l’intera vita per difendere la sovranità unica di Jahvé ed essere il cu­stode inflessibile dell’Alleanza tra Israele e il suo Dio. “Io sono il Signore tuo Dio, non avrai altri dèi davanti a me”, così recitava il comandamento fondamentale del decalogo. Elia incarnò, nella sua opera, le esigenze di questo comandamento, facendone la ragione del suo vivere.

Verso la metà del IX sec. a.C. il Regno di Israele attraversava un periodo di grandi cambiamenti. Sul trono sedeva un re tutt’al­tro che sciocco e debole, Acab, che cercava di modernizzare lo Stato e di renderlo im­portante nel concerto delle nazioni che po­polavano l’area siro-palestinese. Di questa politica fece parte anche il matrimonio con una principessa fenicia, Gezabele. In tale cli­ma di fermento economico, politico, cultu­rale e sociale avvenne quanto aveva temuto il libro del Deuteronomio: “Quando man­gerai e sarai sazio, quando costruirai belle case e vi abiterai, guardati dal dimenticare il Signore tuo Dio”. Israele rischiò appunto di dimenticare JHWH. Nella reggia venivano infatti praticati culti fenici, la regina si cir­condava di una schiera di sacerdoti del dio Baal e l’influsso culturale fenicio si stava allargando anche alla sfera religiosa. Non è che Jahvé venisse rifiutato o che si trascuri del tutto il suo culto, tuttavia accanto a lui venivano collocati altri dèi andando contro le parole del Decalogo.

“Allora sorse Elia profeta, simile al fuo­co, la sua parola bruciava come fiaccola” (Sir 48,1). Veniva da Galaad, la regione ad est del lago di Galilea, un territorio situa­to alla periferia del regno, non toccato dal boom economico di Israele e immune anche dalle contaminazioni idolatriche. Elia si pre­senta come difensore delle autentiche tradi­zioni religiose di Israele e la sua attività ha una serie di aspetti. È nota anzitutto la sua azione benevola nei confronti di una vedova di Zarepta: durante una terribile carestia le garantisce la sopravvivenza procurandole abbondanza di farina e di olio, poi le resti­tuisce il figlio che era stato colpito da una malattia mortale. Certo, sono due grandi miracoli che fanno di Elia un taumaturgo ma sono soprattutto due manifestazioni po­tenti di Jahvé. Uno dei lineamenti caratteri­stici del Dio dell’Alleanza infatti era proprio la premura verso le categorie socialmente più deboli: lo straniero, la vedova, l’orfa­no. L’azione del profeta a favore di una po­vera vedova dimostra la fedeltà di Dio che non è venuta meno. Poi c’è l’azione contro il sincretismo, cioè l’abbinamento del culto di Jahvé con i culti di altre divinità, che sta infiltrandosi in Israele. Sfidando i sacerdoti di Baal alla presenza del popolo, Elia vuole rinnovare la decisione che era stata presa, dopo l’insediamento nella terra promessa, a Sichem. Lì Giosuè aveva radunato gli an­ziani di tutte le tribù e aveva loro proposto di scegliere tra Dio e gli idoli pagani. È inte­ressante confrontare i due episodi. A Sichem tutti gli anziani avevano risposto a una sola voce che avrebbero servito il Signore. Sul Carmelo invece il popolo non rispose nep­pure una parola. Sembra anzi che esso non si renda nemmeno conto della necessità di una scelta. Il significato dell’episodio sta pro­prio nel passaggio dall’indecisione iniziale alla professione di fede trionfante della con­clusione.

Questo singolo episodio riassume pla­sticamente il dramma più ampio della ca­restia. Sul Carmelo Jahvé, diversamente dai falsi dei, è stato in grado di aprire il cielo e far scendere il fuoco sull’offerta. È lui quin­di che ha chiuso il cielo e non fa scendere la benedizione, l’acqua. Per tre anni Israele deve fare a meno della pioggia e quindi di tutti i doni della terra. Viene ripetuta così l’esperienza educativa dell’Esodo. Anche al­lora Israele aveva patito la fame e la sete, poi aveva ricevuto cibo e bevanda dalla provvi­denza divina per imparare a riconoscere in lui solo il suo Dio. Così ora, nella terra pro­messa, un Israele debole nella fede viene di nuovo istruito: non sono gli dei della natura che possono custodire la sua vita ma solo JHWH.

Elia si dimostra inoltre difensore dell’Al­leanza anche nei confronti di Acab. Lui, il re che dovrebbe essere il custode imparziale del diritto, si è dimostrato invece prevari­catore. Non solo non ha difeso il debole ma lo ha oppresso. Invece di usare l’autorità che gli viene riconosciuta per garantire la giustizia, se n’è servito per affermare impu­nemente i propri interessi. Chi, infatti, può contestare il re e chiedergli conto delle sue azioni? Nessuno, sembrerebbe. E invece c’è un profeta in Israele, uno che parla in nome di Dio e che nello stesso nome pronuncia accusa e sentenza. L’episodio della vigna di Nabot è un documento prezioso di come sia pensabile un re nel contesto del diritto dell’Al­leanza: mai come un monarca assoluto, ma solo come custode autorizzato del diritto. E il diritto è definito da Dio secondo giustizia. Infine è da considerare il famoso episodio del pellegrinaggio di Elia all’Oreb, cioè al Sinai. È un uomo avvilito quello che si met­te in cammino. In Israele le cose vanno così male che Elia si sente del tutto incapace di operare e chiede al cielo addirittura di mori­re. Dio stesso deve procurargli la forza con un cibo che proviene dall’alto. È invece un profeta vigoroso quello che esce dall’incon­tro con Dio, che ha imparato a leggere in modo nuovo la storia, che sa riconoscere le tracce leggerissime ma ferme del passaggio divino nelle vicende umane. C’è una somi­glianza sorprendente tra l’esperienza perso­nale di Elia e quella che il popolo di Israele aveva fatto all’uscita dall’Egitto. Sia Elia che Israele si erano mossi in pellegrinaggio ver­so il monte Sinai, entrambi erano stati soste­nuti dal cibo donato da Dio, avevano visto sul monte i segni della presenza di Dio ed erano usciti dall’incontro con Dio rafforza­ti. Israele come popolo del Signore ed Elia come suo profeta. Ma proprio queste somi­glianze rendono ancora più significativa la differenza. Israele aveva incontrato Dio in mezzo a fenomeni paurosi e impressionanti: terremoto, fuoco e fragore. Elia riconosce il Signore nel mormorio di una brezza legge­ra. È giusto riconoscere Dio in quei fenomeni della natura e in quegli eventi della storia che si presentano come grandi e paurosi ma è im­portante soprattutto imparare a riconoscere Dio nel silenzio, quando non si sente né si vede nulla di apparentemente sorprendente e la strada maestra per farlo è la preghiera. Si può dire che la prima esperienza di Dio, quella del tuono, serve per risvegliare l’at­tenzione dell’uomo, per vincere la sordità, per scuotere l’indifferenza, l’altra, quella del silenzio, è possibile solamente a chi ha avu­to l’orecchio aperto dal Signore e ha impara­to a riconoscerne con gioia l’azione efficace all’interno della storia.

di Andrea Pino

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