I Padri greci, la gratuità e il perdono

La riflessione sulla gratuità della misericor­dia divina ha sempre attirato l’attenzione dei Padri Greci del Tardoantico. Secondo i loro insegnamenti già l’intera creazione offriva un inno di testimonianza alla bontà di Dio. Egli infatti non aveva certo bisogno delle attenzioni delle intelligenze angeliche o delle altre potenze celesti eppure le aveva chiamate all’esistenza. Non aveva bisogno del mondo eppure lo aveva creato, colman­dolo di meraviglie.

Ma il suo essere benigno si era rivela­to soprattutto nell’uomo. Dio aveva fatto dell’uomo sulla terra ciò che egli stesso era nei cieli: lo aveva magnificato con splendidi doni, gli aveva conferito la grazia della ragio­ne, lo aveva colmato di sapienza e ritenuto degno della sua conoscenza, gli aveva per­messo di godere della sua familiarità, promet­tendogli addirittura la vita eterna e tutto gra­tuitamente, senza che l’uomo avesse alcun merito da far valere nei confronti del Creatore.

L’infinita grandezza della bontà del Pa­dre si era manifestata però proprio dopo la caduta. Così scrive Crisostomo: “Forse Dio annientò colui che fin dall’inizio e, per così dire, contro le sue leggi aveva mostra­to tanta irriconoscenza? Secondo una logica di giustizia, sarebbe stato conseguente che, avendo goduto di mille vantaggi e, a fronte di questo, essendosi subito basato, fin dagli esordi della sua vita, sulla disobbedienza e sull’ingratitudine, fosse mandato in rovina e fosse tolto di mezzo. Ma Dio non meno di prima continuò a beneficarlo, dimostrando che, se anche sbagliamo infinite volte, egli non cessa di dispensare quanto è necessario per la nostra salvezza, affinché ci convertia­mo e siamo salvati, con la conseguenza che egli fa ciò che deve fare, anche se noi perse­veriamo nel male. Sembrerebbe che la cac­ciata dal paradiso, l’interdizione dall’albero della vita ed il consegnarlo alla morte siano azioni di uno che voglia punire e vendicarsi ed invece sono l’effetto, non meno di prima, di un disegno provvidenziale”.

Nel pensiero patristico greco dunque Adamo aveva sì commesso il terribile pecca­to di hýbris ma anche la giusta punizione ri­cevuta, cioè la tísis, venne progettata da Dio per la sua salvezza ed il suo onore. Se infat­ti, dopo aver trasgredito ai comandi divini, l’uomo non fosse stato punito in quel modo, sarebbe comunque incorso in un male estre­mo pensando che Dio fosse un ingannatore e continuando così a peccare. Il Padre in­vece, per tenere lontano l’uomo da questo rischio, decise di farlo uscire dal paradiso. Si comportò insomma come un medico che, avendo a che fare con una grave ferita, opta per la terapia più dolorosa ma al fine di pre­servare il malato da maggiori pericoli. Nella condotta di Dio era dunque da riconoscere la sua misericordia anche quando sembrava infliggere delle pene ai progenitori, come ad esempio il sudore e la fatica del lavoro, il tra­vaglio e le doglie del parto: a prima vista tali cose potevano apparire dei castighi ma altro non erano che salutari correzioni.

Inoltre, per comprendere appieno lo stile pedagogico divino, i Padri invitavano a con­siderare il caso di Caino, il primo uomo che accolse nella sua mente pensieri perversi e la cui vicenda aveva una valenza davvero emblematica. Caino, infatti, aveva sotto gli occhi il castigo del padre e ciononostante ricadde in una malvagità peggiore commet­tendo due distinti peccati. Il primo quando, offrendo in sacrificio i frutti della terra senza alcuna amorevolezza ed attenzione, dimo­strò tutta la sua tracotanza. Il secondo quan­do perpetrò lo spaventoso omicidio del fra­tello. Peraltro, anche in quest’occasione, Dio dimostrò la sua gratuita benevolenza verso l’uomo. Nel primo caso, il Signore si limitò soltanto a rimproverare Caino e addirittura cercò di consolarne la malinconia anche se il peccato compiuto ledeva il suo giusto di­ritto ad essere adorato. Ma Caino non fece tesoro del perdono ricevuto. La tristezza che lo affliggeva nasceva dalla sua ira e lo con­dusse a scegliere deliberatamente l’iniquità, versando il sangue di Abele. Quale fu allora la sua punizione? Solo quella di un’esistenza trascorsa nel terrore e nel tremore. Si trattò dunque di una pena molto più mite rispet­to alla gravità del peccato compiuto. Essa, per giunta, era vantaggiosa innanzitutto per Caino stesso, perché se Dio lo avesse punito subito con la morte lo avrebbe anche privato di qualsiasi possibilità di pentimento inve­ce, lasciandolo vivere ramingo e fuggiasco sulla terra, gli concedeva l’opportunità di sperimentare la bellezza della misericordia celeste come dono gratuito.

Altra storia emblematica risultava essere per i Padri quella di Noè. Il diluvio, pur es­sendo un evento davvero tragico, dimostra la premura che Dio ha per le sue creature. Egli infatti avvisò per tempo il genere umano di quella sciagura incombente, fece costruire l’arca dinanzi a tutti come monito, cionono­stante le genti non rinsavirono e continua­rono con la loro malvagità ad attirare su sé stesse la catastrofe. Certo il Signore non gode per la rovina dei suoi figli, non avrebbe voluto il diluvio, né ricorrere ad alcuna minaccia tut­tavia, perché non si spingessero ancora oltre sulla strada della perfidia e per il bene delle stirpi a venire, lasciò che il disastro si com­pisse. Scriveva ancora Crisostomo: “Non è possibile apprendere tutta la gratuita bontà di Dio verso di noi. Dopo la disobbedienza ed il peccato, quando la tirannide del male dominava su tutto il mondo, quando dun­que bisognava comminare la massima pena ed il genere umano essere completamente distrutto e non restarne neppure il nome, allora si dimostrò a noi il sommo beneficio, facendo morire il suo Unigenito a vantaggio di chi si era allontanato, di chi l’aveva odiato e detestato, operando così per noi la ricon­ciliazione nei suoi confronti e promettendo che avrebbe dato il regno dei cieli, la vita eterna e mille altri beni, che occhi mai non videro, né orecchi sentirono, né giunsero mai al cuore dell’uomo. Che cosa potrebbe paragonarsi a questo?”.

Da tali riflessioni derivava poi un altro dei concetti chiave della patristica greca: l’i­dea che Dio si prenda cura di tutti anche se ciò rimane spesso celato. Egli è infinito nella saggezza, nella bontà, nell’amore per le cre­ature ed il fatto che gli uomini non riescano a scorgere i favori divini negli avvenimenti terreni è un segno dell’infinità stessa. I fede­li devono essere convinti allora che il Padre compie ogni giorno cose eccezionali per la nostra salvezza, anche se restano evidenti solo a lui ed a noi segrete. Solo in determina­ti casi alcune vengono rivelate e ciò avviene a nostro utile perché, rendendogli grazie, possiamo attrarre una benedizione ancora maggiore. È necessario quindi ringraziare il Signore non solo per i benefici che appaiono lampanti ma anche per quelli sconosciuti. Se poi qualcuno, pur godendo di una tale cura, rifiuta di migliorarsi, non significa che sarà abbandonato. Avrà liberamente rinunciato alla vita eterna ma Dio lo assisterà comun­que nell’esistenza presente perché fa sorgere il sole sui buoni e sui malvagi e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti.

di Andrea Pino

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