Il perdono di Giuseppe

“Chi non oscurò in fatto di disgrazie il famoso Giuseppe?”. Con questa do­manda retorica i Padri della Chiesa del IV-V sec. iniziavano spesso le loro riflessioni sull’ultimo protagonista della Ge­nesi, l’uomo che sembra eclissare, con la sua sofferenza, quella di tutti i giusti che lo ave­vano preceduto nella storia biblica. Triste primato, verrebbe da dire. Ma sarebbe un giudizio assai superficiale perché il primato doloroso di Giuseppe, questo singolare ser­to di vittoria che egli stringe tra le mani, è pronto a rivelare scenari inattesi.

“La Sapienza non abbandonò il giusto venduto, ma lo preservò dal peccato. Scese con lui nel carcere e non lo abbandonò men­tre era in catene, finché gli procurò uno scet­tro regale e potere sui propri avversari, sma­scherò come menzogneri i suoi accusatori e gli diede una gloria eterna” (Sap 10,13-14). In tal modo il libro della Sapienza (uno degli ultimi dell’Antico Testamento, redatto quasi alle soglie dell’era cristiana) compendiava la vicenda di Giuseppe. Una storia perfetta nella sua bellezza, una sorta di ponte ideale tra l’atmosfera arcaica della Genesi e la gran­diosa epopea dell’Esodo, ma soprattutto un racconto sapienziale. Infatti il testo sacro at­tribuiva al figlio di Giacobbe i caratteristici tratti del sapiente secondo la cultura medio­rientale: la capacità di interpretare i sogni, il timore di Dio, il saper perdonare il male ricevuto, il rifuggire dalla tentazione della donna straniera, l’essere un ottimo politico.

Questa cultura niente affatto mutata, semmai molto arricchita dallo scorrere della storia, era quella in cui affondava ancora le radici l’Oriente tardoantico e che dunque co­stituiva un elemento trasversale tra le comu­nità ebraiche e quelle cristiane presenti nella varie metropoli di quelle regioni. La visione di Giuseppe come un eccelso sapiente era quindi condivisa da tutti, i Cristiani poi pote­vano anche scoprire nella sue peripezie degli spunti cristologici, come del resto facevano per l’intero corpus veterotestamentario. Ma i Padri, soprattutto quelli di scuola antioche­na come Diodoro di Tarso, Teodoro di Mop­suestia e Giovanni Crisostomo, riconobbero in Giuseppe non solo l’uomo che sa vivere con sapienza il dolore ma anche il sofferente prescelto da Dio per un destino glorioso e di misericordia verso quanti erano stati causa delle sue sciagure.

Sapienza e dolore, si sa, sono sposi. Al­meno da quando il Qoèlet li unì in matri­monio: “Molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere aumenta il dolore” (Qo 1,18). Era naturale allora per i Padri scorgere nel patriarca biblico la figura del saggio tribo­lato. Anzi, essi non esitavano ad affermare che Giuseppe, sin dalla prima giovinezza, venne chiamato a sostenere prove più alte rispetto al padre. Giacobbe dovette fronteg­giare il solo Esaù, Giuseppe aveva ben dieci fratelli pronti a vessarlo. Esaù si limitò alle minacce, i fratelli di Giuseppe non si face­vano scrupolo di venire ai fatti. Giacobbe aveva dalla sua la madre disposta sempre a proteggerlo, Giuseppe perse la propria nel momento in cui ne avrebbe avuto maggiore bisogno. È sufficiente riflettere su questi dati per capire come il cammino esistenziale del figlio di Rachele fosse irto di pericoli.

I Padri tuttavia sceglievano di soffermar­si su un particolare episodio in cui la saggez­za e il dolore del giusto divennero manifesti: la tentazione della moglie di Putifarre. Tale figura, nella trama del racconto, incarnava il prototipo della donna straniera seduttrice, pa­gana e adultera, spesso condannata dalla let­teratura sapienziale biblica perché capace di traviare l’uomo dalla fede ed avviarlo su una rovinosa strada di peccato. Il libro dei Pro­verbi era appunto lì ad ammonire: “La don­na straniera ha parole seducenti, abbandona il compagno della giovinezza e dimentica l’alleanza con il suo Dio. La sua casa condu­ce verso la morte e verso il regno delle om­bre i suoi sentieri. Quanti vanno da lei non fanno ritorno, non raggiungono i sentieri della vita” (Pr 2,16-19).

Il patriarca quindi, resistendo al fasci­no dell’egiziana, veniva canonizzato qua­le modello di sapiente. Come detto sopra però, chi sceglie la sapienza trova dolore. Ed è così che Giuseppe subiva una condan­na infamante. Lui, innocente, diveniva un reietto proprio come da libero era diventato schiavo quando venne venduto dai fratelli. I Padri però insegnavano come Dio consenta sì che le sciagure piombino sul giusto ma solo perché sta preparando per lui un futuro sublime: Giuseppe incarnava allora anche il modello del sofferente prescelto dal cielo per un destino glorioso. Un tòpos già noto alla letteratura greca attraverso la figura di Fi­lottete, protagonista dell’omonima tragedia di Sofocle.

Cosa avevano in comune il Giuseppe biblico e il Filottete sofocleo? In realtà tra i due personaggi vi sono sorprendenti analo­gie, molte più di quante a prima vista non sembrino. Entrambi sono stati favoriti attra­verso un segno di elezione da personalità autorevoli: l’uno ha ricevuto da Giacobbe una tunica principesca, all’altro è stato do­nato il prodigioso arco di Eracle. Entrambi sono odiati e traditi da coloro di cui si fi­dano: come i fratelli tramano per uccidere Giuseppe, lo abbandonano nella cisterna e poi lo vendono schiavo, così i compagni congiurano contro Filottete e pensano, la­sciandolo sull’isola, di condannarlo a morte certa. Entrambi sono soprattutto uomini che conoscono la sofferenza. Al pari del giovane ebreo nella prigione, anche l’eroe greco è un innocente segnato dalle stimmate del dolore, un reietto schiacciato sotto il peso delle af­flizioni.

Ma la simmetria fra i due si rende ancor più interessante nel prosieguo delle rispetti­ve vicende. Come i fratelli tornano, sia pur inconsapevolmente, da Giuseppe perché hanno bisogno di grano per vincere la care­stia così i compagni si ripresentano da Filot­tete perché necessitano dell’arco per vincere la guerra. Essi non si immaginano però che il cielo ha predisposto per quei sofferenti uno straordinario cammino di riscatto nelle terre del loro dolore, ribaltandone la condizione. Lo schiavo ebreo è stato innalzato sul trono di Egitto, l’infelice greco è stato prescelto come trionfatore di Ilio. Al termine della tra­gedia infatti, Sofocle ci mostra Filottete che, accettando la volontà divina, si avvia, come l’eroe che più di tutti ha sofferto e ha merita­to l’immortalità, verso un destino glorioso: sbarcherà a Troia, sarà risanato dalla ferita e grazie a lui i Greci conquisteranno final­mente la città. Il reietto è divenuto l’eletto. Così vollero gli dei vanificando l’opera pre­suntuosa degli uomini. È molto significativo allora che entrambe le storie giungano alla medesima conclusione, i disegni divini sono misteriosi ma una luce è accesa: la sofferen­za non è più tristo emblema di maledizione ma segno di elezione, anticipo di gloria, por­ta spalancata alla misericordia.

Un’idea del genere era davvero un uni­cum nella produzione di un autore greco del V sec. a.C. ma risulta, per di più, in linea con le parole di Giuseppe rivolte ai fratelli che quasi chiudono la Genesi: “Non temete. Tengo io forse il posto di Dio? Se voi avevate tramato del male contro di me, Dio ha pen­sato di farlo servire a un bene” (Gn 50,19- 20).

 

di Andrea Pino

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