Abele e Noè Fidarsi di Dio

È singolare come il Novecento si apra fi­losoficamente proprio con la proclama­zione della morte di Dio di nietzschiana memoria: il superuomo descritto dal pensatore tedesco sceglieva di ritenersi or­fano.

In verità, il tema del rifiuto della pater­nità divina non è affatto un’idea del XX sec. ma era stato già indagato dai Padri della Chiesa orientali nelle loro riflessioni sulle pagine della Genesi ed in particolar modo sulle vicende di Abele e Noè.

La prima figura era spesso definita, con un tocco di elegia, “l’agnello di Cristo”. A colpire era soprattutto il destino di questo personaggio. Abele incarna in maniera esem­plare l’icona dell’innocente perseguitato. Egli venne ucciso senza aver commesso alcun male, soffrì la morte solo perché era un giu­sto. Un uomo così santo meritava forse una tale fine? Presso il popolo di Israele, secondo la Legge mosaica, venivano messi a morte gli empi. Allo stesso modo, nei primi seco­li del Cristianesimo, la Legge romana con­dannava ancora al supplizio quanti si erano resi colpevoli di azioni nefande. Abele allora, malgrado avesse un cuore puro, subì la me­desima sorte dei malvagi. Anzi il suo caso risulta ben più tragico infatti a farlo perire non fu il giudice di un qualche tribunale ma il proprio fratello.

Ci si potrebbe chiedere il motivo di tutto ciò, il perché Dio abbia lasciato che il giu­sto finisse nelle mani dell’assassino e i Pa­dri risponderebbero che fu senz’altro per ricavarne un bene superiore. Tuttavia il loro fine non era quello di concentrarsi su questi interrogativi. In fondo l’agire divino risul­ta spesso incomprensibile ed agli uomini deve bastare la certezza che Dio comunque si prende sempre cura delle sue creature. L’obiettivo dei Padri era più semplice ma non meno profondo: far scoprire come, il più del­le volte, un’esistenza dolorosa sia riservata proprio a coloro che eccellono nelle virtù e che riescono, pur tra mille eventi drammatici, a scoprirsi amati da Dio e dunque suoi figli, proprio come fu per Abele. Caino invece che aveva spalancato le porte del proprio cuore ai demoni dell’invidia e dell’ira, aveva deli­beratamente scelto la strada dell’orfananza.

In tale prospettiva è da inquadrare anche la storia di Noè, il secondo protagonista bi­blico preso in considerazione. All’epoca della patristica aurea, il IV-V sec., la vicenda noachi­ca era divenuta talmente celebre da entrare a pieno titolo nel patrimonio culturale comune di Ebrei e Cristiani. Da secoli se ne parlava e quei quattro capitoli della Genesi in cui era descritta venivano spesso riletti, approfon­diti e commentati. Il racconto dell’arca in­somma suscitava un vasto interesse. Certo, è improbabile che i Padri fossero a conoscen­za degli antichissimi miti mesopotamici af­fini alla narrazione biblica, come l’Epopea di Gilgamesh o il Poema di Atrahasis, nei cui versi gli esegeti contemporanei scorgono non po­chi punti di contatto con il testo sacro. Tut­tavia è plausibile che fossero bene informati sulle peculiarità che la figura di Noè aveva assunto nelle opere di Filone Alessandrino († 45 ca.) e Flavio Giuseppe († 100 ca.) ed in particolare come veniva presentata dalle co­munità giudaiche del loro tempo.

Esplorando la letteratura midrashica che a partire dal V sec. sarebbe fiorita negli am­bienti ebraici, si desume come la Sinagoga vedesse in Noè un giusto di caratura mino­re, soprattutto se confrontato con Abramo. Egli era sì un uomo retto ed integro, anzi l’u­nico ad essere gradito a Dio nella sua epoca, era inoltre un modello di obbedienza per il risoluto agire in conformità agli ordini celesti ricevuti, ciononostante questo personaggio, agli occhi dei rabbini, si caratterizzava per il fatto di non intervenire mai nel dialogo con Dio. In fondo i versetti della Scrittura non tramandavano alcuna sua parola. Dunque se Abramo aveva impegnato il Signore in un dibattito per scongiurare la rovina di So­doma e Gomorra, Noè invece accettò senza opporsi il decreto di condanna della sua ge­nerazione attraverso il castigo del mabul, il famoso diluvio.

Rispetto a questo scenario i Padri si po­nevano spesso in totale controtendenza ed il Noè da loro dipinto appariva ben diverso. Essi infatti erano decisamente inclini a far luce sulle innegabili sofferenze del patriar­ca. Se davvero l’intero genere umano era divenuto corrotto ed iniquo oltre ogni limi­te allora Noè si ritrovò per gran parte della vita in una condizione di estrema solitudine. Il suo cuore amava la giustizia ed anelava a Dio ma i suoi occhi erano costretti a guarda­re l’oscuro abisso di perfidia che avvolgeva ormai il mondo. Si ritrovava solo a scegliere ogni giorno di percorrere il faticoso sentiero del bene mentre tutti preferivano la larga via dell’empietà. In un contesto simile è facile immaginare quanto odio lo circondasse a motivo del suo coraggioso rifiuto di ade­guarsi alla cattiveria generale. Quando poi venne chiamato a costruire l’arca, sebbene fosse certo della propria salvezza, soffrì per il tragico destino incombente su quegli uo­mini che, resi assolutamente ciechi dal pec­cato, non si accorgevano nemmeno dell’ul­timo monito offerto loro dal cielo e, anziché ravvedersi, lo coprivano di insulti.

Se tali furono i dolori che afflissero l’ani­mo di Noè prima della catastrofe, quelli che seguirono non furono certo da meno. Nell’o­ra fatale del diluvio, le acque si riversarono sulla terra ed il mondo sembrava ripiom­bare nel nulla da cui era uscito. Il vecchio, chiuso nell’arca con la famiglia, ascoltando lo strepito dei tuoni ed il fragore della tem­pesta, capiva che un abisso si stava spalan­cando sotto i suoi piedi ed un altro precipi­tava dall’alto. Ma, proprio in quei momenti, egli si dimostrò grande nella fede perché la nave, priva di timone, era affidata alla provvi­denza celeste. Da archetipo del giusto solo e deriso, la sua figura assurgeva quindi ad emblema di fiducia in Dio, come già notava la Lettera agli Ebrei: “Per fede, Noè, avverti­to di cose che ancora non si vedevano, preso da sacro timore, costruì un’arca per la sal­vezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede” (Eb 11,7).

A questi sentimenti però non poteva non accompagnarsi un profondo senso di tristezza che raggiunse l’acme quando, ces­sata la sciagura, si schiuse la spettrale visio­ne della terra ridotta, sino all’orizzonte, ad un’immensa distesa di fango in cui erano confusi i corpi di tutti gli esseri viventi, uo­mini e bestie, come in un unico miserabile sepolcro. Gli occhi di Noè che con ribrezzo erano stati feriti nel vedere le turpi vette di malvagità raggiunte dai suoi simili, ora po­tevano scrutare gli effetti estremi di quella disgraziata scelta.

E forse è proprio questa immagine, quel­la del vegliardo protagonista della Genesi che contempla in un silenzio solenne il mon­do divenuto una sconfinata tomba, quella che i Padri sembrano raccomandare alla ri­flessione dei fedeli. Noè, pur sopportando la solitudine e lo scherno, ha deciso di fidarsi di Dio, è rimasto figlio ed è stato eletto per una vocazione di vita.

Gli uomini che, preferendo il peccato, hanno scelto il male, dichiarandosi orfani del Padre, si sono votati invece ad un fato di morte.

di Andrea Pino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto