Una grande luce nella triste elegia dell’esistenza

Nella ricchissima e variegata letteratura patristica numerose sono le opere volte a salvare l’anima del credente dalle ten­tazioni della tristezza e dell’angoscia, leggendo anche gli episodi più dolorosi del­la vita in una prospettiva di fede.

In questo panorama letterario spicca per valore l’”A Stagirio tormentato da un demo­ne” di Giovanni Crisostomo. Un testo redat­to dal grande Padre della Chiesa per aprire alla speranza cristiana l’anima dell’amico Stagirio caduta nel buio abisso della depres­sione. Al fine di raggiungere quest’obiettivo, l’autore imposta una lunga serie di riflessio­ni sui protagonisti della Scrittura che più hanno sofferto ma che, nonostante ciò, han­no saputo trovare consolazione nella fiducia in Dio. Tra le pagine più significative vi sono, senza dubbio, quelle dedicate al re Davide, il più illustre antenato, in linea biologica, del Verbo divino fattosi carne.

“Le disgrazie di Davide hanno superato ogni leggenda e ogni tragedia, tanto straor­dinarie e continue sono state le sventure che si sono abbattute sulla sua casa, mostrando­si sollecite con lui: il male fu sempre medi­cina di altro male”. Attorno a queste parole ruota l’intensa meditazione di Crisostomo dedicata al celebre re di Israele.

Le disgrazie di Davide iniziarono il gior­no stesso del suo trionfo. Dall’istante in cui conseguì, per mano di Dio, la palma della vittoria sul gigante filisteo, ecco che trovò anche un avversario ben più temibile in Saul. La vicenda di questo rapporto con­flittuale tra il monarca ormai rigettato ed il nuovo prescelto appassionò molto Criso­stomo al punto da spingerlo ad elaborare una sorta di introspezione psicologica del­la figura del protagonista. Così Giovanni ci presenta un Davide che, pur consapevole di essere odiato, riesce a mantenersi sempre leale verso la corona, offrendo testimonianza di devozione con il continuare a lottare in fa­vore di chi invece si augurava la sua rovina. Fu solo in seguito alle aperte manifestazio­ni di ostilità di Saul che il giusto decise di fuggire per salvare la vita. Malgrado la dura persecuzione scatenatagli contro egli tutta­via non odiava il re. Lo addoloravano di più gli astiosi sentimenti covati da Saul nei suoi confronti che non l’essersi ridotto a vivere come un fuorilegge.

Qualcosa di terribile però lo avrebbe per sempre segnato. Infatti, durante questa do­lorosa esperienza da fuggiasco, venne accol­to con sommo affetto e addirittura sfamato con i pani sacri dal sacerdote Achimelech. Costui pagò a caro prezzo l’atto di genero­sità compiuto perché Saul decise di condan­narlo a morte con tutta la famiglia. Saputa la triste notizia, Davide rimase sconvolto e si ritenne colpevole della sacrilega violen­za compiuta su quei leviti. Ecco come Cri­sostomo lo descrive in preda al rimorso ed all’angoscia: “Gli veniva sempre in mente la strage dei sacerdoti, e ricordando quella strage, avendo attribuito a sé stesso la causa di quel massacro avrebbe vissuto una vita più triste di ogni reo confesso. E se anche non ci fosse stato niente altro a disturbarlo, sarebbe bastato a ferire e a distruggere un’a­nima il credere di essere stato l’uccisore di tanti sacerdoti. Era snervato da questo pen­siero, che gli corrodeva l’anima notte e gior­no più di un tarlo”. Ma gli eventi stavano per precipitare. Alle falde del monte Gelboe venne scritto un sinistro capitolo dell’epica guerra contro i Filistei: l’esercito ebraico fu sbaragliato e Saul preferì il suicidio al morire trafitto dalle armi avversarie.

La conquista del potere però segnò una svolta ancor più tragica nella sua vita: da quel momento il dramma personale che lo vedrà coinvolto non sarà più causato da ostilità esterne ma dal frutto del suo stesso sangue.

Il figlio di Iesse infatti, una volta impugna­to lo scettro, entrò da vincitore in Sion ma un funesto evento occorso in quella circostanza gli fu presagio di imminenti sciagure. Con una gioiosa processione l’arca dell’Alleanza faceva il suo ingresso nella città santa. Il so­vrano, messosi alla testa del festoso corteo, suonava la cetra. Nel bel mezzo dell’esultan­za tuttavia, l’arca venne a trovarsi pericolo­samente in bilico e il soldato Uzzà, volendo sostenerla, osò toccarne un fianco. Subito morì, come folgorato. Un oscuro terrore si diffuse tra quanti avevano assistito alla scena e lo stesso Davide fu scosso da un’im­pressione profondissima.

Crisostomo sceglie questo pauroso epi­sodio come prologo alla tragedia del casato davidico. Ecco allora la sconvolgente esca­lation di tribolazioni: il primogenito Amnòn violenta la sorella Tamàr e viene ucciso per vendetta dal fratello Assalonne che giunge poi a cospirare contro il padre per impos­sessarsi del trono. Come all’epoca della sua giovinezza Davide è di nuovo costretto alla fuga. Stavolta però a perseguitarlo è il suo stesso figlio. Accompagnato da un mesto corteo di fedelissimi, l’unto del Signore, scacciato dalla propria reggia, si lascia alle spalle l’amata capitale e si avvia all’esilio, in­seguito dall’eco delle parole di maledizione scagliategli contro da Simei. È la guerra civi­le. La più inaudita di tutte le guerre, simile piuttosto ad un enigma per le sue caratte­ristiche di conflitto intrafamiliare. Il tragico scontro nella selva di Efraim si concluse con il trionfo dello schieramento rimasto fedele al monarca legittimo ma l’unico a non gioire per il successo fu proprio Davide, ferito nel più profondo per la morte del figlio.

La nazione era stata pacificata ma le inin­terrotte tragedie avevano oramai prostrato il cuore del sovrano. Crisostomo chiude il ritratto mostrandoci un Davide vecchio e af­franto, avvolto in fosche ombre di morte, che in una Gerusalemme desolata dalla carestia e dalla pestilenza, si asside per l’ultima volta al trono. La sua possente mano di pastore, che un tempo aveva brandito tanto la spada quanto lo scettro, è divenuta ora debole e scarna. Eppure essa torna ad accarezzare le corde della cetra come quando era bambina.

Cosa dunque vuole insegnare Giovanni attraverso questa lunga trattazione sull’ante­nato più illustre del Messia? È chiaro come Davide sia un grande. È grande negli epici trionfi militari come nella pietas religiosa. È grande nella nobile lealtà verso gli avversa­ri e nell’intenso amore verso coloro che gli sono cari. Anche la benedizione divina sce­sa su di lui è grande perché gli assicurerà una discendenza regale. Ma Davide si rivela grande anche in altri ambiti. Quando pecca, ad esempio, non può che peccare in grande, divenendo un ingannatore adultero omici­da. Davide è però soprattutto grande nella sofferenza. Sembra quasi che nessuno possa deporre dinanzi a Dio tanto dolore quanto lui, tant’è vero che, prossimo alla fine, è co­stretto ad ammettere a sé stesso come i mo­menti di felicità di cui abbia goduto siano stati ben pochi e, si badi bene, che il santo re non si esprimeva solo sulla propria esi­stenza ma anche su quella di qualsiasi al­tro uomo. Eppure in questo fosco universo di desolazione una luce è accesa, quella che sarebbe venuta nel mondo ad illuminare ogni uomo. Davide si addormentò nella morte volgendo gli occhi al suo villaggio natale, a Betlemme, da dove il virgulto più luminoso della radice di suo padre Iesse sarebbe un giorno spuntato.

 

di Andrea Pino

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