Abramo l’uomo dell’ascolto

Tra le figure bibliche che più hanno atti­rato l’attenzione dei Padri della Chiesa d’Oriente quella del patriarca Abramo occupa un posto di assoluta rilevanza.

Numerosi sono infatti gli scritti dedicati da Basilio Magno, Gregorio di Nissa e Gio­vanni Crisostomo al protagonista della Ge­nesi. Probabilmente le riflessioni di questi grandi del Tardoantico nascevano anche in risposta alla lettura che le fiorenti comunità giudaiche del tempo offrivano delle vicende del loro capostipite. L’Abramo che si incon­tra nelle pagine dei Padri Orientali è invece una figura grande e drammatica, una sorta di inquieto eroe su cui si abbatte un uragano di traversie, sulle quali però trionfa sempre grazie alla sua capacità di ascolto ed al suo confidare in quel Dio che gli si è rivelato.

Il patriarca di Ur è dunque un personaggio che i Padri avvertivano molto vicino. Del re­sto, come Abramo, anche loro, pur in circo­stanze personali alquanto diverse, avevano intrapreso un proprio cammino, quello di­retto alla ricerca della vita beata e della vera filosofia. Ciò spiega il forte coinvolgimento emotivo che caratterizza le loro opere in cui viene dipinta l’icona di un Abramo peren­nemente in ascolto fiducioso di Dio pur tra tante sofferenze.

Come è accostata allora la celebre figura biblica? In principio l’obiettivo si sofferma sui tanti anni trascorsi dal patriarca in Meso­potamia. Ma dura appena un attimo perché si ammette presto che di questo tempo non si conoscono notizie sicure anche se è lecito immaginare che quella di Abramo non sia stata un’esistenza semplice. Con tutta proba­bilità era il solo giusto in mezzo a molti ini­qui. Premesso ciò l’attenzione si sposta sul famoso viaggio. La Genesi racconta come egli abbia prontamente ubbidito al coman­do divino, tuttavia è importante considerare anche come la meta dell’itinerario, all’inizio, non gli fu palesata. Abramo dunque, stando ai Padri, si mise in cammino disponendo l’a­nimo all’idea di dover attraversare tutta la ter­ra, di spingersi sino ai confini del mondo ed è proprio questo suo essere risoluto a compie­re, tra tanta incertezza, quanto Dio gli aveva chiesto, a renderlo un uomo eccelso.

E non è che nel suo cuore non si agitas­sero inquietudini. È un Abramo che sembra muoversi in uno scenario da Odissea ma con dei tratti che gli sono peculiari.

Nel poema omerico a dominare era l’infi­nità del mare, nelle pagine patristiche risalta la vastità della terra. L’eroe greco soffriva tante peripezie perché vittima del fato o dei numi avversi, la sua grandezza era titanica nel fronteggiare, da semplice uomo, le su­periori potenze divine. L’eroe biblico soffre tante prove ma in un modo completamente di­verso: sa che il suo dolore è un ingrediente di un disegno divino in cui avere totale fiducia, il suo essere titanico si rivela allora nell’af­frontare le angosce e le paure, tipiche di un semplice uomo, alla luce dell’ascolto delle promesse divine. Il girovagare di Odisseo per il Mediterraneo, pur caratterizzato dalla febbrile passione per la scoperta dell’ignoto, aveva come fine il ritorno alla propria terra, il ricongiungersi con le radici mai dimenti­cate. Il viaggiare di Abramo per le contrade d’Oriente, pur contraddistinto da un’accet­tazione dell’ignoto colma di speranza, ha come fine il raggiungimento di una terra sconosciuta, mai vista né vissuta in prece­denza ma che diventerà la propria perché è lì che si affonderanno le radici.

Quello del patriarca è però anche un cam­mino dove la crudele realtà di non aver gene­rato un figlio rappresentava la spina più acu­ta e per giunta perenne, un viaggio nel buio che è possibile affrontare solo con il chiarore dell’ascolto delle promesse divine. Secondo i Padri infatti il dolore causato dall’assenza di un erede era, nella vita di Abramo, non solo il più cocente ma anche il più antico perché penetratogli nel cuore sin dal giorno del matrimonio, se non ancora prima. Ma non basta. Nel riflettere sugli episodi che portarono quel giusto alla sospirata meta dell’essere padre, essi scoprivano un dato molto inquietante, almeno a rigor di logica umana: Dio permise che il patriarca bevesse dal triste calice dell’amarezza anche in quei pochi momenti in cui avrebbe dovuto brin­dare alla sua gioia. Così la venuta al mondo di Ismaele fu turbata dal rancore e dalla ge­losia di Sara nei confronti della schiava che ne era madre e che lei stessa aveva spinto tra le braccia del marito. La visita, alle querce di Mamre, dei tre misteriosi personaggi che annunciarono il bambino promesso da Dio, venne offuscata dalla spaventosa visione delle rovine fumanti di Sodoma e Gomorra, per la salvezza delle quali il santo aveva pro­vato ad intercedere. Addirittura un motivo di assoluto giubilo come la nascita di Isacco fu velato dal dolore perché Abramo si vide co­stretto ad espellere dall’accampamento Agar ed il figlio avuto in precedenza da lei. E non si trattò di una scelta facile. Ismaele infatti go­deva dell’amore del padre come se fosse un figlio pienamente legittimo. Per Abramo, del resto, non aveva alcuna importanza il fatto che a partorirlo fosse stata un’ancella. Egli non si sarebbe mai piegato alle richieste del­la moglie. A spingerlo ad allontanare da sé il primogenito fu un preciso ordine celeste e, malgrado soffrisse in maniera indicibile, non osò opporsi alla volontà divina, dimo­strando una volta in più l’assoluta ubbidien­za che lo caratterizzava.

E tuttavia non fu questo l’apogeo delle pene. Abramo si rivelò eccelso nell’ascolto di Dio e nell’ergersi sul proprio animo dila­cerato dal dolore nell’ultima tappa dell’iti­nerario di fede che aveva intrapreso, quella dove le tenebre si fecero più terribili e l’ap­prodo più luminoso: il sacrificio di Isacco.

Nell’epoca aurea della patristica, il sacri­ficio di Isacco sul monte Moria prefigurava quello di Gesù sul Golgota. Certo, Isacco sarà salvato e la prova finale, quella più vertigi­nosa che il giusto sia mai stato chiamato ad affrontare, sarà superata. Tuttavia non c’è lieto fine perché la triste costante della vita del patriarca si ripropone: ogni gioia per lui deve essere screziata da un lutto, a morire è l’amata moglie Sara. Un ulteriore tributo di sofferenza richiesto all’eroe biblico.

In definitiva, i Padri hanno avuto, con i loro scritti, l’innegabile merito di averci restituito un Abramo vivo ed attualissimo: leggendo le loro pagine sembra quasi di vederlo quel santo vecchio, con la sua avita calvizie, la pelle abbronzata dal sole dei deserti, la mano robusta e rugosa che non esitò a stringere il coltello del sacrificio, lo sguardo aggrottato e tormentato dalle ripetute angosce che dovet­te sopportare.

Se il patriarca riuscì a scoprire il senso dei propri mali e trovò sollievo continuan­do sempre ad ascoltare la voce divina ed a credere nel suo amore, anche i cristiani pos­sono fare altrettanto in qualsiasi prova del­la propria esistenza. E come Abramo venne gratificato con l’onore dell’Alleanza, un pre­mio tanto prezioso da far dimenticare ogni affanno, anche essi potranno attendersi una ricompensa se solo riuscirà a resistere alla tentazione dell’inquietudine continuando a porgere orecchio alla Parola di Dio.


di Andrea Pino

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