Ricchezza e povertà nei Padri

La storia del Cristianesimo, per diversi aspetti, è un tutt’uno con la storia della povertà. Non è infatti un paradosso af­fermare che è stato proprio il Cristiane­simo ad “inventare” la povertà, nel senso di averla scoperta e fatto convergere su di essa l’attenzione della cultura umana e delle coscienze in generale, di averne anche evi­denziato le antinomie: da un lato la povertà come male sociale da contrastare per quanto possibile e magari sconfiggere, dall’altro la povertà intesa però come scelta volontaria di vita. Si può dire che una parte importante del tesoro del Cristianesimo si condensi nella duplice espressione: seguire il Cristo povero e riconoscere il Cristo nel povero da soccor­rere.

La “cura dei poveri”, messa in atto dalla Chiesa antica, non deve essere allora con­siderata come un fenomeno scontato né una naturale conseguenza del processo di evangelizzazione del mondo greco-romano. La cura che la Chiesa riservava ai poveri si presentava agli occhi dei pagani come un fatto del tutto nuovo, pressoché sconosciu­to nella loro società. Nel mondo classico vigeva al massimo la prassi delle donazio­ni alla comunità pubblica da parte di ricchi cittadini, che in tal modo contribuivano a migliorare le condizioni generali della pro­pria città e diventavano oggetto di pubblica stima e ammirazione. Ma non era neppure concepita una politica di aiuto alle categorie più basse e disagiate del corpo sociale anzi, stando alla letteratura latina dei primi secoli (si pensi ad esempio al Satyricon di Petronio Arbitro) si può riconoscere tranquillamente come i membri delle plebi urbane assurges­sero al rango di protagonisti solo in circo­stanze ridicole e grottesche. “L’amore per i poveri”, osserva lo storico irlandese Peter Brown, “non si sviluppò dunque in maniera naturale dagli ideali di beneficienza pubblica che avevano dominato le menti e determinato le azioni dei pubblici benefattori ai tempi dei Greci e dei Romani”.

Certo, nel mondo ebraico, le cose andava­no un po’ diversamente. Anche qui le caste sociali erano ben definite, c’erano dunque i ceti più agiati, la classe media e gli strati più poveri. Ma vi erano anche le Scritture, soprattutto i libri profetici, che denunciava­no come male agli occhi di Dio l’indebita ap­propriazione delle ricchezze, la corruzione e l’ingiustizia ai danni dei deboli. La Chiesa di fatto raccolse tali idee, le fece proprie inte­grandole nel suo magistero ma, al contempo, ben riconoscendo come esse, benché impor­tanti, fossero solo un corollario al messaggio cristiano. Ciò si vede chiaramente nell’isti­tuzione della diaconia, così com’è raccontata dal libro degli Atti.

L’amore verso i poveri, inteso come una prassi di vita nata e praticata all’interno della comunità ecclesiale, era tuttavia desti­nato a diventare una categoria culturale an­che fuori dalla Chiesa e avrebbe permeato il tessuto della società tardo antica. Grazie poi agli effetti dell’azione caritativa della Chiesa, si ridimensionò di fatto il divario tra i diversi strati della popolazione all’inter­no dell’Impero Romano. In questo scenario ancora in divenire si inserirono i Padri della Chiesa che, attraverso una costante e appas­sionata predicazione, inducevano non pochi ricchi ad avere cura di chi era in miseria.

Tali premesse spiegano il perché la let­teratura patristica ci appaia costellata da un’enorme quantità di testi, come omelie, scritti esegetici o anche trattati, che affronta­no il rapporto povertà-ricchezza. La Chiesa antica offre così un insegnamento alquan­to esaustivo in materia di giustizia sociale. Ogni autore cristiano riprende i nuclei essen­ziali della tradizione biblica e della tradizione patristica precedente e rielabora la materia aggiungendovi degli elementi che rispecchia­no la contingenza storico-sociale del momen­to e quelli che contraddistinguono la propria personalità spirituale, guardando sempre alle intrinseche esigenze della fede cristiana.

Così Clemente Alessandrino (150-215) dopo aver messo in guardia i cristiani dal pericolo della ricchezza governata nella malvagità nel Pedagogo ed aver chiarito, ne­gli Stromati, come Dio non vieti di essere ricchi in sé ma di esserlo insaziabilmente ed attraverso l’ingiustizia, giunse a formulare il Quis dives salvetur?, un’intera opera dedicata al commento del celebre episodio evangelico del giovane ricco che, pur avendo osservato da sempre la legge divina, rifiutò l’invito di Cristo di liberarsi dei propri beni e seguirlo.

Per la prima volta nella storia della Chie­sa si affrontava in maniera approfondita il problema di quale rapporto i fedeli dovesse­ro stabilire con le ricchezze terrene. Per Cle­mente, in definitiva, il possesso dei beni non era un male in sé stesso ma poteva diventarlo solo legandosi troppo ad essi.

Non fu di questo parere invece il grande Origene (185-254) che, nel suo Commento a Matteo, si disse invece convinto dell’assoluta incompatibilità tra l’avere ricchezze e l’amo­re verso il prossimo.

Per il vescovo di Cartagine Cipriano (†258) poi una delle cause per cui molti cri­stiani erano stati colti impreparati dalle per­secuzioni romane era rappresentata dalla preoccupazione eccessiva per i propri averi, sentimento che aveva reso questi credenti molto poveri nella fede.

Anche Gregorio Nazianzeno (329-390) si inseriva in tale ottica ricordando, nei suoi Discorsi, come il non sprecare ed il donare ai miseri, oltre che rispondere all’esigenza dell’imitazione della bontà divina, doveva essere incoraggiato dalla stessa precarietà dei beni terreni verso i quali il cristiano non ha da riporre alcuna sicurezza.

Basilio Magno (329-379), nella sua opera In divites, formulava un pensiero ancora più articolato: non si può affermare di amare il proprio prossimo e al contempo possedere più del proprio prossimo, di conseguenza per poter godere un giorno dei beni celesti, i ricchi sono ora chiamati a condividere quelli terreni.

Tuttavia, gli autentici campioni in tale ambito di insegnamento furono Crisostomo (349-407) e Ambrogio (339-396). Il primo, au­tore dei celebri Discorsi sul povero Lazzaro, denunciò in maniera tanto veemente le con­dizioni delle periferie esistenziali della nativa Antiochia tanto da portare il noto filosofo rus­so Nikolaj Berdjaev ad affermare scherzosa­mente che dinanzi al Crisostomo fustigatore implacabile, con la sua feroce verve, dei so­prusi dei potenti, Marx altro non sarebbe che un novellino. Ad Ambrogio invece si deve la stesura dell’opera più completa e più saga­ce sul tema del cattivo uso delle ricchezze, il De Nabuthae. In essa, il vescovo di Milano, traendo spunto dal triste episodio biblico della vigna di Nabot, espone la sua convin­zione di come la ricchezza possa facilmente trasformarsi in avidità, in prepotenza ed op­pressione.

La riflessione cristiana sulla povertà non si arrestò comunque con l’epoca patristica ma continuò ad elaborare nuovi ed importanti capitoli nel Medioevo (Tommaso d’Aquino e Antonio da Padova) per giungere poi nel pieno della civiltà moderna: da questo fer­tilissimo terreno avrebbe tratto linfa l’intera dottrina sociale cattolica novecentesca che ha avuto in Leone XIII il suo iniziatore.

di Andrea Pino

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