Le città di Andria e il suo vessillo di sangue

L’immagine dell’Ecce Homo, del Cristo coronato di spine, è forse, tra le scene dell’intero ciclo della Passione, quella che più si è impressa nell’animo della devozione popolare cattolica.

C’è in quella pagina evangelica che de­scrive l’evento qualcosa di concreto, di tan­gibile che sembra rimandare ad una diretta memoria visiva da parte di chi fu davvero presente, in quei terribili momenti, al Lito­stroto di Gerusalemme e vide, con i propri occhi, il Nazareno flagellato, rivestito di porpora e con una canna nella destra.

Nel racconto giovanneo, quello che viene ascoltato dai fedeli nella liturgia del Venerdì Santo, l’episodio dell’incoronazione di spine assume poi una centralità teologica decisiva: è la rivelazione perfetta di Gesù come Messia sofferente, il compiersi delle antiche profezie di Isaia sul Servo di Jahvè, e la folla che di­leggia e disprezza questo Cristo così inam­missibile per le proprie aspettative, dichiara, senza saperlo, l’autenticità del suo essere re. La scena è narrata dall’evangelista non tanto per commuovere il credente, metten­dogli dinanzi una situazione acerbissima e densa di patetismo, ma più che altro per manifestare il piano divino. Gesù è rivestito di un mantello scarlatto, che rimanda inevi­tabilmente al manto sacerdotale, stringe una rozza canna di Palestina per scettro ed è in­coronato con un funesto diadema di spine. Attraverso la parodia che mettono in atto, i soldati di Pilato, in maniera inconsapevole, affermano ciò che Gesù è realmente: è l’uo­mo dei dolori che ben conosce il patire, il reietto delle nazioni, che Dio però innalza come salvatore.

Solo con la fede si riesce a vedere dietro questo evento un’epifania: per chi non crede, al massimo è consentito un sentimento di pietà verso il condannato ma, per i cristiani, quell’immagine è l’icona del sommo sacerdo­te eterno, come è ben spiegato dalla Lettera agli Ebrei. Da allora in poi saranno sudditi di questo re, non di Cesare come invece af­ferma Caifa (“Non abbiamo altro re che Ce­sare”) tradendo di fatto l’intera visione ve­terotestamentaria, secondo la quale l’unico sovrano del popolo eletto rimane Dio stesso. Per questo monarca i cristiani doneranno il proprio sangue.

Ma perché Gesù fu coronato di spine? La derisione cui fu sottoposto il Nazareno ha diversi paralleli nel mondo antico. Già Filone Alessandrino (†50) racconta come la plebe di Alessandria inscenò una cerimonia buffonesca del genere, rivestendo di una stuoia un povero minorato mentale di nome Karaba, mettendogli in capo dei virgulti fioriti a forma di diadema e tra le mani una canna di papiro come scettro per render­gli quindi omaggio chiamandolo signore. Mentre un papiro egizio descrive l’analoga proclamazione di un “re buffone” in seguito alla sollevazione ebraica, avvenuta sempre nella metropoli dell’Africa mediterranea tra il 115 ed il 117, cui prese parte anche il governatore romano locale. La cosa era in­somma l’imitazione di comuni pantomime. Quanto fosse poi popolare tra i legionari di stanza a Gerusalemme, per lo più mercenari siriani, la tradizione di tali sceneggiate sa­diche e burlesche, lo rivelano anche le cro­nache dello storico ebreo-romano Giuseppe Flavio (†100) che la definiva “gioco del bàsi­leus”. L’episodio della coronazione di spine è dunque perfettamente coerente con il tipico trattamento che i soldati riservavano ai con­dannati al patibolo, coloro nel cui numero an­che Gesù sarebbe stato annoverato.

Si può comprendere, dunque, come in­torno alla corona portata dal Cristo il Vener­dì Santo, sia fiorita nel corso dei secoli un’in­tensa venerazione. E in effetti le spine oggi conosciute di quel terribile e sacro diadema sono tantissime.

Da una prima indagine condotta da Charles Rohault de Fleury (1801-1875) nel XIX sec., che ne enumerava circa 200, si è giunti alle ben 2283 (delle quali 995 nella sola Italia) censite dallo studioso Antonio Menna in tutto il mondo. Ragionevolmente troppe, anche se pare accertato che quella imposta al Salvatore non fu una semplice corona ma piuttosto una sorta di casco costituito da fit­ti rami spinosi fissati in un fascio di giunchi. Tuttavia, non c’è da scandalizzarsi di fronte ad un così alto numero di “sacre spine” ve­nerate dalla Cristianità. Fin dall’Alto Medioevo molte reliquie venivano prodotte ex con­ctactu, cioè ponendole a contatto con quelle autentiche, per riceverne la forza portentosa e tale pratica ha prodotto una crescita espo­nenziale di esse. Tra le tante però una ha delle caratteristiche del tutto particolari, è la Sacra Spina di Andria, di cui mons. Di Donna (1901- 1952), membro illustre dell’Ordine Trinitario, fu fervido devoto.

Come ricorda la storica Nicoletta De Matthaeis, questa misteriosa spina giunse in Puglia nel 1308. Si trattava di un dono della principessa Beatrice d’Angiò, figlia di Carlo II d’Angiò e sposa prima di Azzo VIII d’Este e poi, rimasta vedova, di Bertrando del Bal­zo, duca di Andria. La reliquia apparteneva dunque alla casa reale francese e, presumi­bilmente, faceva parte dell’intera corona di spine che il re san Luigi IX (1214-1270) ave­va ricevuto nel 1239 dall’imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II (1217-1273) e deposto nella Sainte Chapelle di Parigi.

L’importanza della Sacra Spina andriese risiede in un suo strano fenomeno osservato per la prima volta, in maniera documentata, nel 1633, sotto l’episcopato del frate minore Felice Franceschini, ma comunque attesta­to anche in epoca più remota: è alta circa quattro dita, di colore cenerognolo e presen­ta sulla superficie diverse macchie di color violaceo che sembrano ravvivarsi, assumen­do un aspetto sanguigno, ogni qual volta il Venerdì Santo coincide con la festa dell’An­nunciazione, il 25 marzo. Da notare che, la coincidenza liturgica dei due misteri, oltreché molto rara, porta la Chiesa a celebrare nel me­desimo giorno il concepimento del Salvatore e il suo sacrificio al Calvario.

Il singolare fenomeno si verificò anche nel 1644 ed ebbe per testimone il nuovo vescovo, Ascanio Cassiani, che fece ritrarre l’evento in un affresco nel coro della catte­drale, oggi purtroppo scomparso. Da quel momento il miracolo si sarebbe puntual­mente ripetuto nel corso del XVIII sec., sino a quando, nel Sabato Santo del 1799, le ar­mate rivoluzionarie francesi del generale Broussier saccheggiarono quanto si poteva dal tesoro del duomo. Della Sacra Spina se ne persero le tracce per circa quarant’anni. Solo nel 1837 si riuscì ad individuarla e ci volle tutto l’acume e la perspicacia del futu­ro cardinale Giuseppe Cosenza (1788-1863) perché fosse restituita all’amore dei devoti andriesi.

L’ultimo caso, piuttosto recente perché avvenuto nel 2005, ha contribuito a diffondere a livello nazionale la fama della Sacra Spina, facendo sorgere una sincera voglia di indagi­ne sulla reliquia nell’animo di diversi studiosi. In questo 2016 ricade la coincidenza fatidica del 25 marzo che, tra l’altro, non tornerà più a verificarsi sino al 2157. Aldilà del prodigio, la Spina che è passata tra le traversie dei se­coli e delle vicende umane dimostra già il valore salvifico eterno del sacrificio pasqua­le di Cristo.

 

di Andrea Pino

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