Jezu, Ufam Tobie

“Dipingi un’immagine secondo il mo­dello che vedi, con la scritta: Gesù, confido in Te”. Queste parole rappre­sentano il culmine di una tra le più in­tense pagine del Diario redatto dalla mistica polacca Faustina Kowalska (1905-1938).

Parole da cui avrebbe tratto origine l’or­mai consolidato culto cattolico della Divina Misericordia e soprattutto la venerazione dell’iconografia che ad essa si accompagna.

La figura del Cristo in candida veste con­tornata di luce, che emerge da uno sfondo scuro, con la destra levata e due raggi che si sprigionano dal petto (l’uno bianco e l’altro rosso, a ricordare l’acqua e il sangue sgorgati dalla ferita al costato di giovannea memoria e, idealmente, anche i colori del vessillo polac­co) non è la semplice rappresentazione arti­stica delle visioni che suor Faustina dichiarò di aver avuto ma molto di più. Del resto non sembra iperbolico affermare come essa sia divenuta, nell’arco di qualche decennio, l’immagine del Salvatore più nota al mon­do. A suscitare una tale, universale, diffusio­ne e garantirne le fortune ha contribuito, in maniera determinante, il lungo pontificato di Giovanni Paolo II. Il cardinale Wojtyla in­fatti, fin dai tempi in cui ricopriva la carica di vescovo ausiliare di Cracovia, riteneva degne di fede le rivelazioni private di cui era stata protagonista la sua compatriota e, una volta eletto al soglio di Pietro, non esi­tò a beatificare (1993) e canonizzare (2000) la giovane religiosa nonché a dedicare una profonda enciclica, la Dives in Misericordia (1980), alla causa di cui era stata apostola.

Il culto della Divina Misericordia, veicola­to dalla preghiera litanica che la stessa san­ta Faustina ricevette dal cielo durante le sue visioni, è divenuto così uno dei motivi de­vozionali più riconoscibili del Cattolicesimo odierno. Tuttavia, al di là della chiara bel­lezza e dell’innegabile ricchezza del tema, non mancano degli aspetti problematici, soprattutto con l’Oriente cristiano. In totale armonia con lo spirito del Concilio di Cal­cedonia (451) in cui venne definito il dogma della doppia natura nell’unica persona del Redentore, l’Ortodossia ha infatti sempre mantenuto un senso globale nell’adorazio­ne del Cristo, volendo offrire al Figlio un culto unico, diretto tanto alla sua divinità quanto alla sua umanità. Anche oggi dunque i cristiani d’Oriente tendono a guardare con diffidenza ed a rifuggire da forme cultuali che abbiano come oggetto qualche parte distinta dell’essere di Gesù o una soltanto delle sue nature separata dall’altra. L’esempio più cla­moroso di tali forme di culto giudicate, dal mondo ortodosso, “in controtendenza” con gli antichi dettami calcedonesi è individua­to proprio nelle devozioni cattolico-romane del Sacro Cuore (sviluppatasi alla fine del XVII sec. dalle rivelazioni della mistica fran­cese Margherita Maria Alacoque) e della Di­vina Misericordia, intesa come una naturale evoluzione della precedente.

Anche se per “cuore” si intende l’ardente amore del Salvatore per gli uomini, secon­do l’Ortodossia non esisterebbe, nella Sa­cra Scrittura e nella Tradizione patristica, l’usanza di adorare l’amore di Dio o la sua sapienza, provvidenza, santità o altri suoi attributi, come appunto la misericordia, in maniera esclusiva o separata, tanto meno usando per emblema una parte del corpo del Verbo fattosi carne. In definitiva, la pre­ghiera devozionale tanto amata da santa Faustina e Giovanni Paolo II è divenuta un ulteriore ambito di confronto tra la Chiesa Romana e l’Oriente bizantino.

Forse però, più che il dibattito teologico in corso sul suo autentico valore, a garantirne la provenienza celeste è il considerare l’av­venturosa storia dell’immagine attraverso cui si è propagata. Non tutti lo sanno ma l’ico­nografia del Gesù Misericordioso, così come oggi è conosciuta e proposta alla venerazione dei fedeli, non corrisponde all’originale voluto dalla mistica polacca. Il prototipo del Cristo con i due simbolici raggi fu infatti realizza­to a Vilnius, nell’attuale Lituania, dall’artista Eugeniusz Kazimirowski, su richiesta del Beato Michał Sopoćko (1888-1975), direttore spirituale di suor Faustina. Il pittore impie­gò circa sei mesi per completare l’opera e lo fece sotto il continuo controllo del sacerdote e della religiosa. A quanto pare, la giovane santa si dimostrò particolarmente esigente, ordinando diverse correzioni e aggiunte di dettagli, al fine di rendere l’immagine quanto più possibile fedele alla propria visione. Una volta ultimata, l’opera (che riscosse l’appro­vazione del vescovo locale, Mons. Romuald Jałbrzykowski) venne collocata nella chiesa di San Michele della medesima città, dove lo stesso Sopoćko era parroco, nell’aprile del 1937. Suor Faustina sarebbe transitata al cielo qualche mese dopo ma il dipinto poté essere venerato pubblicamente, come aveva desiderato, solo per poco più di un decen­nio. Ben presto il comunismo assunse i pie­ni poteri nelle terre dell’Est e la parrocchia dedicata al principe delle milizie angeliche venne chiusa dal regime. La tela fu però sal­vata da alcune devote e tenuta nascosta sino al 1956, quando un amico di don Sopoćko, padre Józef Grasewicz, riuscì ad ottenerla ed a portarla con sé in una chiesa di Nowa Ruda, in Polonia, custodendola per circa un trentennio. Nel 1970 tuttavia il governo comunista ordinò la soppressione anche di questo luogo di culto, trasformandolo in un magazzino: il prezioso dipinto rimase così incustodito e dimenticato, appeso su una delle pareti dell’ex-parrocchia. Chi invece non dimenticò mai il Cristo descritto dalla sua figlia spirituale fu don Sopoćko. Egli si prodigò a lungo al fine di riavere l’opera ma purtroppo morì senza realizzare questo de­siderio. Solo nel 1982, quando Giovanni Pa­olo II era già stato eletto pontefice, il dipinto venne di fatto trafugato e riportato a Vilnius in gran segreto (per timore che venisse re­quisito nel corso del viaggio dalle autorità comuniste) dove ricomparve nel santuario della Porta dell’Aurora.

Negli anni successivi, complice anche il crollo dei governi di matrice atea totalitari­sta, l’immagine divenne sempre più nota ai fedeli e subì diversi restauri che ne alteraro­no la fisionomia. Nel 2009 è stato comunque riportato ai suoi caratteri originali dall’arti­sta Edyta Hankowska Czerwińska ed oggi è affidato alle suore della Congregazione di Gesù Misericordioso.

L’immagine che oggi è universalmente conosciuta come Cristo Misericordioso risa­le invece al 1943 ed è opera della tavolozza di Adolf Hyla. Suo intento era quello di re­alizzare una copia dell’originale di Kazimi­rowski per offrirlo come personale ex-voto. Tuttavia il risultato fu di fatto una nuova versione iconografica, condizionata forse dai suggerimenti di don Józef Andrasz, il se­condo confessore di santa Faustina.

Viste le peripezie del prototipo, l’opera di Adolf Hyla fu però provvidenziale al fine di custodire l’eredità spirituale della mistica polacca nella storia tormentata del Nove­cento.

 

di Andrea Pino

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