Il segreto del Santo ‘terribile’

Seicento anni dalla nascita di uno dei san­ti più amati e, stando ad una ben conso­lidata tradizione agiografica, anche più temuti della storia del Cattolicesimo, Francesco da Paola (1416-1507). E subito il pensiero corre all’altro Francesco, l’omoni­mo medievale. Del resto, che vi sia un lega­me profondo tra queste due sublimi figure è innegabile e non solo perché l’uno ereditò il nome dell’altro. Infatti, i vagiti che il 27 Marzo 1416 ruppero il silenzio della sperduta ed umi­lissima contrada calabrese in cui vivevano i coniugi Giacomo d’Alessio, detto “Martolilla”, e Vienna da Fuscaldo, furono giudicati come un vero miracolo del santo umbro, cui i neo­genitori, ormai in età avanzata, si erano rivolti per chiedere la grazia di un figlio. Di più, il piccolo appena cresciuto fu votato dalla ma­dre a vestire per un anno il saio del Poverello e da adolescente venne condotto, attraverso un lungo pellegrinaggio, sino ad Assisi, in segno di gratitudine. Non è poi un caso che i seguaci dell’eremita della Sila abbiano as­sunto il significativo nome di Minimi, quasi un’eco del Minores, con cui venivano indicati i figli dello stigmatizzato della Verna

Ma l’aspetto più sorprendente del santo di Paola resta l’assoluta armonia della sua vicenda esistenziale con il monachesimo primitivo: Francesco è come un seme di que­sto straordinario fenomeno della storia della Chiesa antica, germogliato però in pieno Ri­nascimento. E stavolta il pensiero corre ad Antonio il grande, la millenaria quercia del monachesimo cristiano, alla cui fresca om­bra, come robusti ulivi, tutti gli altri padri sarebbero fioriti. Anzi, tra Antonio e Fran­cesco sembra esserci, nascosto dietro il velo delle loro differenti esistenze e nonostan­te gli svariati secoli di distanza, un legame molto intimo. L’uno trovò un fertilissimo terreno spirituale nella sabbia ocra del de­serto egiziano, l’altro trasse linfa per le pro­prie radici dalla dura roccia dei selvaggi monti calabresi. Entrambi sperimentarono ogni forma di tentazione demoniaca e furono chiamati a lottare contro spiriti maligni.

Antonio ruppe il suo isolamento e soccor­se la Chiesa di Alessandria che gli era madre quando la seppe esposta al pericolo dell’e­resia. Francesco pose fine alla propria espe­rienza eremitica quando dalla sede romana gli fu richiesto di intraprendere l’inaspettato viaggio che lo avrebbe condotto sin nel cuore d’Europa, alla corte del re di Francia Luigi XI, dove trascorse l’ultimo scorcio della sua vita. Qualcosa dell’infuocato sole orientale, che era stato il più fedele testimone delle altez­ze a cui Antonio era salito, doveva brillare anche nello sguardo di Francesco. Sguardo che, come assicura il prof. Giovanni Sole, da sempre affascinato dal suo famoso con­terraneo tanto da dedicargli non pochi stu­di nonché l’acuta pellicola Francisco de Paula del ‘92, aveva qualcosa di fiero e terribile: due pupille ardenti e leonine con una barba ispida e bianchissima dovevano spuntare da sotto il cappuccio bruno.

Ma se Antonio è il santo del fuoco, Fran­cesco è invece quello dell’acqua. Meglio an­cora se salata. Quando Pio XII nel 1943, con il breve apostolico Quod Sanctorum Patrona­tus, lo dichiarò solennemente celeste patro­no della gente di mare italiana non fece che ungere con il crisma dell’ufficialità una de­vozione ormai radicata, addirittura secolare. Essa rimontava già all’epoca del processo di canonizzazione quando alcuni testimoni riferirono l’episodio destinato a divenire il più noto e meraviglioso di cui fu protago­nista l’asceta paolano. Giunto nei pressi di Reggio, Francesco chiese ad un barcaiolo la carità di essere traghettato in Sicilia e, al rifiu­to oppostogli, avrebbe attraversato lo Stret­to di Messina valendosi del proprio mantello come zattera. Il racconto di questo prodigio si impresse a tal punto nell’immaginario collettivo tanto da avere una notevole for­tuna iconografica e di fatto veicolò il culto dell’eremita negli ambienti marinari di tutta la penisola. Una prova inequivocabile è of­ferta dalla penna di Giovanni Verga che, in un drammatico capitolo de I Malavoglia, im­magina lo scampato naufragio della Prov­videnza, la celebre barca di padron ‘Ntoni, grazie all’intervento del santo calabrese che i pescatori di Aci Trezza, disperati, avevano invocato. Nella religiosità popolare insomma bastò poco perché Francesco affiancasse l’altro grande e ben più antico santo marinaro della Chiesa, anche se legato al mondo greco-bizantino, Nicola di Mira.

Ciononostante il nome dell’anacoreta del profondo sud non riecheggiò solo nel Me­diterraneo. Acque ben più vaste e stermi­nate lo avrebbero udito, quelle dell’Atlan­tico. Stando infatti alle suggestive ricerche condotte dal prof. Giuseppe Pisano sarebbe innegabile una relazione tra Francesco da Paola e le spedizioni di Cristoforo Colombo (1451-1506) allo scoperta del Nuovo Con­tinente. Come si sa, i due personaggi sono contemporanei ed è altresì accertata la pre­senza di marinai calabresi nell’equipaggio del grande ammiraglio ligure, un uomo (è bene ricordarlo) religiosissimo, al punto da essere candidato alla beatificazione ai tempi di Leone XIII. Il dato più significativo è però un altro: il primo religioso ad imbarcarsi per l’America al seguito di Colombo fu Bernar­do Boyl, un membro dell’ordine dei Minimi, investito dallo stesso Paolano della carica di vicario generale per la Spagna e diplomati­co di fiducia dei reali iberici. È facile allora immaginare come Francesco abbia potuto avere un qualche ruolo in quegli eventi.

Nondimeno questo suo essere presen­te nella storia è dimostrato da due episodi che ebbero un’amplissima eco e che, guar­da caso, sono rievocati più di una volta ne­gli scritti di Colombo: l’eccidio di Otranto del 1480 e la resa di Granada nel 1492. Il primo venne preannunciato con largo anticipo dal santo ed il martirio della gloriosa città salentina costituì l’incipit dell’aggressione islamica all’Europa dopo la tragica caduta di Costantinopoli. Nel secondo, che segnò il compiersi della Reconquista cristiana nella penisola iberica, Francesco fu ancor più pro­tagonista. Si narra infatti come i monarchi cattolici, Ferdinando ed Isabella, stessero per rinunciare all’impresa ma due inviati dell’e­remita li spinsero a non desistere. Fu così che il difficile assedio del reame moresco si risolse in un trionfo. Per chiarezza, è bene evidenziare come l’asceta calabrese non era affatto contrario all’idea della crociata, alla pena di morte o alla dottrina della vendetta divina. Lo stesso abito adottato dal suo ordi­ne, con la cocolla che copriva le spalle ed il petto, era fatto per richiamare alla mente la corazza del cavaliere medievale e simboleg­giare l’eroicità dello spirito.

L’esserci di Francesco nelle vicende eu­ropee continuò ben oltre la morte, avvenuta a Tours il Venerdì Santo del 1507. A conce­dergli l’aureola, ad appena dodici anni dal transito, fu Leone X, figlio di Lorenzo il Magnifico, sotto il cui pontificato ebbe ini­zio lo scisma luterano. E furono proprio i protestanti francesi a profanarne il sepolcro e dandolo alle fiamme. Così andò perduto un inestimabile tesoro affettivo per i devoti che tuttavia, a sei secoli di distanza, restano certi che nulla, nemmeno questo infausto episodio, possa scalfire la tempra del santo terribile.

 

di Andrea Pino

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