Bernardino Realino riscoperto

Quattrocentottanta miglia separano, in linea d’aria, Carpi da Lecce. Tuttavia, ad unire le due città in quest’anno è il quarto centenario del transito di San Bernardino Realino (1530-1616).

Entrambe giungono alla ricorrenza in un momento delicato. La prima cerca di rina­scere dopo l’infausto terremoto del 2012 che ha deturpato alcuni tra i suoi più simbolici monumenti. La seconda lotta contro la terri­bile piaga della Xylella, capace di ferire quel patrimonio di ulivi secolari che costituisco­no l’emblema del proprio territorio. Ma, pur affrontando tali problematiche, non manca la gioia di riscoprire una figura affascinante su cui per troppo tempo si è stesa una fitta col­tre di oblio. Bisogna ammetterlo, la storia del Cristianesimo è ricca di fantasia, soprattutto quando si declina nelle realtà locali. Non c’è da stupirsi allora se il figlio più insigne di una comunità emiliana sia stato chiamato dalla Provvidenza ad essere padre per il ca­poluogo salentino.

Quello che desta meraviglia è invece il modo in cui ciò avvenne. Era il 2 Luglio 1616, un sabato e, secondo l’antico calenda­rio cattolico, si celebrava la Visitazione di Maria ad Elisabetta. Per il popolo, la festa della Vergine delle Grazie. Nella camera dove il gesuita Padre Realino viveva le sue ultime ore fecero ingresso il sindaco don Si­gismondo Rapanà e il consiglio dei notabili e dei magistrati leccesi al completo. Inginoc­chiatisi dinanzi a quel letto di morte, supplica­rono il vecchio religioso, in forma solenne ed ufficiale, di assumere la carica di celeste pro­tettore della città. Tale preghiera venne ac­compagnata dalla consegna della chiave ur­bica, ancora custodita al sepolcro del santo, nell’imponente chiesa del Buon Consiglio di Lecce. Mai si era vista una cosa simile. Es­sere acclamato patrono di un popolo prima ancora di spirare è davvero un unicum, non solo nel Seicento ma probabilmente nell’in­tera storia della Chiesa.

Alla luce di questo singolare episodio risulta ancor più paradossale notare come il Realino sia diventato, con lo scorrere del tempo, anche nelle contrade pugliesi e car­pigiane, quasi una sorta di illustre scono­sciuto. Chi volesse dunque indagare sulle vi­cende di cui fu protagonista, in quell’Italia che assisteva agli ultimi rantoli del Rinascimento ed ai primi vagiti del Barocco, si cimentereb­be in una sfida avvincente ma intricata. In pri­mo luogo per il variegato corpus di fonti sto­riche che ne hanno trasmesso la memoria.

Diverse le agiografie dedicategli nel cor­so di quattro secoli, quasi sempre concepite da mano gesuitica. Dalle miracolistiche pa­gine del Beatillo, del Fuligatti e del Venturi agli scritti popolareschi del De Andrade, del Boero e del Germier, sino al recente profi­lo firmato da Padre Domenico Marafioti, in molti hanno provato a dipingere l’icona spirituale di un uomo tormentato ma capa­ce, nel momento decisivo dell’esistenza, di lasciarsi vincere dal cielo. In molti si sono prefissi di esplorare il mistero di questo vi­rile vegliardo che, dopo aver respirato l’aria dei più prestigiosi centri culturali della pe­nisola, essere entrato nelle signorili dimore dei potenti come raffinato umanista ed in­tegerrimo politico, ad un tratto scelse di ri­nunciare a cariche ed onori per militare in quell’ordine gesuita fresco di fondazione.

L’iconografia che ha custodito le fattezze di questo insolito personaggio ci consegna il ritratto di un vecchio curvo, appoggiato ad una rustica (al dire dei biografi, prodigiosa) canna, col pelo canuto e l’occhio chiaris­simo, luccicante tra il nero della berretta e della talare. Una senilità gagliarda insom­ma, non di forze ma di spirito. Sovente in estasi, proteso ad accogliere, tra le mani ru­gose e ottuagenarie, il Verbo fattosi carne. Proprio come fu visto fare, nel gran segreto della cella, durante una delle ultime notti di Natale della vita. Tutto ciò potrebbe sembrare uno scontato epilogo: nomen omen un tempo si diceva, nel nome il destino. Ed in effetti, il nome di Bernardino gli era stato imposto per onorare il celebre santo senese, vissuto nel secolo precedente e grande devoto del Nome nel quale ogni ginocchio si piega, quello santissimo di Gesù. Non a caso pro­prio il sole raggiante con le sacre lettere JHS, tanto caro al frate toscano, sarebbe stato adottato da Ignazio di Loyola quale simbolo della Compagnia. Ma c’è ancora dell’altro. Il ramo materno del Realino, la nobile famiglia Bellentani, serbava compiaciuta il prezioso ricordo di aver ospitato Bernardino da Siena in persona durante un passaggio da Carpi. Era chiaro allora come il figlio testimoniasse col nome l’atto di carità compiuto dagli an­tenati verso un santo. Eppure non era così prevedibile che egli seguisse le orme del suo omonimo.

Fin dalla giovinezza infatti il Realino fu votato ad una brillante carriera che lo avreb­be condotto in tempi rapidi alle più alte sfe­re della classe dirigente dell’epoca: gli studi compiuti tra Modena e Bologna, il servizio svolto nell’entourage dell’energico card. Cri­stoforo Madruzzo (padrone di casa del fa­moso Concilio come vescovo di Trento e governatore delle terre lombarde per conto della corona spagnola), la cittadinanza ono­raria di Milano, gli incarichi politici nel Mon­ferrato, la luogotenenza nel Regno di Napoli furono le tappe di un’autentica ascesa. Poi, in età matura, la svolta con la vocazione re­ligiosa. A determinarla non fu l’episodio di violenza compiuto ai danni di un certo Gio­van Gerolamo Galli, giudice disonesto che, dando torto alla sua famiglia in una disputa, rischiò di rimanere secco sotto un colpo di spada del futuro santo ma la morte dell’ama­tissima Cloride, capace di spingere il Realino alle soglie del suicidio per il dolore, sino a quando l’anima della donna, apparsagli in sogno, lo invitò a seguire Cristo, facendone l’unica ragione del vivere.

Da quel momento l’intera esistenza di que­sto ardente spirito emiliano fu spesa tra i ran­ghi della Compagnia di Gesù. Ciononostante, anche all’interno dell’ordine, non mancaro­no i dispiaceri. Se figure eminenti come il ce­lebre card. Bellarmino o i generali Francesco Borgia (lontano nipote del discusso Alessan­dro VI), Everardo Mercuriano e Claudio Ac­quaviva gli dimostrarono sempre una stima incondizionata se non addirittura una sorta di venerazione, piuttosto problematico si rivelò il rapporto con un’altra decisa perso­nalità gesuitica, quell’Alfonso Salmerón che era stato tra i primi compagni del convertito di Pamplona. Nodo del contendere fu pro­prio la fondazione del collegio nel capoluo­go salentino. Tuttavia questo non impedì al Realino di legare per sempre il proprio nome alla città che Gregorovius avrebbe de­finito la Firenze delle Puglie, trascorrendovi più di quarant’anni che lo consegnarono alla storia come l’apostolo di Lecce.

 

 

di Andrea Pino

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