Ignazio frumento di Dio

La voce è quella di uno che ha ascolta­to personalmente gli Apostoli. Ignazio di Antiochia, venerato dall’Ortodossia come ὁ Θεοφóρος, il Teoforo, ed esaltato da Crisostomo in una celebre omelia, è una delle più illustri figure del II sec.

Il suo appellativo di “portatore di Dio” de­riva dalla devozione popolare bizantina che raccontava come il santo portasse davvero impresso nel cuore il nome divino. Tuttavia, la sua vicenda storica risulta ben nota: disce­polo, con Policarpo di Smirne (†155) dell’a­postolo Giovanni, poi successore di Pietro nell’episcopato di Antiochia (all’epoca la ter­za metropoli del Mediterraneo, dopo Roma ed Alessandria) subì la damnatio ad bestias, la condanna alle belve del circo, durante le persecuzioni scatenatesi sotto l’impero di Traiano che, trionfatore in Dacia, festeggiò la vittoria con i consueti spettacoli cruenti offerti al popolo. Condotto nella capitale, circa l’anno 107, Ignazio vi sostenne dunque un glorioso martirio. Di lui resta una colle­zione di sette preziose e commoventi lette­re, redatte durante il lungo quanto penoso viaggio di prigionia ed indirizzate all’amico Policarpo ed alle Chiese dell’Asia Minore e di Roma. Tali scritti rientrano nel corpus lette­rario dei cosiddetti Padri Apostolici e restano una tangibile testimonianza del Cristianesimo dei primi tempi.

Da Smirne infatti il santo vescovo scris­se alle comunità di Efeso, di Magnesia e di Tralli ringraziandole per le numerose di­mostrazioni d’affetto testimoniate nei suoi travagli. Dalla Troade compose due missive destinate alle Chiese di Filadelfia e della stes­sa Smirne chiedendo che si congratulassero con i suoi fedeli di Antiochia che avevano sopportato con coraggio le recenti persecu­zioni. Come detto, scrisse anche al vescovo locale e suo antico compagno Policarpo, ag­giungendovi interessanti direttive per l’eser­cizio della funzione episcopale, consiglian­dogli di “tenere duro come l’incudine sotto il martello”. Le sue lettere esprimono calde parole d’amore rivolte a Cristo ed alla Chie­sa. In questi testi appaiono per la prima volta nella storia le espressioni “Chiesa cattolica” e “Cristianesimo”. Anzi, tali termini possono addirittura ritenersi dei neologismi coniati dalla sua penna. Le epistole sono insomma una finestra aperta per conoscere le condi­zioni e la vita della Chiesa del suo tempo. In particolare appare qui per la prima volta la concezione tripartita del ministero cristia­no: vescovo, presbiteri, diaconi. Altro tema significativo è quello della confessione della vera umanità di Cristo contro i doceti, i quali sostenevano che l’incarnazione del Figlio di Dio fosse stata solo apparente.

Ma particolarmente toccante risulta la sua lettera ai Romani. Qui la locale comunità cristiana stava già organizzando qualcosa per salvarlo ma Ignazio scrive: “Com’è glorioso essere un sole al tramonto, lontano dal mon­do, verso Dio. Possa io elevarmi alla sua pre­senza. Con gioia muoio per Dio, a condizione che voi non me lo impediate. Vi supplico: non dimostrate per me una benevolenza dannosa. Lasciatemi essere alimento delle belve per­ché, attraverso loro, possa raggiungere Dio. Cerco colui che è morto per noi: voglio colui che è resuscitato per noi. La mia nascita è im­minente. Perdonatemi, fratelli! Ma non impe­ditemi di vivere, non desiderate che io muoia poiché voglio essere di Dio. Sono suo frumen­to, destinato ad essere macinato dai denti del­le fiere per diventare pane puro di Cristo. Se avrò il martirio, allora mi avrete voluto bene”.

Recentemente, la storica Barbara Frale è giunta a formulare una suggestiva quanto controversa ipotesi: Ignazio sarebbe stato una sorta di papa in incognito. Il suo caso è infatti davvero eccezionale: perché mai Tra­iano si sarebbe dato la pena di inviare nella remota Antiochia un drappello di soldati al puro scopo di scortare fino a Roma un vec­chio che poteva benissimo essere giustiziato laggiù? Ignazio non godeva della cittadi­nanza romana come Paolo e, per giunta, co­loro che lo avevano in consegna non erano militari semplici ma appartenenti ad un’u­nità speciale. Nelle lettere essi sono definiti come “leopardi”, appellativo dei signiferi e dei pretoriani, i membri della potentissima guardia imperiale.

Il martire allora non era un uomo qua­lunque, bensì un sorvegliato sotto il potere diretto dell’imperatore. Anche il suo viaggio sembra possedere un volto istituzionale da riscoprire completamente. Ignazio racconta di ricevere delegazioni dalle Chiese locali venute ad onorarlo e chiedergli consiglio, si rivolge come detto alla comunità romana definendola per la prima volta “cattolica”, sembra avere preoccupazioni ecumeniche che trascendono i compiti e le responsabili­tà di un semplice vescovo locale. Se davvero quest’uomo fu, per un certo tempo, un capo riconosciuto da tutti i cristiani, allora sarebbe giustificata un’esecuzione eclatante e spetta­colare come la sua.

Del resto, riguardo ai primi secoli, poco si conosce su come avvenisse la successione apostolica e tra l’altro, un pontificato piutto­sto breve, svoltosi in circostanze non ordina­rie, poteva certamente sfuggire a chi, molti decenni più tardi, dovette raccogliere le tra­dizioni per compilare le prime liste dei papi. Per la studiosa, in tali elenchi, il nome di Ignazio sarebbe da collocare dopo quello di papa Evaristo (†106) e coinciderebbe con un momento delicatissimo in cui la successione apostolica nella Chiesa di Roma rischiava di essere interrotta. Per evitare il pericolo non c’era che un modo: ricorrere ad un uomo che fosse stato scelto da Pietro in persona. Se tale ipotesi risultasse pienamente valida sa­rebbe una conferma ulteriore degli strettissi­mi vincoli intercorsi tra Antiochia e Roma in epoca antica.

La memoria di Ignazio scese così in pro­fondità nella storia cristiana tanto da essere celebrata in diverse occasioni. Nell’antico ca­lendario cattolico di rito tridentino è previ­sta al 1° Febbraio mentre la riforma liturgica firmata da Paolo VI ha stabilito che fosse traslata al probabile dies natalis del 17 Otto­bre. Il sinassario bizantino gli dedica invece ben due ricorrenze: il 20 Dicembre come me­moria ufficiale ed il 29 Gennaio come festa del ritorno delle sue reliquie ad Antiochia, notizia che è possibile rinvenire nelle omelie del Crisostomo. I copti d’Egitto infine lo ce­lebrano il 2 Gennaio. Ma più che questo sin­golare intreccio di date, del santo martire non può che brillare la testimonianza. “Ogni mio desiderio terreno è crocifisso - scriveva - e non c’è più in me nessun’aspirazione per le realtà materiali, ma un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: ‘Vieni al Padre’. Non mi diletto più di un cibo corruttibile, né dei piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David; voglio per bevanda il suo sangue che è la carità incorruttibile”.

di Andrea Pino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto