Giuseppe presenza silenziosa

Due notizie delle scorse settimane sono passate del tutto inosservate dai media ma hanno però colmato di gioia i cuori dei credenti.

Le solenni celebrazioni del 1050esimo anniversario della cristianizzazione della Polonia sono giunte al culmine. Il popolo po­lacco, insieme con i suoi vescovi e la classe politica, ha voluto rendere speciale l’evento dichiarando ufficialmente Gesù Cristo come Re e Sovrano della nazione. Così, a partire dalla cattedrale di Cracovia sino all’ultima chiesa del più sperduto villaggio, è stato pro­clamato un Atto canonico di riconoscimento del Regno del Salvatore e di assoggettamento alle leggi evangeliche.

L’intero Paese, insomma, è stato consa­crato alla regalità di Cristo. Quest’appunta­mento ha dunque scritto un nuovo, bel capi­tolo alla tradizione cattolica, piuttosto antica ma sempre attuale, di consacrazione dell’u­manità al Sacro Cuore da parte di Leone XIII ed a quella della consacrazione al Christus Rex voluta da Pio XI.

Dall’altra parte dell’Atlantico, il nuovo pre­sidente peruviano Pedro Pablo Kuczynski (guarda caso, proprio di lontane origini po­lacche) ha consacrato, dinanzi all’intero Par­lamento, il paese andino ai Sacri Cuori di Gesù e Maria. Non si tratta di stranezze ana­cronistiche ma di gesti davvero coraggiosi. Soprattutto perché compiuti da uomini po­litici che non hanno temuto di dimostrare pubblicamente la propria fede e di dirsi, con la propria gente, sanamente orgogliosi di appartenere alla storia cristiana. Quella sto­ria divisa in due proprio dall’evento dell’In­carnazione, dalla nascita del Bambino Re.

Di questo evento vogliamo ora mettere in luce tutta l’importanza di un protagonista destinato invece a rimanere quasi sempre nell’ombra, Giuseppe di Nazareth, il più gran­de tra i patriarchi. La profonda devozione tributatagli dal Cattolicesimo (nell’ambito delle Chiese Ortodosse è molto meno vene­rato) dopo essersi diffusa in tutta Europa, si è ormai ramificata in ogni continente del pianeta. Un esempio significativo è rap­presentato dal Canada che, sulle colline di Montreal, gli ha dedicato un intero santua­rio nazionale nel lontano 1904 e dalle circa ottanta congregazioni religiose sparse nel mondo che lo hanno eletto come patrono. Eppure, un santo così popolare, il cui nome risulta il più diffuso in Italia (anche se con vari diminutivi e vezzeggiativi) rischia spes­so di essere dimenticato proprio nel tempo in cui le liturgie della Chiesa ne mettono in risalto il ruolo fondamentale.

Non c’è Presepe senza Giuseppe come non c’è Vangelo dell’infanzia senza la sua splendi­da figura. In verità a dipingere maggiormen­te questo personaggio tanto caro alla tradi­zione cristiana (la voce a lui riservata nella Bibliotheca Sanctorum occupa ben quaranta colonne) ed alla storia dell’arte, è Matteo che s’incrocia con Luca nel dichiarare innanzitut­to la sua discendenza davidica. Entrambi gli evangelisti lo ribadiscono e sembrano confe­rire al dato una notevole importanza. Come scrive il card. Ravasi nel suo “I Vangeli del Dio con noi”, la provenienza famiglia di Davide è confermata in modo indiretto attraverso la na­scita di Gesù a Betlemme, patria del celebre re ebraico e in maniera diretta attraverso le due genealogie di Gesù che gli evangelisti offrono. Sono note le discrepanze tra questi due elen­chi persino sul nome del padre di Giusep­pe, che secondo Matteo dovrebbe chiamarsi Giacobbe mentre Luca lo indica col nome di Eli. Lo scopo però di quelle liste nell’antico vicino oriente non era puramente storiogra­fico ma celebrativo: si voleva così mostrare che Gesù oltre che figlio di Adamo, cioè vero uomo, era partecipe della stirpe ebraica at­traverso Abramo ed era per di più inserito nella linea davidica, che in sé conteneva la promessa messianica. Giuseppe è perciò, at­traverso un filo generazionale, il tramite della messianicità di Cristo incarnata nella vicenda della casa di Davide.

Il ritratto più accurato è però offerto da Matteo in quella sua pagina che è stata de­finita una “annunciazione a Giuseppe”, pa­rallela all’analoga di Luca che vede Maria come protagonista. Certo è che, dalle pagine di entrambi gli scrittori sacri, emerge nitida­mente la funzione di Giuseppe. Egli sarà il padre legale di Gesù: sarà lui perciò a recarsi con Maria incinta sino a Betlemme per il cen­simento, sarà lui ad assistere alla natività in quella grotta che già Origene descrive come preziosa alla devozione cristiana, sarà lui ad imporre al bambino il nome durante la circon­cisione, sarà lui a dirigere la piccola famiglia nei primi drammatici eventi come la fuga in Egitto, sarà ancora lui a partecipare alla vi­cenda collegata alla maggior età di Gesù a dodici anni nel Tempio di Gerusalemme e poi a guidare, con la sua sposa, il giovane figlio. A quel punto però la figura di Giuseppe sva­nirà dalle pagine evangeliche.

Tornerà ad affiorare solo nelle occasioni in cui si ironizzerà sulle origini di Gesù da parte dei suoi avversari. Matteo ambienta a Nazareth la scena dei concittadini del Messia che si chiedono: “Non è egli forse il figlio del tékton?”. Su tale parola greca, applicata tra l’altro da Marco allo stesso Gesù, si aperto un piccolo dibattito. Non è mancato infatti qual­che studioso come G. W. Buchmann che ha immaginato che il vocabolo potesse indicare anche un piccolo imprenditore. In realtà il termine indica di per sé chi lavora materiale duro, come legno, pietra, corno o avorio. La resa “carpentiere” o quella più tradizionale di “falegname” è quindi corretta. Si è cercato di elevare questa attività ricorrendo al voca­bolo aramaico equivalente aggara’ che vuol dire artigiano ma anche mastro. Sta di fatto che Giuseppe non poteva essere collocato in una sorta di middle class come ha voluto qualche esegeta perché la struttura sociale della Galilea, stando agli studi di S. Freyne, comprendeva solo due classi: da un lato i la­tifondisti e dall’altro un microcosmo fatto di artigiani, agricoltori, pescatori e braccianti. Oltre a queste due fasce c’era solo la pover­tà assoluta e l’emarginazione. Giuseppe, e quindi Gesù, si ritrovavano in questa secon­da fascia, certo fluida e non riducibile alla povertà ma non comparabile ad una sorta di borghesia. Tant’è vero che i contemporanei di Cristo ironizzavano proprio sul contrasto tra la modestia delle sue origini e le pretese delle sue parole e opere. Dunque è nel lavoro semplice e quotidiano che Giuseppe ha con­dotto la sua vita ed ha educato quel figlio che aveva accolto come dono, assicurandogli la sua paternità legale.

Sarà poi la letteratura apocrifa ad intes­sere sul silenzio evangelico tutta una serie di stupendi racconti sino a quell’estremo trapasso, tanto caro all’arte cristiana. Il testo della Storia di Giuseppe il falegname sco­perto nel 1722 dallo svedese G. Wallin pone sulle labbra dell’agonizzante patriarca que­sta suggestiva invocazione, certo adatta per contemplare l’evento della Natività: “O Gesù nazareno, o Gesù mio consolatore, Gesù li­beratore della mia anima, Gesù mio protetto­re, Gesù nome soavissimo sulla mia bocca e su quella di tutti coloro che l’amano!”.

 

di Andrea Pino

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