Custodi della fede trinitaria

Se l’opera in favore della liberazione degli schiavi cristiani in terra islami­ca compiuta storicamente dall’Ordine Trinitario è nota, poco ci si sofferma in­vece su un altro carisma dei “figli” di San Giovanni de Matha (1160-1213) e cioè il loro essere custodi della fede trinitaria, svolgen­do un’azione di salvaguardia del dogma. È indubbio infatti che, attuando gran parte del loro apostolato nelle regioni che un tempo venivano chiamate in partibus infidelium, i Trinitari fossero perennemente a contatto con l’Islam, divenendone non solo esper­ti conoscitori ma anche impegnando ogni energia per l’annuncio del Vangelo e la con­versione al Cristianesimo di quelle genti.

Si trattava di una missione scomoda e rischiosa perché la dottrina islamica (allora come oggi) negava i fondamenti stessi della fede cui quei coraggiosissimi religiosi con­sacravano le proprie vite. La religione islami­ca, infatti, nega l’esistenza dello Spirito Santo e, pur profondendosi in rispettosi inchini per la figura di Gesù di Nazareth, lo relega al sem­plice grado di profeta, misconoscendone la natura divina e soprattutto il suo sacrificio di redenzione.

In realtà, alla comparsa dell’Ordine Tri­nitario sul palcoscenico della storia, tali problematiche erano conosciute da secoli e già gli ultimi Padri della Chiesa Orientale, quelli vissuti nel VII-IX sec. come Giovan­ni Damasceno (676-749) o Teodoro Studita (758-826), che avevano assistito agli albori islamici nelle loro contrade, le avevano mes­se in risalto, affrontandole a viso aperto e con assoluta perspicacia. Quando dunque il fondatore dei Trinitari lanciò i suoi seguaci in quella difficilissima missione si era già con­solidata, nella cultura cristiana, tutta una let­teratura sul tema della controversia teologica con l’Islam. Controversia che non esitava a dichiarare il pensiero musulmano come ere­de delle cosiddette eresie trinitarie antiche. Numerosi esempi di queste idee erronee erano elencate nel Tomus Damasi, testo della patrologia latina risalente già al IV sec. La loro identificazione e comprensione consen­te di ribadire ulteriormente i capisaldi della dottrina cattolica sulla Santissima Trinità, che è il primo mistero della nostra fede ed il fondamento di tutto l’edificio dottrinale della Chiesa, il dogma su cui tutti gli altri reggono e da cui dipendono.

La prima grande eresia trinitaria che fla­gellò per diverso tempo la cristianità, coin­volgendo sciaguratamente anche numerosi esponenti del clero nei suoi errori fu, com’è noto, l’arianesimo, che, nonostante i Concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381), convo­cati appunto per sconfiggerla e neutralizzar­la, e l’opera infaticabile del grande Atanasio (296-373), continuò ad imperversare nell’Im­pero romano raccogliendo proseliti anche tra qualche imperatore e appunto tra non pochi membri perfino dell’episcopato. Ario (256-336) affermava sostanzialmente che il termine “Dio”, in senso proprio, vero e pieno, può essere attribuito solo al Padre, mentre il Figlio, pur essendo largamente al di sopra delle creature umane ed angeliche, sarebbe comunque al di sotto del Creatore, non vero Dio in senso stretto, non coeterno con Lui e, soprattutto, non della stessa sostanza del Padre: una sorta di “demiurgo” di platonica memoria. In tal caso, la Trinità restava una mera formula, in quanto nei fatti si tornava ad un monoteismo non molto dissimile da quello dell’Antico Testamento. Ecco perché la prima affermazione perentoria del Tomus mira a scomunicare “coloro i quali non pro­clamano, con tutta franchezza, che Egli [lo Spirito Santo] possiede con il Padre e il Fi­glio un’identica potenza e sostanza”, per poi aggiungere la scomunica ad Ario in persona per il suo asserire la creaturalità del Figlio e dello Spirito Santo.

Sabellio († 257 ca.) invece fu latore di un’altra grave eresia trinitaria, tecnicamen­te nota come “modalismo”. In base a que­sto pensiero, la distinzione fra le tre persone divine, pur identiche nella sostanza, non sa­rebbe reale ma solo di ragione, dipendente cioè semplicemente dal modo (ecco perché “modalismo”) con cui si considera l’essere e l’azione di ciascuna di esse. Anche in questo caso, tuttavia, si verificherebbe un ritorno al monoteismo semplice, perché la distinzione tra le persone divine non è solo di ragione o dipendente dal modo in cui le si conside­rano, ma reale. Come infatti si ricorderà dal Simbolo Quicumque (un Credo che la tradi­zione ha attribuito proprio ad Atanasio pur mancando prove certe che confermino tale paternità), una è la persona del Padre, altra quella del Figlio e altra ancora quella dello Spirito Santo, pur essendo identica la natu­ra, la maestà e la potenza.

I “macedoniani”, seguaci di Macedonio di Costantinopoli (IV sec.), dal canto loro, riprendendo l’errore di Ario, evidenziavano in modo particolare la creaturalità soprattut­to dello Spirito Santo, definendolo inferiore al Verbo e vera e propria creatura in senso stretto. Per questo vennero soprannomina­ti anche “pneumatomachi”, cioè “coloro che combattono lo Spirito Santo negandone la divinità”. Gli ebioniti invece, seguaci di un non altrimenti noto Ebione, furono portato­ri di un’eresia che negava la vera divinità di Cristo e quindi l’autentica incarnazione del Verbo, sostenendo che Gesù provenisse solo dalla Vergine Maria e non anche dal Padre. Fotino di Sirmio (300-386), riprese tale ere­sia, perfettamente consona al pensiero neo­platonico di cui era seguace, e considerando la materia un male in sé stessa, dichiarò di non poter concepire un abbassamento della divinità tale da unirsi con qualcosa di mate­riale. Giunse pertanto a negare, ancora una volta, la realtà dell’incarnazione.

Leggermente più sottile e destinata ad es­sere ripresa dal vescovo del Bosforo Nesto­rio (381-451) è l’eresia che affermava come il Cristo avesse certamente due nature ma an­che due persone, eresia che fu censurata e stigmatizzata dal Concilio di Efeso (431). Essa concepiva l’incarnazione non come “unio­ne ipostatica”, cioè assunzione della natu­ra umana nella Persona del Verbo di Dio in maniera definitiva ed inscindibile, ma come “adozione” dell’uomo Gesù di Nazareth, di per sé stesso sussistente e nato dalla Vergi­ne Maria, da parte del Logos divino. Se così fosse, non si potrebbe dire in verità che “il Verbo si è fatto carne” o che “Dio si è fatto uomo” e la redenzione non avrebbe potuto essere compiuta. Veniva bandita anche la dottrina neoplatonica dell’emanatismo, che vedeva il Verbo come una “propagazione del Padre” o che lo intendeva come una so­stanza separata destinata ad avere fine.

Come si può vedere da questa rapida carrellata di idee eretiche sorte nel corso dei secoli antichi, il minimo comune denomina­tore restava sempre la negazione (in parte o in toto) della natura divina del Cristo, lo stesso nodo del contendere teologico che avrebbe contraddistinto la controversia tra il Cristianesimo e l’Islam.

 

di Andrea Pino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto