Sono libero se ricordo: Debre Libanos

L’Ordine Trinitario porta nella Chiesa anche il carisma di liberare la memoria storica dei popoli in cui è immerso da pesanti fardelli di peccato. Per compie­re una tale missione però la storia bisogna conoscerla. E qui sorge una prima, profon­dissima, difficoltà. Perché la storia è ormai divenuta una sorta di campo di battaglia oppure tante volte è vittima di una perver­sa opera di mistificazione. Ancor più spes­so poi è ignorata. Oggi ben pochi italiani saprebbero dire cosa accadde nel 1937 a Debre Libanos. Ancora di meno sarebbero quelli capaci di indicare dove si trova que­sto posto. Ciò è un dato significativo perché dimostra quanto la storia coloniale del no­stro paese sia stata rimossa e consegnata alla polvere dell’oblio. Forse è troppo scomoda, troppo doloroso rammentarla. Ma il ricordo, il custodire la memoria, anche di eventi tragi­ci, è una responsabilità cui non ci si può sot­trarre. Conviene affrontarla, per essere liberi sul serio dai fantasmi del passato.

Nel 1937 il Regno d’Italia controlla or­mai, come possedimento d’oltremare, l’Im­pero Abissino. Ma governare quelle terre africane si dimostra ogni giorno più diffi­cile. La strage di Debre Libanos è l’ultima, tragica, conseguenza di un attentato contro il viceré Rodolfo Graziani, l’uomo al quale Benito Mussolini aveva affidato il potere in Etiopia. Il 19 febbraio del 1937, due giovani eritrei, Abraham Debotch e Mogus Asghe­dom, lanciano alcune bombe contro il viceré, nel cortile del palazzo del governo, durante una cerimonia organizzata per festeggiare la nascita del principe di Napoli, Vittorio Ema­nuele di Savoia. Nell’attentato muoiono sette persone. Lo stesso Graziani viene ferito. Gli italiani scatenano una feroce vendetta. Per tre giorni la bella capitale Addis Abeba viene messa a ferro e fuoco dalle camicie nere, co­mandate dal generale Guido Cortese. Si parla di migliaia di vittime. Ad essere particolar­mente nel mirino è la Chiesa Ortodossa Etio­pe. La cattedrale di San Giorgio viene data alle fiamme. Appena l’anno precedente, il 30 luglio del 1936, l’Abuna Petros, uno dei ve­scovi più autorevoli del paese, era stato som­mariamente processato con l’accusa di aver aiutato alcuni ribelli e fucilato nella piazza del mercato, ad Addis Abeba.

Quella ortodossa etiopica è una Chiesa cristiana antichissima, ufficialmente fondata, secondo una consolidata tradizione, da San Frumenzio nel IV secolo, anche se probabil­mente lo stesso apostolo Matteo avrebbe rag­giunto quelle contrade. Separata dalla sede di Roma, dopo il Concilio di Calcedonia del 451, per la questione teologica della doppia natura di Cristo, mantiene diversi elementi ebraici, derivati dall’Antico Testamento: la circoncisione, le regole alimentari, il rispetto del sabato. Ad Axum, si sostiene di conser­vare addirittura la leggendaria Arca dell’Al­leanza del Tempio di Gerusalemme. Da que­sta terra, del resto, sarebbe partita alla volta della Palestina, per incontrare Salomone, la celebre regina di Saba. La Chiesa ortodossa insomma è l’anima spirituale del paese ed uno degli elementi fondanti della stessa iden­tità nazionale. La ribellione contro gli italiani occupanti si nutre anche di questi ideali.

Il monastero di Debre Libanos, poco più di cento chilometri a nord di Addis Abeba, è il centro religioso più importante della nazione. Qui, secondo un plurisecolare ce­rimoniale, viene incoronato l’imperatore, il negus neghesti (il “re del re”), tra i cui con­siglieri figura anche l’abate del monastero. Quando si diffonde la notizia che i due at­tentatori sono scappati verso Debre Libanos, Graziani coglie l’occasione per annientarlo, credendo in questo modo di liberarsi del più pericoloso sostegno della ribellione etiopica. Ma in realtà, i monaci non c’entrano nul­la con lo specifico episodio dell’attentato. I monaci ed i sacerdoti di Debre Libanos non facevano certo la guerra ai fascisti, non par­tecipano, in prima persona, alla resistenza. Ma erano un punto di riferimento morale e spirituale. Pregavano e fornivano vari tipi di assistenza, curando i feriti e procurando viveri.

Graziani era convinto, invece, che i due attentatori fossero nascosti nel monastero, che lo stesso eremo fosse un pericolosissi­mo covo di sovversivi da estirpare. Il viceré ordina quindi al generale Pietro Maletti, co­mandante della 2° Brigata Indigeni dell’Eri­trea, di muovere contro la cittadella santa. Il 18 maggio 1937, Maletti e le sue truppe giun­gono a Debre Libanos, circondando il mo­nastero. Lasciano entrare i pellegrini che lo stanno affollando per celebrare la sentita fe­sta di San Michele Arcangelo e la ricorrenza della traslazione delle reliquie di San Tekle Haymanot, il monaco fondatore dell’eremo nel XIII secolo, ma non permettono a nessu­no di lasciare il convento. Il 21 maggio iniziò l’eccidio. I soldati italiani fecero fuoco a colpi di mitragliatrice contro religiosi e laici inermi. Graziani, nel suo rapporto a Mussolini, parlerà di “appena” 449 morti. Secondo studi più re­centi la cifra è stata eccessivamente ridotta e le vittime si aggirerebbero tra i 1.800 ed i 2.200.

Nel secondo dopoguerra, nonostante le richieste di parte etiopie, nessun italiano venne mai chiamato a rendere conto di que­sto o di altri massacri perpetrati nei territori coloniali. Ciò, inevitabilmente, favorì la ri­mozione dalla memoria collettiva dei crimi­ni compiuti durante il regime e contribuì, in maniera decisiva, alla costruzione del mito, poi largamente diffuso all’estero, degli “ita­liani brava gente”.

In occasione dell’ottantesimo anniversario della strage, anche con l’obiettivo di rimuove­re il pesante velo dell’oblio su questa triste storia, il giornalista Antonello Carvigiani ha voluto girare un interessante reportage nei luoghi dell’eccidio, riuscendo a raccogliere i ricordi dell’ultimo testimone della strage, l’ul­tranovantenne Ato Zewede Geberu, all’epoca poco più che un bambino. “Nel giorno della grande festa di san Michele - racconta Gebe­ru - non sono andato a Debre Libanos. Mol­tissimi fedeli dei villaggi qui intorno sono andati al monastero. Ma la mia famiglia, quella volta, decise di non recarsi al conven­to. Una decisione che ci ha salvato la vita. Non ho visto il massacro. Ma l’ho sentito. Ho sentito i colpi della mitragliatrice. Abbia­mo avuto paura, siamo rimasti nascosti nel nostro villaggio. Soltanto due o tre giorni dopo sono andato a vedere. I cadaveri era­no rimasti insepolti. C’erano ancora i soldati italiani che si aggiravano da quelle parti”.

La memoria della strage doveva essere davvero dolorosa anche per chi l’aveva com­messa eseguendo gli ordini ricevuti. Raccon­ta il monaco Abba Hbte Gyorgis: “Alcuni anziani del monastero, sfuggiti miracolosa­mente all’eccidio, mi hanno raccontato che i militari italiani usavano degli ombrelli bian­chi per proteggersi dal sole. Dopo la strage, alcuni soldati portarono al monastero il loro ombrello bianco, come per chiedere scusa. Un piccolo dono, in segno di riconciliazio­ne. Nel museo del convento sono conservati tre di questi ombrelli”. Già, è così anche per le pagine più terribili della storia. Meglio lasciare gli ombrelli e permettere che il sole della verità illumini, caldo e benefico, anche gli angoli più reconditi del passato.

di Andrea Pino

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