Riconoscere il Signore vivo e risorto

“Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo gior­no secondo le Scritture”. Questo testo della Prima ai Corinzi risuona costantemente nel­la liturgia cristiana del tempo di Pasqua. In esso si condensa quello che gli studiosi han­no chiamato con un termine tecnico greco il kerygma, cioè l’annunzio cristiano di capitale importanza, radicato nell’evento pasquale, senza il quale vana sarebbe la predicazione ed anche la fede.

Ora, l’elemento centrale di questo Credo-kerygma è racchiuso in un verbo, “apparve” (in greco oftè, letteralmente “fu visto”). Pa­olo elenca infatti nello stesso passo i testi­moni di questa particolare esperienza di visione del Cristo risorto: “Apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre al­cuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve a me come a un aborto”.

Anche i quattro Vangeli testimoniano questa esperienza ma la esprimono soprat­tutto con altri verbi che rimandano piuttosto a una rivelazione, un incontro, un ingresso inatteso: venire, stare in mezzo, manifestar­si. Certo, da parte dei discepoli la reazione è quella del vedere, guardare, riconoscere. Proprio sulla base di questo particolare e molteplice vocabolario, usato dal Nuovo Testamento, la prevalenza del solo termine “apparizione” non è giustificata. Forse, come ricorda il card. Ravasi in molti suoi scritti, il vocabolario più pertinente per descrivere gli eventi pasquali sarebbe quello dell’incontro tra il Cristo risorto e la sua Chiesa.

I Vangeli però non si accontentano di esprimere con parole quell’esperienza, ma la descrivono attraverso alcune trame fisse, modellate certamente sulla scia delle cosid­dette teofanie o apparizioni divine dell’Antico Testamento: Dio o il suo angelo si presentano ad Abramo, a Mosè, a Davide, a Salomone, a Elia, talora in una coreografia accecante di luce oppure in una specie di cataclisma fat­to di terremoto, tempesta, tuono, squilli di tromba. Il modello biblico è presente agli occhi degli scrittori neotestamentari ma è ben presto superato, semplificato, reso più quotidiano ed essenziale. Anche lo sfondo è quello dell’esistenza terrena del Cristo. In alcuni casi è una stanza di Gerusalemme, quella del Cenacolo, o una strada che con­duce al sepolcro o alla periferia della città, come Emmaus. In altri è la Galilea, la regio­ne settentrionale della Palestina, sede della prima predicazione di Gesù.

Se poi si volesse confrontare fra loro tutti i racconti di questi incontri del Risorto con i pri­mi credenti, ci si accorgerebbe dell’esistenza a volte di uno schema fisso. Spesso, soprat­tutto nelle pagine ambientate a Gerusalem­me e dintorni, si hanno delle “apparizioni di riconoscimento”. Ai discepoli riuniti o in viaggio Cristo si presenta all’improvviso e stranamente essi non lo identificano subito: paradossale è il caso della Maddalena che lo scambia col custode del giardino dove era stato sepolto il suo Maestro. Il momento cen­trale della scena è proprio nel riconoscimento che è aiutato dal Cristo stesso con parole e segni. A questo punto il racconto si conclu­de con una separazione di Gesù, improvvisa come era stata la sua apparizione. Lo stesso avviene nello stupendo racconto lucano dei discepoli di Emmaus. Il viaggio è contras­segnato da una sorta di cecità: i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Sarà solo allo spezzare del pane che si apriranno e lo rico­nosceranno ma il Risorto svanisce immedia­tamente.

Anche la narrazione di Tiberiade, pur ambientata in Galilea, contiene questo stra­no elemento di cecità. Sette discepoli sono tornati alla loro antica professione di pesca­tori. Dopo una notte infruttuosa, vedono un uomo sul litorale ma non si accorgono che era Gesù. L’unico a cui si aprono subito gli occhi è il discepolo amato, emblema del per­fetto credente, che si rivolge a Pietro gridan­dogli: “É il Signore!”.

In un’altra apparizione di Galilea, quel­la che chiude il Vangelo di Matteo ritorna questa misteriosa incapacità di riconoscere il Maestro con cui si era vissuto per anni. Nota infatti l’evangelista: “Gli Undici gli si prostrarono innanzi, alcuni però dubitava­no”. Addirittura in un caso, riferito da Luca, il Signore è scambiato dai discepoli con un fantasma e, per convincerli, deve compiere un gesto fisico di riconoscimento. Nella stes­sa linea si colloca quell’incontro nel Cenacolo che Giovanni distribuisce nell’arco di una set­timana, prima con gli apostoli, assente Tom­maso, e poi con quest’ultimo. Anche qui c’è l’invito di Gesù ad un contatto fisico per il riconoscimento: “Metti qui il tuo dito e guar­da le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel mio costato!”.

A questo punto è legittima una domanda: come potevano i discepoli non riconoscere subito il Risorto? Perché hanno bisogno di prove fisiche? Per rispondere è necessario capire come l’evento pasquale sia sì un dato che incide la storia lasciando tracce verifica­bili ma è anche un evento trascendente, so­prannaturale, misterioso.

Per avere il riconoscimento del Cristo ri­sorto non basta essere stati con lui per qual­che anno lungo le strade palestinesi, aver mangiato con lui, averlo ascoltato mentre parlava nelle piazze. É necessario avere un grado di conoscenza superiore, quello della fede. É solo attraverso l’adesione della fede che gli occhi si aprono. Non è un caso che il primo a riconoscere Gesù sia il discepolo amato. Non per nulla è solo alla voce del Pa­store che chiama le sue pecore per nome che anche la Maddalena scopre nella figura che le sta di fronte il Signore. In questo senso è possibile dire che l’esperienza delle appa­rizioni non è ristretta ai testimoni privilegiati delle origini ma è come se fosse aperta anche a tutti coloro che crederanno.

Significativo al riguardo è proprio il rac­conto di Emmaus. Luca infatti fa intravede­re in filigrana la trama di una celebrazione liturgica. Da un lato c’è la proclamazione della Parola accompagnata dall’omelia: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si ri­feriva a lui”. Dall’altro, il racconto ha come approdo lo spezzare del pane, cioè l’Euca­restia, che è il momento del riconoscimento, è l’atto supremo di fede e di comunione col Risorto.

L’esperienza di fede tuttavia non vuol dire fantasia, evanescenza o assenza del re­ale storico. Ecco perché nell’altra narrazione di Luca sopra citata si insiste sul Cristo che mangia una porzione di pesce arrostito, come avverrà anche lungo il lago di Tiberiade se­condo il Vangelo di Giovanni.

La Pasqua si è incisa nella storia e la presenza di Gesù continua all’interno dei nostri giorni. Anche se in forma diversa, la sua azione all’interno dei credenti è così re­ale ed efficace da permettere loro di mutare radicalmente vita, come accadde del resto a Paolo, prima persecutore e poi martire nel nome del Risorto.

 

di Andrea Pino

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