La verità sulla strada di Betlemme

Forse nessun altro tempo è più propizio di quello del Natale per spingere l’animo umano alla ricerca e all’amore autentico per la Verità. Nella Tradizione della Chie­sa di Roma risulta storicamente accertata l’i­stituzione di un particolare periodo destinato all’attesa delle festività natalizie a partire dal V secolo, sotto papa Simplicio, soprattutto in seguito ai grandi dibattiti cristologici sorti per contrastare le eresie di Nestorio ed Euti­che. Dal primo, patriarca di Costantinopoli dall’anno 428, aveva tratto origine la dot­trina del nestorianesimo che si spingeva a dichiarare addirittura la presenza di due di­stinte persone (e non semplicemente nature) nella figura di Gesù.

Di conseguenza, era ritenuto inaccettabi­le il titolo Theotòkos, Madre di Dio, confe­rito a Maria. Come noto, questa pericolosa eresia venne condannata dal Concilio di Efeso del 431 in cui tanta parte vi svolse san Cirillo di Alessandria.

Ma ugualmente subdolo era il pensie­ro di Eutiche che giungeva al monofisismo dichiarato, secondo il quale, al momento dell’Incarnazione, la natura umana di Cristo si sarebbe dissolta in quella divina come una goccia d’acqua dolce nell’oceano salato. Una tale visione teologica portava però a rendere nulla la redenzione poiché se la dimensione umana non era stata assunta in pienezza dal Lògos fattosi carne allora non poteva nep­pure essere salvata. La controversia monofi­sita fu sciolta soltanto dal Concilio di Calce­donia del 451, grazie al celebre Tomus Leonis, redatto da papa Leone Magno e indirizzato al patriarca Flaviano.

Dunque è cristallino il fulcro cristologi­co attorno al quale si è sviluppata sul piano liturgico la festa del Natale e il suo legame strettissimo con il culto mariano. Molto op­portunamente notava allora, a suo tempo, Mons. Cesare Dotta scrivendo: “I riti natalizi ancora oggi testimoniano l’antico uso di non disgiungere il culto di Maria da quello di Gesù. L’opera cooperatrice e corredentrice della Vergine è indissolubilmente associata a quella redentrice di Cristo, sicché, promes­se insieme nel paradiso terrestre, congiun­te insieme nei vaticini dei profeti, si sono svolte ininterrottamente unite dal presepe al Calvario, ed ora ancora in cielo si eserci­tano congiunte a nostro favore”. Per questo l’Immacolata resta il più vero prototipo della preparazione al Santo Natale: è un avvento vivo e perenne per la sua purezza, per l’intima unione con Dio, per il suo silenzio, la sua ob­bedienza e il suo amore.

Dopo Maria è necessario però accostare almeno altre due figure: quella di Giovanni Battista che richiama subito alla mente gli ideali di penitenza e conversione e quella di Isaia che impersona le calde aspirazioni, le trepide speranze, l’impaziente attesa e la preghiera ardente dei patriarchi, dei profeti, di tutti i giusti dell’Antico Testamento. Ecco quindi perché la Chiesa, sulla scorta di questi mirabili esempi, continua a ricordare a tutti i fedeli innamorati di verità tre diverse venute di Cristo.

La prima è una venuta temporale, quan­do il Verbo Divino incarnatosi e fattosi uomo in Maria nacque a Betlemme: essa è un av­venimento del passato ma si presenta come mistero tuttora vivo e reale nell’Eucarestia. La seconda, detta venuta finale, è quella che si svolgerà al termine dei secoli, quando il Signore verrà a giudicare i vivi e i morti, come è definito dal Credo Niceno. La terza è la venuta spirituale, che si concretizza ogni qualvolta un’anima detesta il peccato e com­pie opere di bene, permettendo al Signore di prendere possesso in lei con la grazia.

C’è da stupirsi pensando come tanta ric­chezza, non solo della grande tradizione cristiana ma anche del genio dell’arte sacra, affondi le sue radici in poche pagine, quelle scritte da Matteo e Luca, che vanno sotto il titolo di Vangeli dell’Infanzia. In un suo re­cente studio, il Card. Ravasi ricordava come nella mentalità semitica ci sia un modo di esprimersi simbolico che gli studiosi amano definire “polarismo”: se è possibile cogliere i due poli di una sfera si può infatti sollevar­la e reggerla.

Nascita e morte, Vangeli dell’Infanzia e Vangeli della Pasqua, sono stati allora il “po­larismo” della vita terrena di Gesù e della conseguente predicazione della Chiesa fin dalle sue origini. Agli inizi del Cristianesi­mo, nella riflessione sui misteri dell’Incar­nazione e della Resurrezione si raccoglieva sinteticamente tutto l’annuncio salvifico del­la nuova religione. Per un tale motivo, conti­nuava l’esimio biblista, “queste pagine della Scrittura non sono tanto una folcloristica sequenza di scene orientali o di sentimenti delicati ma un primo canto al Cristo glorioso la cui apparizione nel mondo è già il com­pendio cifrato e decifrabile della salvezza che Egli ci porta”.

Parafrasando un’affermazione del celebre Agostino di Ippona, si potrebbe dire che quel­le pagine sono dirette dalla fede del Cristo e dirigono la fede nel Cristo di chi le medita. Al centro infatti non c’è una drammatica storia familiare ma il mistero fondante del Cristia­nesimo: Dio nella fragile tenda della carne dell’uomo.

La scoperta di una tale verità colpì anche l’animo sensibile del filosofo danese Soeren Kierkegaard che lasciò scritto in una sua in­tensa pagina: “I due mondi dell’umano e del divino, da sempre separati in tutta la classicità antica, sono entrati in rotta di collisione nella persona del Salvatore, non per esplodere ma per offrirsi uno scambievole abbraccio”.

Nel rileggere i testi evangelici della Na­tività è indispensabile evitare dunque due opposte tentazioni. Da un lato quello di un eccessivo storicismo: è infatti chiaro come il nucleo storico di quei racconti sia avvolto da un manto di simboli, interpretazioni te­ologiche e allusioni bibliche, del resto anche Origene riteneva il voler sapere tutto sulla nascita del Messia un peccato di “curiosità troppo spinta” e questo spiega perché anco­ra oggi per gli Ortodossi il mistero dell’In­carnazione non è rappresentabile nell’icono­grafia.

Dall’altro lato è però altrettanto disdice­vole il presentare quei testi come il semplice frutto di miti e allegorie senza alcun aggan­cio alla concretezza del reale.

L’amore per la Verità deve portare allora a riconoscere la venuta di Colui che è Signo­re del tempo e della storia.

 

di Andrea Pino

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