La Chiesa contro la schiavitù

Il Cattolicesimo ha mai davvero difeso la schiavitù, sostenendo magari che gli schia­vi non avessero un’anima? Ovviamente no. Anzi, non esiste un solo documento del Magistero, di alcun genere, in due millenni di storia, in cui si dichiari che ci siano uomini senza un’anima. Tanto meno esistono docu­menti che giustificano la schiavitù con simili argomentazioni. Eppure si sente ancora ri­petere questa autentica menzogna, una del­le tante messe in circolo dai nemici del Cri­stianesimo quando, tra il XVIII e il XIX sec., seminarono un’astuta contro-informazione volta a screditare la Chiesa proprio sul pia­no sociale e culturale. Purtroppo molti fede­li, spesso poco o nulla formati sulla gloriosa storia della propria fede, accolgono supina­mente tali fandonie. Per smontare quella in questione basta ricorrere all’insegnamento tradizionale della Chiesa. Un insegnamen­to di cui i Trinitari (ed i ‘cugini’ dell’Ordine Mercedario) sono i naturali custodi.

È del 2016 la pubblicazione del volume ‘La Chiesa e gli schiavi’, firmato dagli storici Roberto Reggi e Filippo Zanini, in cui ven­gono raccolti tutti i documenti e le dichia­razioni sul “fenomeno schiavitù” della tra­dizione cristiana. Già l’apostolo Paolo, nella celebre Epistola a Filemone, chiariva come in Cristo non ci fosse più “né giudeo né greco, né schiavo né libero”, e tale dottrina passò immutata nella letteratura sub apostolica del I-II sec., soprattutto nel pensiero di Ignazio di Antiochia, della Didaché e del Papa Clemente Romano che non esitava ad insegnare come gli schiavi fossero uomini redenti dal Sangue del Figlio di Dio, per loro dunque si era chia­mati a compiere straordinarie opere di carità.

Ma è soprattutto nell’epoca aurea della Patristica che l’opera di contrasto allo schia­vismo messa in atto dalla Chiesa rifulse. Nell’Impero, com’è noto, la schiavitù era una realtà molto diffusa perché legittimata dal diritto romano. Eppure, Agostino di Ip­pona lottò in Africa per l’intera durata del suo episcopato affinché gli schiavi non fos­sero maltrattati e potessero sposarsi e giun­gere ad una completa emancipazione.

In Italia la stessa linea di condotta era tenuta da Ambrogio di Milano che, all’in­domani della disastrosa sconfitta romana di Adrianopoli del 378, non esitò ad investire i propri beni di famiglia per soccorrere e liberare i numerosi prigionieri caduti nelle mani dei barbari. Ad Antiochia e a Costan­tinopoli poi fu attivo Giovanni Crisostomo, capace di farsi promotore di una vasta opera di riscatto dei più sfortunati. Insomma, è un dato di fatto come la Chiesa, sin dai primi secoli, abbia combattuto contro il maltratta­mento degli schiavi, non proclamando im­provvise sommosse o rivoluzioni sociali ma aprendo sin dal principio a loro l’accesso al battesimo, all’Eucarestia, al matrimonio, al sacerdozio e addirittura allo stesso papato (sono almeno due gli ex-schiavi divenuti vescovi di Roma: san Pio I nel II sec. e, nel III sec., san Callisto). Operando in tal modo, il Cristianesimo impose la libertà spirituale e quella fisica come un valore. Ciò avvenne anche attraverso la lotta contro gli spettacoli dell’arena, le pressioni sul governo statale af­finché fossero vietate le atroci pene riservate solo agli schiavi, come appunto la crocifissio­ne, e la lotta contro l’esposizione dei neonati.

Tale mission della Chiesa non si esaurì certo nei primi secoli. Nel Sinodo di Agde in Francia del 506 si affermò che gli schiavi, una volta liberati, dovessero mantenere per sempre questo stato e impose che, al mo­mento della liberazione, dovessero riceve­re anche una somma di denaro per iniziare un’attività economica autonoma. Il Quinto Sinodo di Orleans del 549 garantiva invece il diritto d’asilo nei luoghi di culto agli schiavi fuggiaschi e stabiliva addirittura la scomu­nica per quei padroni che volessero ritrat­tare l’atto di liberazione. Papa Gregorio III, scrivendo al vescovo di Magonza nel 731, rimproverava l’uso di vendere ai pagani dei cristiani come schiavi per immolazioni ritua­li mentre Giovanni VIII con la lettera Unum Est dell’873 chiese esplicitamente ai principi di Sardegna la libertà per alcuni schiavi che avevano acquistato. Eugenio IV invece, con le bolle Creator Omnium del 1434 e Sicut Du­dum dell’anno successivo, prese le difese dei nativi (battezzati, neofiti e pagani che fosse­ro) delle Isole Canarie, da poco scoperte da­gli spagnoli, che avevano iniziato a ridurli in schiavitù, ed impose la loro liberazione sotto pena di scomunica.

È vero poi che Nicolò V, con le bolle Dum Diversas (1452) e Romanus Pontifex (1454) ri­volte al re del Portogallo Alfonso V, autoriz­zò il sovrano ad imporre la servitù a quanti avesse sconfitto in battaglia ma tale presa di posizione è da contestualizzare in quella precisa contingenza storica in cui i lusitani stavano fronteggiando la preponderante espansione islamica dopo la tragica cadu­ta di Costantinopoli. Di fatto, il Magistero successivo si sviluppò nel solco già ampia­mente tracciato. Così Pio II, con la sua Pastor Bonus del 1462, si schierò a tutela non solo dei neofiti cristiani, ma anche degli infede­li, della Guinea dai soprusi dei trafficanti e, dopo la scoperta del Nuovo Mondo, Paolo III, con il breve Pastorale Officium condan­nò la riduzione in schiavitù degli amerindi da parte dei conquistadores iberici, specifi­cando con la famosa bolla Veritas Ipsa, come gli Indios fossero uomini a tutti gli effetti e avessero davvero un’anima. Si può iscrivere in tale ottica anche la grande opera in favore degli schiavi svolta in America dal domeni­cano Bartolomeo de Las Casas e dal gesui­ta Pietro Claver. Dopo tali documenti molte furono le dichiarazioni pontificie contro il commercio di schiavi. Il fatto che siano state numerose sarà segno di una scarsa efficacia ma dimostra anche un impegno costante. Pio V si espresse con le lettere Licet Omnibus e Postquam Nuper, Gregorio XIV lanciò la sua condanna nella Cum Sicuti, Urbano VIII la reiterò con la Commissum Nobis, Benedetto XIV si schierò a tutela degli schiavi con l’Im­mensa Pastorum Principis, Gregorio XVI fece altrettanto con la In Supremo Apostolatus. Ad­dirittura il Magistero relativamente recente ha avvertito la necessità di condannare la schiavitù. Ne sono prova i documenti In Plu­rimis e Catholicae Ecclesiae firmati da Leone XIII e l’enciclica Lacrimabili Statu redatta da Pio X nel 1912.

Via via che il Cristianesimo dilagò per il mondo poté cominciare ad attenuare le dure leggi e le abitudini severe della società antica per migliorare le condizioni degli schiavi, che ottennero nel tempo una certa dignità morale, fino allo smantellamento della condizione di schiavitù. L’esempio di Gesù irruppe nella storia e attraverso i cristiani si fece scudo per gli indifesi. Come scrisse Leone XIII: “La Chiesa prese nelle proprie mani la causa ne­gletta degli schiavi, e fu la garante imperter­rita della libertà, sebbene, come richiedeva­no le circostanze e i tempi, si impegnasse nel suo scopo gradualmente e con moderazio­ne. Cioè, procedeva con prudenza e discre­zione, domandando costantemente ciò che desiderava nel nome della religione, della giustizia e della umanità; con ciò fu gran­demente benemerita della prosperità e della civiltà delle nazioni”.

di Andrea Pino

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