IL ROSARIO ATTO D’AMORE

Scrive Cristina Siccardi: “chi si appresta a recitare il Rosario è già pronto a manifestare le proprie speranze alla Madonna, a confidarle i propri tormenti, ad aprirle il cuore, ad affermare la disponibilità nell’accettare i disegni di Dio, a prometterle fedeltà in ogni circostanza, anche in quelle più difficili e dolorose”

Ottobre è popolarmente consi­derato il mese del Rosario ed il Rosario è senza dubbio la preghiera prediletta da Maria Santissima. In tutte le apparizioni ri­conosciute dalla Chiesa, infatti, la Madonna ha sempre raccomandato ai fedeli di pregare attraverso questa santa corona. Non ha chiesto, né of­ferto nuove forme di orazione, bensì ha domandato la recita di una pre­ghiera che da secoli la tradizione cat­tolica tramanda. Nella recita di questa preghiera mariana per eccellenza (e che risultò essere l’arma più poten­te capace di salvare la Cristianità a Lepanto nella celebre battaglia mari­na del 7 Ottobre 1571) il cadenzare ritmato delle Ave Maria, precedute dall’enunciazione dei Santi Misteri e intervallate dal Pater, dal Gloria, non­ché dall’invocazione di Fatima (“Gesù mio, perdona le nostre colpe, pre­servaci dal fuoco dell’inferno, porta in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della Tua divina Mi­sericordia”) aiuta il fedele a placare il proprio animo, ad entrare in una di­mensione di assoluto soprannaturale, che è poi la serenità del Cielo, a dis­ sipare ansie e paure, a ridimensiona­re preoccupazioni, ad armonizzare la propria anima, ad accordare lo spirito come fosse un’arpa. Così si entra in colloquio confidenziale con la Vergi­ne, che conosce già tutte le pene e le angosce di quanti le si rivolgono, e che tiene fra le mani il cuore di quanti sono disposti a donarglielo.

Come ricorda la fervida scrittrice piemontese Cristina Siccardi, “soli­tamente chi si appresta a recitare il Rosario (formula impegnativa che richiede una precisa predisposizione d’animo) è già pronto a manifestare le proprie speranze alla Madonna, a confidarle i propri tormenti, ad aprirle il cuore, ad affermare la propria di­sponibilità nell’accettare i disegni di Dio, a prometterle fedeltà in ogni cir­costanza, anche in quelle più difficili e dolorose, confidando nella protezione e consolazione che soltanto Lei può donare”. Tale preghiera eccelsa dun­que non significa altro che desiderare di stare in contemplazione del Salva­tore e della Sua Madre. Infatti, medi­tando i Misteri della loro vita i fedeli scelgono di stare alla Loro presenza e ciò significa estirpare chi l’amarez­za, chi il rimpianto, chi i sentimenti di odio e vendetta, chi la disperazione. Certo, le difficoltà e gli ostacoli dell’e­sistenza possono permanere, se non subentra una grazia o un miracolo, ma è l’atteggiamento da parte di chi prega che muta di fronte ad essi.

Per tali motivi, il Rosario va recitato lentamente, come se il tempo non esi­stesse, altrimenti non ci si può mette­re alla presenza del cielo. La velocità nella preghiera senza dubbio non può essere buona cosa perché non favo­risce la contemplazione e così facen­do si rischierebbe, beffardamente, di perdere soltanto tempo, senza dare alcun valore alle parole pronunciate. In tal modo, non ci si potrà mai inna­morare della preghiera che, solo se svolta nei modi e nei tempi giusti, può diventare un appuntamento desidera­to e bramato, quale fonte preziosissi­ma di forza e di vigore di potentissima efficacia. Dare tempo alla preghiera non significa privazione di tempo da dedicare ad altre attività, siano esse lavorative o di svago, bensì saluta­re spazio dove è possibile attingere energia e serenità per svolgere anche meglio e di più i propri doveri, perché lo spirito sarà pacificato con il mondo.

La storia del Santo Rosario è una vi­cenda di svariati secoli e risulta pro­fondamente radicata nella realtà mo­nastica come anche in quella laicale. Fra l’Ottocento ed il Novecento la sua recita era uso comune in moltissi­me famiglie che, senza le distrazioni odierne, si raccoglievano in preghiera prima o dopo cena.

Gli albori più remoti di questa specia­le preghiera sono riscontrabili già nel XII sec., un tempo influenzato dallo spirito monastico di san Bernardo, in cui si insisteva sulla vita concreta di Gesù: i fatti e gli eventi dell’esistenza terrena di Cristo erano meditati, con­templati, assaporati con gusto come un cibo spirituale. Risuonavano poi, nell’Europa Medievale, un po’ ovun­que lodi indirizzate alla Vergine, che spingevano alla meditazione sulle gioie di Maria, collegate alla prima in­fanzia di Cristo e poi a alla sua gloria in cielo. Esse si fondevano inoltre con la contemplazione dei Dolori, una de­vozione diffusa soprattutto dai Fran­cescani e dai Serviti, nei sec. XIII e XIV.

Il Rosario propriamente detto nac­que di fatto nel XIV secolo. All’inizio si trattava piuttosto di un florilegio che intesseva lodi alla Madre del Re­dentore: era come se fosse una ghir­landa di pensieri fioriti e poetici. Nel 1410 Domenico di Prussica, monaco certosino presso Treviri in Germa­nia, raccolse in un’unica preghiera 150 Ave Maria. La sua scelta origi­nale consisteva però nell’aggiungere alla recita delle Ave Maria un breve pensiero di meditazione sulla vita di Gesù e di quella della Vergine, unen­do così Vangelo, semplicità e spirito contemplativo. Nel 1464 Alano della Rocca, domenicano, definì tale pra­tica come una sorta di salterio della Vergine (i Salmi della Scrittura sono appunto 150) ed il Rosario iniziò a prendere la forma che oggi conoscia­mo e san Domenico di Guzman ne fu un’interprete esemplare, così come lo sarà cinque secoli dopo Giovanni Paolo II che dedicherà alla preghiera mariana (lui grande innamorato del­la Madre di Dio tanto da usare come motto del suo stemma episcopale le parole “Totus tuus”), una Lettera apo­stolica, la Rosarium Virginis Mariae del 16 ottobre 2002. In essa si legge: “Il Rosario della Vergine Maria, svi­luppatosi gradualmente nel secondo Millennio al soffio dello Spirito di Dio, è preghiera amata da numerosi santi ed incoraggiata dal Magistero. Nella sua semplicità e profondità rimane, anche in questo terzo Millennio appe­na iniziato, una preghiera di grande significato, destinata a portare frutti di santità. Essa ben s’inquadra nel cammino spirituale di un Cristianesi­mo che, dopo duemila anni, non ha perso nulla della freschezza delle ori­gini, e si sente spinto dallo Spirito di Dio a ‘prendere il largo’ (duc in altum!) per ridire, anzi ‘gridare’ Cristo al mon­do come Signore e Salvatore, come ‘la via, la verità e la vita’ (Gv 14,6), come traguardo della storia umana, il fulcro nel quale convergono gli ideali della storia e della civiltà. Il Rosario, infatti, pur caratterizzato dalla sua fisionomia mariana, è preghiera dal cuore cristologico. Nella sobrietà dei suoi elementi, concentra in sé la pro­fondità dell’intero messaggio evange­lico, di cui è quasi un compendio. In esso riecheggia la preghiera di Maria, il suo perenne Magnificat per l’opera dell’Incarnazione redentrice iniziata nel suo grembo verginale. Con esso il popolo cristiano si mette alla scuola di Maria, per lasciarsi introdurre alla contemplazione della bellezza del volto di Cristo e all’esperienza della profondità del suo amore. Mediante il Rosario il credente attinge abbondan­za di grazia, quasi ricevendola dalle mani stesse della Madre del Reden­tore”.

di Andrea Pino

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