LO “STATO”DI MEZZO

Il purgatorio: una polemica secolare oggi quasi dimenticata. Non si tratta di una punizione bensì di un’espressione dell’amore stesso di Dio. Si dice infatti che un’anima imperfetta non potrebbe restare al cospetto di Dio senza soffrire per la propria miseria e perciò esso è concepito come esperienza necessaria alla beatitudine

Sebbene i misteri divini dovrebbe­ro essere oggetto di quotidiana meditazione per un fedele, pure il mese di novembre è sempre stato considerato tradizionalmente congeniale alla riflessione dei Novis­simi. In quest’ambito è da ricordare soprattutto una questione di lungo corso, addirittura plurisecolare, che è sempre stata uno dei nodi irrisolti della polemica tra Cattolici Romani e Chiese Ortodosse, il Purgatorio. Oggi ormai poco se ne parla ma un tem­po era uno dei temi più gettonati ed incandescenti di confronto teologico.

È un fatto che la Chiesa Cattolica, unica tra le confessioni cristiane, dichiari, insieme con l’Inferno ed il Paradiso, anche l’esistenza del Pur­gatorio come uno dei possibili luoghi o condizioni cui vengono destinate le anime dei defunti. Esso è dunque considerato un elemento importante della dottrina escatologica del Cat­tolicesimo romano. Di carattere tem­poraneo, il Purgatorio è il luogo dove transiterebbero la maggior parte delle anime che, pur essendo in stato di grazia, hanno però da concludere e perfezionare la propria purificazione morale e spirituale, prima di accede­re alla comunione perfetta con Dio. Esso tuttavia non deve essere inteso come una semplice “anticamera” o “sala d’aspetto” del Paradiso.

Secondo la concezione cattolica, in­fatti, si suppone che le anime, benché oggetto della redenzione operata da Cristo, ancora debbano espiare per­sonalmente, in un luogo di sofferen­za, parte delle pene meritate dai loro peccati e soddisfare così la giustizia divina. Questa però non è una puni­zione crudele bensì un’espressione dell’amore stesso di Dio. Si dice infatti che un’anima imperfetta non potreb­be restare al cospetto di Dio senza soffrire immensamente per la propria miseria e perciò il Purgatorio viene concepito non solo come qualcosa di giusto ma anche di necessario alla beatitudine delle anime peccatrici.

La permanenza delle singole ani­me in Purgatorio sarebbe tuttavia abbreviabile mediante l’esecuzione in loro nome, da parte dei viventi, di particolari opere meritorie consigliate e prescritte dal magistero ecclesia­stico. Questa dottrina è confermata dagli insegnamenti e dalle esperien­ze mistiche di diversi sante e beate della Chiesa Cattolica come Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Fran­cesca Romana, Caterina da Genova, Teresa d’Avila, Maria Maddalena de’ Pazzi, Margherita Alacoque, France­sca Cabrini, Faustina Kowalska ed Anna Caterina Emmerick.

La fondatezza biblica e teologica del Purgatorio è di solito attestata attra­verso le pagine del Secondo libro dei Maccabei. Un testo stupendo ma ca­talogato tra i libri deuterocanonici (e dunque considerato apocrifo dall’at­tuale Ebraismo, oltreché dalle comu­nità protestanti). In tale libro appare, oltre alla fede nella risurrezione, la certezza che l’offerta di un sacrifi­cio possa servire davanti a Dio per l’espiazione dei peccati. La morte di alcuni guerrieri in forza nell’esercito del celebre Giuda Maccabeo è po­sta in relazione con il fatto che essi si erano impossessati di statuette di idoli pagani appartenenti ai Greci in­vasori. Per questo tutti «ricorsero alla preghiera, supplicando che il peccato commesso fosse pienamente perdo­nato» (2Mac 12,42). E poi continua: «Perché se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risusci­tati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli con­siderava la magnifica ricompensa ri­servata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devo­ta. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato» (2Mac 12,44-45). Un altro passo biblico in cui di solito si intravede il dogma del Purgatorio è Is 33,13-16: “Hanno paura in Sion i peccatori, lo spavento si è impadro­nito degli empi. Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante? Chi di noi può abitare tra fiamme perenni?”.

Gregorio Magno invece, vedeva in Mt 12,31-32 un chiaro accenno ad una possibile purificazione dopo la morte (che però sarebbe esclusa per alcuni peccati commessi nella vita terrena): “Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uo­mini, ma la bestemmia contro lo Spi­rito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito, non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro”.

Altro passo scritturistico di capitale importanza è poi il paolino “Nessu­no infatti, può porre altro fondamen­to che quello che è stato posto, cioè Gesù Cristo. Ora, se uno costruisce sopra questo fondamento con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno si renderà manifesta; infatti, il giorno la renderà manifesta, perché si rivelerà nel fuoco e il fuoco proverà quel che vale l’ope­ra di ciascuno. Se l’opera di qualcuno che ha costruito sopra rimarrà, egli ne riceverà ricompensa; se l’opera di qualcuno invece sarà consumata dal fuoco, ne avrà danno, però si salverà, ma come attraverso il fuoco” (1Cor 3,11-15).

La letteratura subapostolica avrebbe offerto ulteriori sviluppi. Nel “Pastore di Erma”, testo del II sec., sembrano comparire dei chiari ed espliciti rife­rimenti ad uno stato, successivo alla morte terrena, in cui è necessario purificarsi prima dell’ingresso in Para­diso. La dottrina del Purgatorio ven­ne comunque definita chiaramente, in ambito cattolico, solo dal secondo Concilio di Lione del 1274, dal Conci­lio di Firenze del 1438 e infine ribadita dal Concilio di Trento, nel 1563. In tale assise si affermò che quanti muoiono nella grazia di Dio, senza però aver soddisfatto con adeguate penitenze la pena temporale, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono sottoposti, dopo la morte, ad una pu­rificazione, al fine di ottenere la santi­tà necessaria per entrare nella gloria del cielo. Tale purificazione consiste nelle medesime pene infernali, con la differenza che esse non sono eterne e risultano stemperate dalla speranza divina. Per questo, le anime purganti sono in perenne e continua orazione, perché essa risulterebbe fondamen­tale per sostenere la pena della pu­rificazione. In suffragio dei defunti il Concilio iniziò poi a raccomandare la preghiera, la celebrazione di messe e le opere di misericordia.

Al dibattito sul Purgatorio s’interessò anche lo storico Jacques Le Goff, uno dei più noti studiosi del Medioevo. Nella monografia “La nascita del Pur­gatorio”, egli sostenne che tale dottri­na nella Chiesa cattolica si affermò piuttosto tardi (seconda metà del XII secolo), strutturandosi solo succes­sivamente con l’impianto dogmatico che è ad esempio alle spalle della seconda cantica della Divina Com­media dantesca. Stando a Le Goff, la dottrina sarebbe sorta allorquando lo sviluppo dei commerci ed i miglio­ramenti economici resero necessario integrare nella comunità spirituale anche quei “peccatori di mestiere”, come banchieri o mercanti, dai cui traffici basati sul “commercio di dena­ro” in definitiva dipendeva la prospe­rità. Quella dello studioso francese è tuttavia una semplice ipotesi che non può scalfire un dogma ormai consoli­dato della teologia cattolica.

di Andrea Pino

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