la scrittura creatrice di cultura

Nelle pagine bibliche affondano le nostre radici. A partire da alcune semplici espressioni lessicali che ormai fanno parte del linguaggio corrente

E' vero che dalle Scritture sgorga l’amore per il creato ma non sempre ci si sofferma a pensare come le pagine bibliche siano state a loro volta creatrici di cultura in ogni suo ambito. Goethe, ad esempio, non esitava a considerare la Bibbia come lingua materna d’Europa. E basta un rapido sguardo alla nostra spontaneità lessicale per rendersi conto di quanto avesse ragione. “Fare da Marta e Maria”, “la pazienza di Giobbe”, “andare da Erode a Pilato”, “lavarsene le mani”, “cedere per un piatto di lenticchie”, “aspettare la manna dal cielo”, “fare un’ira di Dio”, sono solo alcune delle tantissime locuzioni create tangibilmente dalla Parola divina. Ecco perché un linguista importante come Beccaria segnalava appunto come la Bibbia fosse il libro che ha dato più vocaboli all’Europa. Eppure, quel Testo Sacro è caratterizzato da una grande povertà espressiva. L’ebraico classico dell’Antico Testamento ricorre ad un lessico piuttosto limitato, appena 5.750 vocaboli. Il greco popolaresco del Nuovo, quello detto koinè, risulta ancor più modesto con un patrimonio di soli 5.433 termini. Ciononostante, questo ristretto dizionario ha avuto una funzione generativa per la cultura occidentale talmente grande da divenire una sorta di lessico iconografico e di modello ideologico a cui attingere. Non per nulla Chagall affermava che le pagine bibliche sono l’alfabeto colorato in cui per secoli gli artisti hanno intinto i pennelli.

“Le Sacre Scritture sono l’universo entro cui la letteratura e l’arte occidentale hanno operato fino al XVIII secolo e stanno ancora in larga misura operando”. Questa affermazione sul rapporto tra Bibbia e letteratura (contenuta nel saggio Il grande codice di Northrop Frye) registra un dato facilmente accessibile a chi perlustri la storia dell’Occidente: da sempre, infatti, la Bibbia è stata l’immenso repertorio iconografico, ideologico e lessicale a cui si è attinto sia a livello colto che popolare. Cercare di delineare questa presenza nella molteplicità delle sue forme è un’impresa ciclopica, per non dire disperata, tanto sterminata risulterebbe ogni catalogazione. Tuttavia, nel dibattito culturale odierno, è ormai riconosciuto il valore rappresentato dalla Tradizione teologica, spirituale e artistica che dalla Scrittura è stata generata. Si è così configurata una ricerca detta di Wirkungsgeschichte o “storia dell’effetto” (o anche Rezeptionsgeschichte ossia “storia della recezione”) che verifica lo straordinario influsso esercitato dalla Bibbia sull’immaginario e sulla vicenda culturale alta e popolare. Muovendosi sempre su una linea puramente esemplificativa, è possibile indicare alcuni modelli emblematici di tale immenso influsso.

Un primo modello è quello reintepretativo o attualizzante: si rilegge il testo o il simbolo biblico all’interno di coordinate storico-culturali nuove e diverse. Si pensi alla figura di Giobbe che, dopo esser divenuta per secoli un’immagine del Cristo paziente nell’arte sacra (come in Carpaccio) si trasforma in un segno personale nella Ripresa di Kierkegaard: in Giobbe il filosofo danese leggeva la propria esperienza infranta di amore ed il tentativo di recuperarla dal passato a opera di Dio. Scriveva Kierkegaard: “Io non leggo Giobbe con gli occhi come si legge un altro libro, ma lo metto sul cuore. Ogni sua parola è cibo per la mia povera anima”. E, per stare allo stesso filosofo, si pensi al sacrificio di Isacco così come è letto da lui in Timore e tremore: il terribile e silenzioso cammino affrontato da Abramo verso il monte della prova diventa il paradigma di ogni cammino di fede, segnato da luce e buio, in cui il credente deve giungere fino alla spoliazione totale di tutti gli appoggi umani, compresi gli affetti e le relazioni fondamentali. L’esegeta Von Rad, in una sua opera intitolata Il sacrificio di Isacco, raccoglierà attorno a quel testo, oltre a quelle di Kierkegaard, anche le reintepretazioni attualizzate di Rembrandt e di Kolakowski, ma già la tradizione giudaica aveva visto in esso il mistero della sofferenza del popolo ebraico e si era interrogata sul silenzio di Dio.

Si potrebbe continuare a lungo nella documentazione di questo tipo di rilettura che domina nell’arte sacra. C’è, però, un altro modello da individuare: esso elabora i dati biblici in modo alquanto limitato. Nella stessa storia della teologia e dell’esegesi si sono verificate spesso deviazioni o deformazioni interpretative. Il testo sacro si trasforma in un pretesto per parlare d’altro o persino per ribaltarne il senso originario. Così accade anche nella storia della cultura. Si prenda ancora come esempio emblematico il libro di Giobbe. A volte, ignorando l’altissimo poema che costituisce la sostanza dell’opera, l’attenzione si è attestata quasi esclusivamente sul prologo e sull’epilogo, facendo apparire il protagonista solo come l’uomo paziente che supera la prova ed è alla fine ricompensato dal cielo. In realtà il corpo centrale dello scritto presenta invece il dramma della fede posta di fronte al mistero di Dio e del male. L’approdo di una ricerca così dura è in quella professione di fede che sigilla realmente l’intera opera: “Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42, 5).

L’arte invece sulla scia di un’interpretazione piuttosto riduttiva si accontenterà di un Giobbe collocato sul letamaio, pronto a sopportare le sofferenze, l’ironia della moglie e la contestazione degli amici, in attesa della liberazione finale. Ma la degenerazione del significato autentico del libro biblico può essere ulteriormente illustrata con l’enorme ripresa letteraria che esso ha subito. Esemplare in questo senso è la Risposta a Giobbe di Jung, in cui il celebre sofferente biblico si erge come il simbolo della moralità e della responsabilità di fronte a un Dio del tutto libero da ogni etica, nella sua onnipotenza e onniscienza. Cristo sarà colui che, provenendo da Dio ed entrando nell’umanità, riuscirà a imparare la lezione morale di Giobbe e a ergersi contro la durezza e l’insondabilità del Padre celeste. Come è evidente, il testo biblico è ormai solo uno spunto sul quale si intessono nuove trame e nuovi significati e questo accade per molte figure bibliche.

Con la sua ricchezza simbolica la Bibbia è stata allora il grande codice della cultura, in particolare dell’arte e dell’immaginario popolare ma anche la presentazione di una fede che unisce in sé trascendenza e immanenza. L’arte ha cercato di cogliere la carnalità, cioè la storicità di quella rivelazione ma ha anche saputo salvaguardarne la dimensione di segno, di mistero, di infinito e di eterno. E ciò che può essere illustrato attraverso un genere particolare dell’arte orientale cristiana, quello dell’icona, così come è presentata da Pavel Florenskij: “L’oro barbaro e pesante delle icone, in sé futile alla luce del giorno, si anima con la luce tremolante di una lampada o di una candela in una chiesa, facendo presentire altre luci non terrestri che riempiono lo spazio celeste”. Arte e fede in questo senso s’incontrano. Le figure dell’icona e i loro fondi dorati sono terreni ma riverberano il divino e immettono in un’esperienza paradisiaca. Così da un lato l’arte espleta una funzione kerigmatica, diventa cioè un annuncio del messaggio spirituale, come suggeriva Giovanni Damasceno: “Se un pagano viene e ti dice: Mostrami la tua fede, tu portalo in chiesa e mostra a lui la decorazione di cui essa è ornata e spiegagli la serie dei quadri sacri”. Dall’altro essa, illuminata dall’iconografia biblica, diventa catechesi per i fedeli, come insegnava Gregorio Magno.

di Andrea Pino

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