LE MASCHERE DELL’EPULONE E DI LAZZARO

 La celebre parabola lucana del ricco epulone e del povero Lazzaro ebbe, nel corso dei secoli, infinite riprese. Numerosissime furono le eminenti personalità della storia cristiana che, rimanendone assolutamente affascinate, vollero scrivere su di essa. Fra i tanti, una delle letture di certo più singolari di questa pagina evangelica fu quella di San Giovanni Crisostomo.L’astro della cristianità orientale si misurò con la parabola quando era ancora un giovane sacerdote nella sua città natale, Antiochia, componendo sette stupendi discorsi che saranno registrati dalla letteratura patristica come Omelie sul povero Lazzaro. Sembrerà strano allora, ma proprio Crisostomo, noto per essere un nemico per eccellenza degli spettacoli teatrali della sua epoca, assunse questa metafora per esprimere la sua saggia, disincantata visione della vita, senza dubbio sorta in lui durante la faticosa esperienza di ascesi nelle rustiche grotte dei monti che ebbe nella prima giovinezza. Cos’è il mondo, si chiedeva Giovanni, se non uno sconfinato teatro? Cosa sono la ricchezza e la povertà, se non maschere menzognere indossate dagli uomini?

Le generazioni dei viventi nascono e svaniscono come le foglie nel ciclo delle stagioni. Possono mutare gli interpreti, cambiare le scene e lo spettacolo continua. Ma è inutile illudersi. Passerà la morte a strappare la maschera dal viso di ognuno. Si vedrà allora quanto i ricchi vestiti di bisso, come l’epulone della parabola, fossero in realtà poveri di tutto e quanto i cenciosi miserabili, i lazzari umidi di saliva di cane, fossero in realtà ricchi di virtù.

Così scrive infatti il futuro vescovo del Bosforo: “Come alcuni entrano in scena con la maschera di re, generali, medici, oratori, filosofi e soldati, senza essere niente di tutto questo, così, anche in questa vita, povertà e ricchezza sono solamente maschere. Dunque, quando, seduto a teatro, vedi fra quelli che recitano sulla scena uno con la maschera del re, non lo consideri felice, non lo reputi un re e non ti auguri di diventare come lui. Ugualmente anche nella vita, prendi posto nel mondo, come se fosse un teatro, e osserva quelli che recitano sulla scena, se vedi molti ricchi, non pensare che lo siano davvero, ma che indossano la maschera dei ricchi. Qualora gli strappi la maschera, ne sveli la coscienza e gli penetri nella mente, scoprirai un’assoluta povertà di virtù. Infatti come a teatro, al calar della sera, dopo che gli spettatori se ne sono andati e gli attori sono usciti di scena e si sono tolti il costume, finalmente rivelano la loro reale condizione quelli che a tutti sembrano re e generali. Così avviene nella vita: dopo che è sopraggiunta la morte ed è finito lo spettacolo, tutti si tolgono la maschera della ricchezza e della povertà e se ne vanno via da questo mondo”.

Certo, in queste parole del grande pensatore cristiano, si può toccare con mano il travaglio del suo tempo, lo schietto clima da Basso Impero. Agli occhi di Giovanni, una metropoli come Antiochia altro non era che il palcoscenico del mondo. Uno specchio capace di riflettere ogni tratto di quell’epoca dai capelli bianchi, in cui tutto sembrava ormai volgere al crepuscolo. Ma se i Salmi finiscono in gloria, il Tardoantico non poteva che finire in farsa. L’alessandrino Pallada detto Meteoro ossia “il superbo”, poeta pagano contemporaneo a Crisostomo, guardando con amarezza sempre più acuta il mondo in cui si trovava a vivere, sembrava esprimere, in un epigramma, un pensiero piuttosto simile a quello del santo omileta, definendo la vita come una tragica buffonata, in cui ogni uomo è costretto ad indossare la maschera ed a recitare la parte destinatagli dal fato, prima di uscire per sempre di scena. Pallada fu infatti autore di circa 150 epigrammi raccolti nella celebre Antologia Palatina. Da tali testi si ricava l’immagine di una penna beffarda e pungente, carica di humor violento e cupo, disincantata di fronte ad un mondo che gli stava divenendo sempre più estraneo.

Senza dubbio, per un membro dell’intellighentia pagana come lui non doveva essere affatto semplice confrontarsi con il clima di sconfitta del Paganesimo classico che ormai si respirava ad Alessandria d’Egitto. Quest’atmosfera di buio fatalismo si faceva tangibile soprattutto in alcuni suoi noti versi: “Tutta la vita è un teatro e una farsa / e tu impara a recitarla deponendo ogni saggezza / o a sopportarne i dolori”. Sono parole queste che ricalcavano un motivo tradizionale del pessimismo greco sin dall’età arcaica e che avrebbero avuto una certa fortuna anche nelle epoche successive. La medesima idea sembra ritornare addirittura nel seicentesco Macbeth shakespeariano. Si legge nella scena V dell’ultimo atto della tragedia: “Life’s but a walking shadow, a poor player that struts and frets his hour upon the stage, it is a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing”, “La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attorello sussiegoso che si dimena sopra un palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte, è un racconto narrato da un idiota, pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato”.

In realtà, tra le due personalità di Pallada e Crisostomo la differenza è madornale perché Giovanni lotta contro ciò che il rassegnato Meteoro subisce. Crisostomo si ribella a quest’atmosfera da così fan tutti. Non si è camuffato da monaco o da sacerdote come non si camufferà da vescovo martire. Lo è stato invece sul serio e forse è proprio tale fatto che gli conferisce il diritto di stigmatizzare la drammatica carnevalata che si vede sfilare davanti, giungendo così ad essere, secondo le felici parole dello studioso Sergio Zincone, una coscienza critica del proprio tempo.

Terribile è invece la sorte di chi ha portato la maschera con nonchalance, al punto tale da dimenticarsi di averla indossata, come il ricco epulone. Calato il sipario su questa esistenza, egli si scoprì immerso nella povertà più cupa e fu costretto a mendicare, per altro senza ottenerla, una goccia d’acqua da colui che non poteva cibarsi neppure delle briciole che un tempo cadevano dalla sua bella tavola. La dura legge del contrappasso ha, in fondo, sempre da compiersi e la pena che spetta al ricco sarà estremamente dolorosa: contemplare in eterno la beatitudine del povero. Crisostomo era convinto che ci fosse un accurato disegno celeste in tutto ciò. Dio infatti aveva permesso che il giusto Lazzaro giacesse, affamato e sofferente, alla porta del ricco perché fosse, nei confronti di quest’ultimo, maestro di virtù ed occasione di misericordia. L’epulone aveva però trascurato completamente la cosa, da stolto non aveva voluto approfittare della colossale opportunità di salvezza che gli era stata concessa e così, nell’eternità, la vista del miserabile in gloria gli sarebbe stata motivo di tormento infinito. L’insegnamento da apprendere era dunque quello di liberarsi delle maschere del mondo per tempo.

di Andrea Pino

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