[VERSO LA PASQUA] RICONOSCERE IL RISORTO

 L’idea che il Risorto continui ad incrociare gli uomini per le strade delle città odierne o sui viottoli di campagna, spesso senza essere riconosciuto, è tutt’altro che rara: basti pensare, ad esempio, al poemetto Pasqua a New York (1912) di Blaise Cendrars, messo in musica nel 1920 da Arbur Honegger, oppure al finale del discutibilissimo film Jesus of Montreal di Deny Arcand del 1989 con un Cristo che avanza in mezzo ad una schiera di giovani di periferia.
In realtà, anche nei racconti evangelici, il Risorto non viene immediatamente riconosciuto. Come è stato possibile non identificarlo ai due discepoli che quel pomeriggio percorrevano i sessanta stadi, ossia la dozzina di chilometri che separava la città santa dal villaggio di Emmaus dove erano diretti? Eppure Luca, che descrive nel suo Vangelo (24,13-35) quell’itinerario ed il relativo arrivo, non ha esitazioni nell’affermare che «i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo». Ancor più sconcertante è poi ciò che era accaduto - stando al Vangelo di Giovanni (20,11-18) - proprio in quella stessa giornata, all’aurora, presso il sepolcro di Gesù. Maria di Magdala, che aveva visto il volto di Cristo per tanto tempo, ne aveva sentito i discorsi e ne conosceva le inflessioni della voce, quando le si era parato dinanzi il Risorto l’aveva scambiato per il custode del giardino cimiteriale: «Vide Gesù che stava lì in piedi, ma non sapeva che era Gesù. Pensava che fosse il custode del giardino».
Ancora, in quella sorta di appendice allo stesso quarto Vangelo che è il capitolo 21 (21, I-14), c’è una scena altrettanto stupefacente. Sette apostoli sono ritornati, dopo la Pasqua, alla loro antica professione di pescatori su quel lago di Tiberiade dove avevano incontrato per la prima volta il Maestro. Là, rientrando dopo una notte di pesca infruttuosa, vedono sul litorale un uomo: «Ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù». E l’offuscamento del loro sguardo si accompagna a quello dell’udito: «Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No!”». La domanda si fa, quindi, sempre più urgente e necessaria: come può accadere che i discepoli non riconoscano subito Gesù Risorto? La risposta è nella natura stessa dell’evento pasquale. Esso è un evento storico ma, al contempo, soprannaturale, trascendente, misterioso.
Certo, ci sono segni storici come la testimonianza delle donne sulla tomba vuota, attestazione certa ed assolutamente non “inventata” perché, essendo le donne nell’antico Vicino Oriente inabilitate a testimoniare, la Chiesa delle origini non le avrebbe mai poste come soggetto testimoniale autorevole se ciò non fosse stato nella realtà stessa dell’evento. C’è poi un sepolcro vuoto con le bende e il sudario abban¬donati. I Vangeli, però, non descrivono in maniera empirica l’evento “Risurrezione” (saranno solo gli apocrifi a cercare di farlo, seguiti dall’arte cristiana: si pensi solo all’imponente Cristo che sale dalla tomba, opera di Piero della Francesca a Sansepolcro). Cristo risorto è ben più di un cadavere rianimato, facilmente riconoscibile come il Lazzaro redivivo: egli è nella pienezza della sua umanità e divinità, è un’epifania di gloria, è divenuto il principio di trasformazione della storia per la sua piena redenzione.
È per questo che gli incontri del Risorto coi suoi discepoli provocano uno sconcerto. Gli studiosi classificano due modelli narrativi per questi incontri o “apparizioni” (tale termine, anche se corretto perché nel greco dei Vangeli si dice che Cristo “apparve” o “fu visto”, non è però molto felice nell’accezione odierna perché potrebbe inopinatamente rimandare a esoterismo, magia o esperimenti mediatici). La prima di queste tipologie di apparizioni è detta appunto di riconoscimento. Così, Maria di Magdala riconosce Gesù risorto solo dopo che egli l’ha chiamata per nome, in una vera e propria vocazione rinnovata. La coppia di discepoli di Emmaus - uno di nome Cleopa e l’altro rimasto anonimo - lo riconoscono allo spezzare del pane, allusione al rito eucaristico, ossia in un atto sacro specifico. E sul litorale del lago di Tiberiade a riconoscere per primo il Risorto è il discepolo amato, espressione del perfetto credente, da identificare con Giovanni, il quale esclama: «È il Signore!».
Per avere il riconoscimento del Cristo glorioso non basta, allora avere avuto una conoscenza storica, camminando con lui sulle strade palestinesi, ascoltandolo mentre parlava nelle piazze o si cenava insieme. È necessario avere un canale di conoscenza e di comprensione superiore, quello della fede, e allora Cristo si rivela vivo e presente nella storia che continua. In questa luce è facile intuire che l’apparizione cioè l’incontro col Risorto, è disponibile per tutti coloro che crederanno o saranno da lui interpellati nella fede: si pensi al caso emblematico di Paolo oppure al medesimo episodio di Emmaus che in filigrana rivela la celebrazione eucaristica come luogo dell’incontro con Cristo possibile anche ai cre¬denti di oggi.
L’esperienza di fede però non significa qualcosa di fantastico, un sogno o assenza di realtà storica. Ecco perché in Luca, ad esempio, si insiste sul fatto che il Salvatore mangiò una porzione di pesce arrostito (24,42-43) e in Giovanni si ripete che sul lago di Tiberiade «Gesù prese il pa¬ne e lo diede loro e altrettanto fece col pesce» (21,13). Si introduce così un rimando chiarissimo alla corporeità, che per il semita non è solo fisicità ma è indizio di personalità e di presenza: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi ed esaminate: un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24,39). Analoga è la provocazione di Gesù nei confronti del dubbioso Tommaso: «Metti qui il tuo dito guarda le mie mani. Stendi la tua mano e ponila sul mio costato. E non essere più incredulo ma credente» (Gv 20,27). Questo linguaggio evangelico ha lo scopo di sottolineare l’oggettività dell’esperienza pasquale. Essa non sboccia da una sensazione soggettiva, ma è indotta da una presenza esterna trascendente sì ma comunque reale. Così reale ed efficace da mutare radicalmente la vita di quegli uomini esitanti e timorosi e persino quella di un avversario deciso come Paolo.
Oltre alle apparizioni di riconoscimento ci sono anche quelle di missione. Il Risorto incarica i discepoli di un compito missionario. La grandiosa pagina finale di Matteo (28,16-20) ambientata in Galilea, ne è l’esempio più luminoso. Gli apostoli dovranno proclamare il Vangelo a tutto il mondo, battezzare, insegnare la morale cristiana: ricevono quindi l’incarico di evangelizzare e di offrire i sacramenti della salvezza. È questa la missione della Chiesa nata dalla Pasqua di Cristo. Anche la Maddalena è invitata ad «andare dai fratelli» per annunziar loro la risurrezione. Anche per Luca il Cristo che ascende alla gloria del cielo lascia come testamento ai discepoli che «nel suo nome devono essere predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati» (24, 47) e tutta la seconda opera di Luca, gli Atti degli Apostoli, è la testimonianza di quest’impegno missionario che ha la sua radice nel mandato pasquale di Cristo e nella sua presenza sino alla fine del mondo.

di Andrea Pino

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