CHARBEL L’EREMITA LIBANESE

L’Ordine Trinitario, tra le famiglie religiose, ha sempre avuto una singolare peculiarità, tutta propria: quella di guardare all’Oriente cristiano. Ed è proprio la figura di un grande santo orientale che ci si propone ora di ricordare, il mistico Padre Charbel (a volte definito, “Il sole d’Oriente”), la cui vicenda, a poco a poco, sta diventando nota anche in terra italiana, portata dalle comunità di emigranti libanesi presenti, in particolar modo, a Roma e Milano.

Yusef (Giuseppe) Makhluf nacque nel villaggio di Biqa Kafra, sul massiccio del Monte Libano, nell’anno 1828 ed era il quinto figlio di una famiglia di contadini maroniti. Quella maronita è una Chiesa patriarcale sui iuris in perfetta comunione con la Chiesa Cattolica. I maroniti hanno infatti calendario, riti e liturgia propria, che derivano dalla tradizione antiochena (la lingua liturgica tuttora adottata è il siriaco) ma sono l’unica Chiesa d’Oriente rimasta sempre fedele alla Sede Apostolica di Roma, al punto che i patriarchi (eletti da un sinodo di vescovi e formalmente riconosciuti dai pontefici romani dopo una professione di comunione) assumono sempre come secondo nome quello di «Boutros», Pietro, proprio in riferimento al principe degli Apostoli che fu sì vescovo di Roma ma solo dopo esserlo stato di Antiochia. La Chiesa maronita prende comunque il nome dal suo fondatore, san Maroun († 410), un asceta siriano amico di Giovanni Crisostomo.

Yusef rimase orfano di padre in giovanissima età e la madre si risposò con un uomo di profondi sentimenti cristiani che addirittura alcuni anni dopo ricevette l’ordinazione diaconale. Yusef sentì fin da giovane il richiamo della vita religiosa tanto che già a quattordici anni, mentre portava al pascolo le sue pecore, sovente si ritirava in una caverna a pregare e meditare. I ragazzi suoi coetanei non di rado si prendevano gioco di lui per questo atteggiamento contemplativo, ma lui accettava le loro burle quasi con gioia, dando già prova di quella straordinaria mitezza che sarebbe divenuta la caratteristica più significativa della sua vita e del suo carattere.

A vent’anni, trovandosi nella condizione di dover scegliere tra il matrimonio e la vita religiosa, decise di prendersi un periodo di tre anni di meditazione durante il quale ascoltare solo la voce di Dio. L’ordine che ricevette nella preghiera fu inequivocabile: “Lascia tutto, vieni e seguimi!”. Fu così che nel 1851, senza salutare nessuno, lasciò la propria famiglia e si presentò al convento della Madonna di Mayfouq dove chiese di essere accolto. Qui fece due anni di noviziato, terminati i quali venne inviato nel Monastero di san Maroun di Annaya, un villaggio ad una trentina di chilometri da Byblos, dove fece i voti perpetui come monaco il 1 Novembre 1853 prendendo il nome di Charbel, cioè storia divina.

Dopo alcuni anni trascorsi nel monastero di San Cipriano vicino a Batroun allo scopo di studiare la teologia orientale venne ordinato sacerdote il 23 luglio 1859, all’età quindi di 31 anni. Ritornato al monastero di san Maroun ad Annaya continuò la normale vita del monaco libanese per sedici anni, durante i quali si distinse per la straordinaria mitezza e l’assoluta obbedienza agli ordini dei suoi confratelli e superiori. Quindi chiese ed ottenne il permesso di ritirarsi in eremitaggio su un colle posto nelle immediate vicinanze dello stesso monastero. Per i successivi ventitré anni visse in una piccola abitazione, priva di qualunque riscaldamento, utilizzando un sasso come cuscino, portando il cilicio e trascorrendo il tempo in preghiera, salvo quello necessario a coltivare la terra da cui otteneva l’indispensabile per il suo unico pasto giornaliero. La sua esistenza, in pieno Ottocento, fu identica a quella degli asceti del primitivo monachesimo del IV sec. Morì, ormai settantenne, il 24 Dicembre 1898 mentre si accingeva a celebrare la Messa natalizia.

Gli anni di eremitaggio furono contraddistinti, oltre che dalle durissime condizioni di vita, da una straordinaria mansuetudine nei confronti dei confratelli e dei superiori, al punto tale che questa sua inclinazione lo portava a chiedere sempre per sé i lavori più umili e sgradevoli che gli altri spesso rifiutavano. Non ci furono folle di fedeli che lo andarono a trovare in vita, anzi la fama della sua austerità superò di poco i confini del villaggio di Annaya, e neppure miracoli clamorosi. A dire il vero, si ricorda un solo fatto straordinario: una sera, Padre Charbel rientrò tardi dai lavori nei campi ed il superiore per penitenza non gli consegnò l’olio per la lampada. Quando questi però si ritirò nella sua camera, vide che dalla cella di Charbel proveniva comunque una luce. Entratovi trovò il monaco che leggeva gli uffici con la lampada accesa e quindi gli chiese come si fosse procurato l’olio. A quel punto Charbel ammise di averci versato dentro solo dell’acqua.

Se nessun fatto straordinario e nessun miracolo clamoroso si verificò durante la vita solitaria e modesta di questo oscuro monaco libanese, tutto cambiò invece all’indomani della sua morte. Qualche mese dopo la sepoltura, infatti, il sepolcro del religioso iniziò a sfavillare e luccicare. Il sarcofago venne riaperto ed il corpo di Padre Charbel apparve incorrotto e ricoperto di effluvi profumati. Intanto, tra coloro che si portavano a pregare su quel sepolcro, si produssero guarigioni inspiegabili, attribuite proprio all’intercessione del monaco. La fama dei numerosi e continui miracoli si diffuse ben presto in tutto il Libano, rendendo celebre quello che una volta era l’ignoto Padre Charbel. La sua vicenda giunse ad affascinare anche una mente a dir poco razionale come quella di Paolo VI che fu ben felice di procedere alla sua beatificazione nel 1965 e proclamarlo infine santo il 9 Ottobre 1977. Oggi presso l’apposito registro del monastero di Annaya sono ormai raccolte le storie di centinaia di guarigioni inspiegabili secondo la scienza medica. E quello che più affascina è il vedere come non si tratti soltanto di racconti di cristiani libanesi. Ovunque nel mondo dove venga conosciuta la fama di santità del saggio Charbel, si verificano miracoli, al punto che i suoi devoti sono presenti ad ogni latitudine, dal Messico alla Russia. Si è dunque tentati di credere che il santo monaco abbia ottenuto dal cielo la concessione di continuare a rimanere, sotto forme che non è possibile comprendere appieno, a presidiare il suo convento ed a raccogliere le lacrime dei sofferenti che si rivolgono a lui con fiducia. Non un santo esclusivamente libanese dunque, ma un santo universale come universali sono il dolore e la speranza, sentimenti che, come due ali, possono far volare sino alla contemplazione stessa del volto di Dio.

di Andrea Pino

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