LA REGINA DELLA TERRA E DEL CIELO

“Anche noi, povere donne senza più lacrime, lasciammo il Calvario con Giovanni, che da quel momento mi prese con sé. E nei giorni del pianto, per confortarmi mi raccontò molte cose di lui. Anch’io gli raccontai quelle cose che, dalla sua prima infanzia, mi erano accadute per causa di lui, e che io conservavo diligentemente nel cuore. E il contarcele e il ricontarcele era un modo di continuare a vivere con lui, a vivere di lui”.
Sono le parole finali di una delicata autobiografia immaginaria di Maria stesa poco prima della sua morte dallo scrittore e sacerdote pavese Cesare Angelini e pubblicata nel 1976 con il titolo “La vita di Gesù narrata da sua Madre”. Ma cosa avvenne davvero quando Maria e il discepolo amato scesero da quello sperone roccioso della periferia di Gerusalemme, chiamato dai romani Calvario? Di quelle ore tragiche, iniziate in un giardino della valle del Cedron, il torrente orientale di Gerusalemme, nella notte del giovedì, abbiamo un ricco resoconto offerto dagli evangelisti che è anche meditazione e teologia, contrassegnato dalla memoria storica e dalla fede degli scrittori sacri.
Da secoli la pratica popolare della Via Crucis, sorta probabilmente all’epoca delle crociate tra il XII e il XIV secolo ci ha abituati a incrociare Maria lungo quella strada di Gerusalemme che porta ancor oggi il nome di Via Dolorosa. Il corteo avanzava sotto la guida e la responsabilità del cosiddetto exactor mortis, il centurione romano incaricato dell’esecuzione. Il condannato è scortato da quattro soldati armati di lance, dietro e ai lati si ammassava la folla dei curiosi.
Soste per cadute del condannato o per piccoli incidenti di percorso sono scontate ma la Via Crucis ci ha abituati a una sosta tutta particolare:  è la quarta stazione, l’incontro tra Cristo e la Vergine. Tuttavia i testi evangelici tacciono su un tale episodio. Forse si potrebbe ipotizzare che il volto di Maria si nasconda, quasi anonimamente, tra quelle donne che Luca ritaglia tra la folla dei curiosi. Ma è probabile che queste fossero delle caratteristiche lamentatrici professionali che accompagnavano i riti funebri. Oppure delle pie donne assistenti dei condannati a morte, una sorta di locale confraternita della buona morte. Cristo, pur non rifiutando quel gesto di solidarietà, lancerà a loro un messaggio di penitenza, invitandole piuttosto a pensare all’imminente tragedia che sarebbe piombata addosso alla città santa nell’anno 70, quando le armate di Vespasiano e Tito caleranno in Palestina.
Certo è che alla fine Maria sarà sulla cima del Golgota. È per questo allora che gli Apocrifi non hanno esitato a colmare liberamente quel vuoto alla narrazione canonica offrendo in tal modo la fonte per la stazione della Via Crucis. Così, nel Vangelo di Gamaliele, giuntoci in una versione etiopica del V-VI sec., ma certo di origine più antica, Maria è ben presente durante la passione. È lei che consola Giovanni scoraggiato per il tradimento di Pietro, è lei che, con altre donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea, si incammina dietro il lugubre corteo. Anzi, secondo questo testo popolare, scoppierà addirittura anche un piccolo alterco con alcune spettatrici della scena, cioè le madri dei bambini di Betlemme martirizzati da Erode al tempo della nascita di Gesù: “C’erano là delle donne: Giovanna di Cusa, Maddalena e Salome. Esse abbracciarono la Vergine nostra signora e la sostennero. Un lamento interiore serpeggiava nella cerchia di tutte queste sante che piangevano pronunziando commoventi parole. Ma altre donne giudee, udendo il pianto, dicevano a Maria: Per tua colpa il nostro grembo rimase senza figlio, due anni dopo che generasti il tuo”.
In ogni caso, nel momento della crocifissione, il silenzio dei Vangeli riguardo alla Vergine si rompe. È noto l’affidamento reciproco che Gesù fece delle persone di Maria e Giovanni. Secondo Sant’Ambrogio, le parole del Cristo erano sì un testamento domestico, ma anche la rivelazione di una nuova maternità spirituale di Maria. Concetto che sarà poi ripetuto da Pio XII nell’enciclica Mystici Corporis. Atanasio, Ilario e Gerolamo trovavano invece in quell’episodio una conferma della verginità di Maria, priva di altri figli a cui essere affidata. Mentre Efrem il Siro insegnava che come Mosè incaricò Giosuè di prendersi cura del popolo ebraico in sua vece, così Gesù incaricò Maria di prendersi cura di Giovanni e, nella sua persona, di tutto il popolo cristiano. In questa pagina evangelica comunque affonda le sue radici la notizia secondo la quale Maria avrebbe sul serio convissuto con Giovanni dapprima a Gerusalemme e poi ad Efeso, in Asia Minore, sino al giorno della sua dormizione. Ancor oggi, ad otto chilometri dalle celebri rovine di Efeso, sul Colle degli Usignoli, in un paesaggio verdeggiante, si eleva una cappella che indicherebbe il luogo della residenza efesina di Maria e Giovanni, cosa confermata anche dalle visioni della mistica Caterina Emmerick.
La scena della Madre di Dio sul Calvario resterà poi nella mente e nel cuore di tutti i fedeli, anche perché, soprattutto a partire dal VII sec., la raffigurazione della crocifissione si affermò sempre più nell’arte cristiana. Anche la scena successiva della deposizione avrebbe avuto infinite presentazioni artistiche, come la celebre Pietà di Michelangelo della Basilica di San Pietro e l’altra, commovente anche se meno nota ma altrettanto straordinaria, Pietà cosiddetta “Rondanini” del Castello Sforzesco di Milano, in cui il Cristo morto sembra quasi ritornare nel grembo della Madre. In piena epoca post-tridentina, nel Settecento, iniziò ad avere grande successo la figura della Mater Dolorosa, sulla scia della festa dei Sette Dolori, che si celebrava il 15 Settembre, ed anche grazie alla predicazione itinerante di San Paolo della Croce e dei molti che al suo stile si ispiravano. Maria veniva raffigurata col cuore trafitto da sette gladi, simboli del dolore supremo, per evocare quella misteriosa profezia che le aveva indirizzato il vecchio Simeone durante la presentazione di Gesù bambino al Tempio:  “Anche a te una spada trafiggerà l’anima”. È come se simbolicamente la lancia che aveva trafitto il costato del Figlio morto trapassasse ora anche la Madre.
Davanti a questa figura di donna e madre addolorata, segno e sintesi di tutte le donne e le madri addolorate, si scioglieranno i canti più noti della pietà popolare cristiana. Tra queste voci, la più celebre è certamente lo Stabat Mater, il bellissimo lamento attribuito al francescano Jacopone da Todi (XIII sec.) ed entrato anche nella liturgia. Un testo che sarebbe stato musicato da molti sublimi maestri della musica sacra cattolica come Giovanni Palestrina (1525-1594), che ne stese due versioni, rispettivamente a 8 e a 12 voci, Alessandro Scarlatti (1660-1725) che scrisse anche due oratori dedicati ai Dolori di Maria sempre Vergine (1703) ed alla Vergine addolorata (1717); e Giovanni Pergolesi (1710-1736) che compose uno Stabat per la confraternita del convento cappuccino di Pozzuoli.

di Andrea Pino

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