IL MALE SOTTILE E PERVERSO

Quello dell’accidia è un tema sul quale la riflessione del Cristianesimo tardo antico si è a lungo soffermata. Sono numerose infatti le testimonianze, rintracciabili nella letteratura patristica, di come tra le solitarie celle degli eremi dell’Asia Minore o nelle fresche grotte dei monti antiocheni o tra le arroventate dune del deserto egiziano, molti monaci sperimentassero una sorta di male oscuro, difficilmente definibile.
Li pervadeva un senso di indolenza e di insofferenza che a tratti sfociava in un autentico disgusto per divenire infine una triste noia mortale. Avevano delle enormi difficoltà a sostenere la vocazione intrapresa, erano di continuo tormentati dal ricordo degli affetti familiari e dei propri luoghi d’origine, avvertivano la preghiera e la penitenza come qualcosa di inutile, soffrivano nel mettere a confronto la durezza della vita religiosa con quella del mondo esterno che tendeva ad apparire ai loro occhi come più lieta e desiderabile. Diversi aspetti di questa particolare sintomatologia, come le costanti paure e tristezze erano comunque noti all’antica medicina greca. Del resto, già a partire dal IV sec. a.C., le scuole ippocratiche diagnosticavano la cosiddetta melanconia, il male causato dalla preponderanza della bile nera.
I medici del tempo infatti fondavano il benessere fisico della persona sul preciso equilibrio dei quattro umori presenti nel corpo umano e cioè il sangue, la bile gialla, il flegma ed appunto la bile nera. Essi erano in relazione con i quattro elementi del cosmo, ossia l’aria, il fuoco, l’acqua e la terra, di cui risultavano essere anche analoghi per qualità. Quando i rapporti di equilibrio tra i quattro fluidi si rompevano allora si manifestava la malattia. Nel caso specifico di un soggetto melanconico, il suo stato era dovuto quindi ad un eccesso di bile nera, l’umore acido, freddo e secco come la terra.
Ad un certo punto tuttavia, negli ambienti monastici, si pensò di includere questo sentito problema all’interno delle più ampie riflessioni sulla lotta spirituale, sulle tentazioni e sui pensieri malvagi che tanto interesse riscuotevano in tutto l’Oriente cristiano. Fu allora che a quegli stati d’animo così sfumati e sfuggenti sperimentati con disagio da numerosi monaci, a quel misto di depressione, ansia, noia, insofferenza e molto altro che si manifestava nella loro quotidiana condotta, venne associato il vocabolo akedía (accidia).
Bastano questi pochi elementi per comprendere come all’epoca, volendo esaminare un fenomeno che appariva alquanto complesso e variegato, si attingesse ad una gamma di locuzioni flessibili, prive cioè di un significato rigidamente definito e dunque adatte ad indicare un ampio spettro di concetti piuttosto prossimi ma anche dotati di sfumature significative. Nel vivace grembo del monachesimo orientale insomma, a partire dal IV sec., avvenne la gestazione dell’idea di accidia che avrebbe trovato la propria levatrice nella luminosa mente di Evagrio (345-399).
Questi era un diacono nativo della regione del Ponto che aveva goduto dell’amicizia dei Cappadoci e fatto vita ascetica in Palestina prima di ritirarsi negli eremi egiziani di Nitria e delle Celle dove trascorse i suoi ultimi anni a stretto contatto con i cosiddetti Padri del deserto. Qui egli, a partire dalla propria esperienza ed in maniera indipendente dai testi sacri, avrebbe elaborato e poi trasmesso alla letteratura monastica un catalogo di otto pensieri malvagi di cui i demoni si servirebbero per insidiare i cuori: gola, lussuria, avarizia, tristezza, ira, accidia, vanagloria, superbia. Eccezion fatta per qualche caso, riscontrabile nei suoi scritti, di un’inversione fra ira e tristezza, si trattava di uno schema fisso in ordine crescente di gravità.
Secondo Evagrio dunque tutti i pensieri tentatori derivavano da questi otto generici loghismoí che comunque erano variamente intrecciati tra loro perché l’uno traeva origine dall’altro. Tale dinamica che caratterizzava il sistema conferiva all’accidia un posto singolare. Essa infatti si ritrovava più o meno a metà strada fra i peccati più grezzi e sensuali e quelli più immateriali ed eterei che si palesavano in particolar modo ad elevati livelli di vita ascetica. L’accidia era intesa allora come lo sbocco delle tentazioni più basse ma anche il passaggio aperto verso le più sottili. Una passione di frontiera insomma, capace di irretire tanto la dimensione spirituale quanto quella fisica del monaco e quindi di causare manifestazioni somatiche, psichiche e spirituali variamente collegate tra loro e spesso contraddittorie. Tale posizione molto fluida e indefinita dell’akedía all’interno dell’ottuplice quadro dei pensieri malvagi è la più eloquente testimonianza dell’ambigua complessità del tema.
Il pensiero di Evagrio sull’accidia non si esaurì con i suoi scritti ma, attraverso Cassiano (360-435), raggiunse anche l’Occidente dove avrebbe trovato un ulteriore sviluppo grazie al magistero di Gregorio Magno (540-604). Questi, provenendo dagli ambienti monastici romani, non poteva rimanere indifferente al dibattito, ormai secolare, che tanto interessava la vita religiosa. Nondimeno la sua dottrina rappresentò una svolta significativa sul tema. Nei Moralia in Job Gregorio procedette ad una nuova sistemazione del catalogo dei vizi capitali. In primo luogo l’ottuplice schema assunse una forma settenaria. La superbia veniva esclusa dall’elenco perché vista come presupposto ad ogni vizio. Faceva invece la sua comparsa l’invidia che, da semplice filiazione della superbia, assurgeva ora ad autentico loghismós. Ma si assisteva soprattutto alla scomparsa dell’accidia, inglobata dalla tristezza. Quest’ultima poi invertiva definitivamente la propria collocazione con l’ira. Gregorio inoltre volle mutare in maniera radicale la prospettiva del sistema. Così se Evagrio aveva classificato i vizi secondo un ordine crescente di gravità, il papa concepiva i pensieri malvagi in linea decrescente: vanagloria, invidia, ira, tristezza, avarizia, gola, lussuria.
Tale cambio di prospettiva derivava da un diverso modo di considerare il peccato. Evagrio aveva meditato su esso riferendosi esclusivamente al cammino del monaco. Gregorio guardava al peccato come un’esperienza universale di crescente allontanamento dal bene divino causato dalla superbia, per questo il suo indice di loghismoí perdeva quella connotazione monastica che lo aveva sino ad allora caratterizzato e veniva esteso all’esistenza umana in generale.
La discussione sui vizi capitali in Occidente sarebbe durata ancora a lungo ed il catalogo avrebbe assunto l’ordine definitivo, che ancora oggi il Cattolicesimo conosce, solo ai tempi della Scolastica. L’accidia ne avrebbe fatto un po’ le spese. Con i secoli ci si dimenticò della complessità del fenomeno su cui i Padri avevano insistito e così l’akedía venne a perdere il suo carattere proprio, finendo per essere identificata con l’una o l’altra delle sue manifestazioni mentre invece le rivestiva tutte.

di Andrea Pino

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