MONACHESIMO IN CUCINA

una delle più importanti eredità che il Monachesimo ha trasmesso all’Europa cristiana è senza dubbio la rivoluzione dell’arte culinaria. Questo dato diventa tangibile soprattutto nell’opera di san Benedetto di Aniane (750 ca.-821). Protagonista indiscusso dell’epoca medievale, Benedetto di Aniane fu tra gli attori principali della Rinascita carolingia, durante la quale difese l’ortodossia e riuscì a diffondere in tutto il Sacro Romano Impero la regola di san Benedetto da Norcia, integrata con qualche modesto apporto da altre regole monastiche. Grazie alla sua austera santità ed alla fiducia accordatagli prima da Carlo Magno (742-814) e ancor di più dal suo successore Ludovico il Pio (778-840), quest’uomo di Dio ha avuto una notevole influenza sulla storia della Chiesa.
Era nato nel sud della Francia da una nobile famiglia d’origine visigota. Suo padre era un conte e l’educazione del santo, che i genitori avevano chiamato Witiza, avvenne presso la corte di Pipino il Breve, dove aveva per compagni i nipoti del re dei Franchi. Per il suo futuro pensava ad una carriera militare e così nel 773 partecipò alla spedizione di Carlo Magno contro i Longobardi in Italia. Ma durante la campagna bellica un evento lo indirizzò a cambiare vita: nel tentativo di salvare il fratello rischiò di morire annegato in un torrente nei pressi di Pavia. Lasciò dunque le armi e si votò alla causa del Monachesimo, entrando nell’abbazia di Saint-Seine, dove assunse il nome religioso di Benedetto, proprio in segno di devozione per il grande patriarca di Norcia.
Nei suoi primi anni in monastero iniziò lo studio delle regole monastiche, come quelle lasciate ai loro figli spirituali da san Basilio il Grande, san Colombano o san Pacomio. Questo lavoro culminerà nella stesura di una raccolta, il Codex regularum, contenente tutte le ventisette regole monastiche di sua conoscenza. Un altro suo scritto di grande importanza è la Concordia regularum, in cui commentò la regola benedettina citando estratti di altre regole per dimostrare come l’opera del santo di Norcia fosse la migliore sintesi di tutte le antiche tradizioni monastiche, anche orientali. Intanto, con alcuni seguaci aveva fondato un’abbazia ad Aniane, in Linguadoca: proprio qui applicò la regola di san Benedetto, integrandola in parte con quella di san Colombano. Aniane divenne presto un grande centro spirituale e culturale e sotto la guida di Benedetto il monastero arrivò a contare più di trecento religiosi.
La sua riforma del Monachesimo in Occidente fu agevolata soprattutto dal sostegno della corte carolingia e di altri grandi uomini di Chiesa dell’epoca, come il beato Alcuino di York (732-804), abate nel monastero di Marmoutier (fondato dal celebre san Martino di Tours) nonché maestro della Schola Palatina, uno dei luoghi privilegiati della rinascita culturale avviata da Carlo Magno. Rinascita in cui la Chiesa ed i monasteri benedettini svolsero un ruolo decisivo. Questi ultimi trassero un ulteriore slancio nell’816-817, quando Ludovico il Pio convocò ad Aquisgrana tutti gli abati dell’Impero per la promulgazione del capitolare monastico preparato da Benedetto: quel documento stabilì l’osservanza della regola benedettina in tutte le abbazie, consentendo piccoli adattamenti in base al clima e la conservazione di certe tradizioni. Fu una pietra miliare nella storia dell’Ordine benedettino e, in generale, del movimento monastico europeo.
San Benedetto di Aniane si distinse inoltre nella lotta contro l’adozionismo, un’eresia che negava l’eterna natura divina di Cristo (con più varianti nel corso dei secoli) e che, nel suo tempo, aveva messo radici piuttosto profonde nella Francia occidentale come anche in Spagna, a causa di Elipando, vescovo di Toledo, ed a Felice di Urgell. Il santo scrisse tre trattati e numerose lettere a confutazione dell’adozionismo, contrastato vigorosamente anche dallo stesso Alcuino. L’eresia fu condannata dai concili di Ratisbona nel 792, Francoforte nel 794 e Aquisgrana nel 799. Benedetto andò pure in missione nella Marca di Spagna, regione che coincideva con la fascia dei Pirenei, e con il suo carisma e la grande competenza teologica riuscì a riportare all’ortodossia molti chierici e credenti. Quello che però colpisce della vicenda di questo santo insigne è come, nelle sue biografie volte ad esaltarne, come si può immaginare, le virtù, si legga spesso come «egli collaborasse con i confratelli intenti alla costruzione [di nuovi monasteri], cucinando il vitto per il loro nutrimento e contemporaneamente trovava il tempo di scrivere anche un libro di cucina».
Si tratta, come ricorda la studiosa Susanna Manzin, di un’immagine notevole: un uomo santo che innalzava abbazie, coordinava la riforma monastica, fidato collaboratore dell’imperatore Carlo Magno, riusciva addirittura a trovare anche il tempo di cucinare per i confratelli e di comporre ricettari: “contemporaneamente”, come affermano i suoi agiografi. Ma la cosa più curiosa è che questo aspetto veniva considerato degno di essere segnalato ai posteri, in un libro redatto col chiarissimo intento di edificare lettori. In realtà, essere bravo nel lavoro in cucina è sintomo di precisione, disciplina, costanza ed applicazione. La cucina ha delle regole che esigono rispetto. C’è una procedura, i gesti devono essere compiuti in un ordine ben preciso, le fasi devono essere rispettate. E poi bisogna coordinarsi con gli altri: come si è visto, i monasteri del Medioevo potevano giungere a contare centinaia di monaci, senza contare poi c’erano i pellegrini di passaggio e gli ospiti anche illustri. È possibile immaginare quanto si lavorasse in cucina, quanti monaci vi erano impiegati: era necessario collaborare, organizzare la corvée, rispettare la tempistica del gruppo, ubbidire alla disciplina, avere pazienza con i novellini, spronare i pigri, insegnare ma anche saper sfruttare i talenti ed accettare le novità. Gli ambienti del refettorio e della cucina isomma diventavano una palestra di vita, una sorgente di generosa laboriosità applicata a vantaggio del prossimo. Ciò è ben risaputo da quei formatori aziendali che organizzano oggi dei corsi di team building per manager proprio facendoli cucinare insieme.
In un certo senso, non ci si è inventati nulla. Già lo facevano i monaci medievali che consideravano la cucina il luogo ideale per insegnare l’umiltà ed il servizio, la disciplina e l’ordine, ma anche la creatività, l’innovazione, la voglia di fare gruppo e di condividere successi e crescita. Per questo san Benedetto aveva previsto che: «Nessuno sia dispensato dal servizio in cucina» (Regola XXXV). C’erano dunque monaci agricoltori, amanuensi, scultori, architetti, farmacisti, teologi e letterati. Ma a tutti toccava, di tanto in tanto e per la durata magari di una settimana, l’impegno ai fornelli. In definitiva, il santo di Norcia aveva intuito anche il grande valore educativo del lavoro, anche quello in cucina.

di Andrea Pino

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