RICORDANDO BENEDETTO XV

La ricorrenza è di quelle storiche che proprio non possono passare inosservate. È ormai trascorso un secolo dal termine della Grande Guerra e dalla soffertissima vittoria di quel conflitto da parte dell’Italia. Numerosissimi sono stati, a tal proposito, gli studi redatti, anche in merito alla linea seguita dalla Chiesa Cattolica in quegli anni così drammatici. Sfogliando tale, vastissima, bibliografia c’è una figura che emerge su tutte, il cui nome resterà per sempre congiunto agli eventi della prima guerra mondiale. Questa figura è il Papa Benedetto XV (Giacomo della Chiesa, 1854-1922), il pontefice che cercò di salvare l’umanità da quell’immane tragedia.  
Eppure è difficile immaginare un papa più sconfitto di lui. Divenuto cardinale nel maggio 1914, appena tre mesi prima della morte di San Pio X, viene eletto successore di Pietro in un momento difficilissimo: dopo i tristi fatti del Risorgimento, la Santa Sede era del tutto isolata, avendo relazioni diplomatiche solo con tre delle maggiori potenze, l’Impero Asburgico, la Russia e la Germania. La Francia, nel 1905, aveva rotto qualsiasi rapporto, mentre i governi italiani facevano l’impossibile perché la Chiesa Cattolica avesse intorno terra bruciata.
Tutto questo mentre l’Europa cadeva in una spirale di violenza inaudita, quella che avrebbe preparato il terreno ai totalitarismi e al progressivo decadimento dell’intero continente. Benedetto XV aveva chiaro come il conflitto in corso fosse del tutto sbagliato e, per di più, senza possibilità di uscita: non credeva all’idea che sarebbe stato breve, come immaginavano quasi tutti; si accorse presto della sua enormità, anche per la comparsa, sulla scena bellica, di nuove e potenti armi di distruzione di massa. L’opera di contrasto alla guerra messa da lui in atto cominciò subito, ma anche l’emarginazione risultò immediata: la sua preghiera per la pace, composta nel gennaio 1915, quando si era ancora in una fase iniziale dello scontro, venne sequestrata in Francia, mentre in Italia poteva essere letta soltanto all’interno dei luoghi di culto o in maniera privata.
Fu così che, mentre l’Europa aveva ormai imboccato la strada di un’autodistruzione senza precedenti, al mondo cattolico veniva intimato di non ingerirsi negli ambiti politico e sociale. Il mito di uno Stato libero e dunque svincolato dalla morale e dagli insegnamenti cristiani mostrava in tal modo il suo volto più vero. Nel patto di Londra, quello con cui il governo italiano si impegnò ad entrare nel conflitto al fianco di inglesi e francesi (in cambio di territori che poi, a conti fatti, non riceverà), senza il previo consenso del parlamento, venne inserito l’articolo 15 che imponeva di non permettere al papa di partecipare ad alcuna possibile trattativa diplomatica futura. Si voleva dunque evitare che la voce della Sede Apostolica potesse acquistare forza, o che un suo intervento placasse la contesa bellica. Anche il tentativo di Benedetto XV, di fermare l’entrata in guerra dell’Italia, convincendo l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe a cedere delle regioni, al fine di privare il governo italiano di qualsiasi casus belli, si rivelò fallimentare.
All’interno della Chiesa stessa non mancarono poi sacerdoti e addirittura vescovi che, non comprendendo il pensiero seguito dalla Santa Sede si schiereranno, magari per spirito patriottico, in favore di questo conflitto desiderato e voluto dai nazionalismi atei. Come ben ha notato lo studioso Francesco Agnoli, si trattò di un paradosso emblematico della modernità: scartata ogni dimensione soprannaturale, si creano degli idoli come la Nazione, l’idea di Stato, la Razza o la Classe Sociale. In quell’epoca, non tutti i cattolici compresero tale assioma e il papa dovette soffrire anche per tale motivo.
Nonostante tutto ciò, non mancarono i tentativi dei vari governi di tirare Benedetto XV per la talare, invitandolo a riconoscere o denunciare le colpe dei rispettivi avversari. Il papa, pur sapendo di scontentare tutti, affermò sempre la verità, ricordando, accanto alle colpe degli uni, anche quelle degli altri. Così, nel 1917, la sua famosa ed ennesima denuncia dell’inutile strage (con annesso piano per una pace futura, giusta e duratura, ben più intelligente di quella che pianificheranno i vincitori a Parigi, deponendo i perversi semi del secondo conflitto mondiale) diventò pretesto per un ulteriore accusa nei suoi confronti: se nessuno aveva ancora vinto sul campo, nessuno voleva rinunciare ad eventuali bottini, di conseguenza il papa diventava un sabotatore, colui che prendeva le parti degli austro-tedeschi per gli alleati e degli alleati per gli austro-tedeschi. In Italia, il pontefice venne persino accusato di disfattismo e di essere stato, con i suoi interventi per la pace, una delle concause della disastrosa disfatta di Caporetto.
Isolato e sconfitto dunque, in mezzo alla devastazione, Benedetto XV fu certo uno spirito lungimirante e soprattutto un grande lottatore. Unendo alla sua ricerca della verità e della giustizia, il realismo cristiano della carità, mentre cercava di fermare la guerra, o almeno di limitarla, da una parte, si batteva per strappare ai governi condizioni migliori per i prigionieri, dall’altra organizzava continue azioni umanitarie. Di fronte all’inaudita novità di una guerra totale, e quindi della detenzione di massa, come dinanzi al problema della diffusione della tubercolosi e della malnutrizione che colpiva i popoli del continente a causa del blocco navale, il papa mobilitò uomini e mezzi, portando addirittura il Vaticano ad un passo dalla bancarotta. È stato infatti calcolato come le spese della Santa Sede in questi anni, per soccorrere prigionieri, aiutare le famiglie, provvedere agli orfani ed alle vedove della guerra e quant’altro, si aggirano intorno agli 80 milioni di lire. Per i tempi, una cifra stratosferica. Distribuita con assoluta imparzialità, a tutti. Tanto che ad essergli grati saranno, ben più che gli stati europei, i turchi, rispetto ai quali, alcuni anni prima, il papa non aveva esitato a stigmatizzare il genocidio degli armeni.
Fu nel 1919, a conflitto ormai concluso, che una testata turca, in segno di ringraziamento verso il pontefice, lanciò una sottoscrizione con l’intento di elevargli una statua da collocare nel centro di Istanbul. Così nel 1921, mentre Benedetto XV era ancora vivente, sebbene ormai prossimo alla morte, venne celebrato con un bel monumento che lo raffigurava con la mano tesa, come a voler fermare i massacri. Sul piedistallo di questa statua (visitata anche da Benedetto XVI nel 2006) un’iscrizione recita: “Al grande Pontefice della tragedia mondiale, Benedetto XV, benefattore dei popoli, in segno di riconoscenza, l’Oriente”.

di Andrea Pino

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