L’ANNUNCIO CHE HA CAMBIATO LA STORIA

Un proverbio berbero afferma che il corpo di una madre è come una tenda nel deserto, come un’oasi e come un tempio. È un dato di fatto ma la maggior parte delle civiltà del passato hanno sempre celebrato con amore la gestazione.
Si pensi al Salmo 139 che canta la misteriosa azione di Dio che “tesse e impasta” la creatura nel grembo della donna realizzando un capolavoro. Le immagini del tessitore e del vasaio si ritrovano anche nell’arte egizia dove si raffigura il ventre materno come un tornio, simbolo del dio Khnum, il creatore. Giobbe poi immagina che Dio sia come un pastore che lavora una forma di cacio. Secondo la scienza medica antica del resto l’embrione non era che la semplice coagulazione del seme maschile, favorita dal mestruo della donna. Ma nella Scrittura c’è qualcosa di più: Dio chiama il feto non solo ad essere creatura ma anche ad una vocazione specifica. Quante volte si ripete che i patriarchi o i profeti vennero chiamati sin “dal seno materno”? Questa sacralità del grembo doveva essere particolarmente sentita in Mesopotamia se anche l’Enuma Elish, celebre poema babilonese,recita: «Il dio Marduk decise di creare un capolavoro. Voglio dire un reticolo di sangue, formare un’ossatura e suscitare un essere il cui nome sarà: Uomo».
Tuttavia, se ogni esperienza di madre è straordinaria, unica fu quella di Maria. E non ci fu nessun imbarazzo, nell’arte cristiana, a raffigurare la Vergine incinta, mentre la Chiesa Etiope in un genere di inni detto malkee (effigie) avrebbe esaltato anche il corpo della Madre di Dio, sulla scia dei versi del Cantico dei cantici, arrivando a identificare ben cinquantadue organi e benedicendo soprattutto il grembo che ha portato il Salvatore. Per Maria tutto era iniziato in quel giorno in cui aveva ricevuto l’Annunciazione, una scena divenuta sublime sotto i pennelli di molti artisti, basti pensare al Beato Angelico. Epperò, l’antica Nazaret, nel cuore della Galilea, doveva essere un luogo ben diverso da come venne immaginato dagli artisti. Era un semplice villaggio, con le case addossate a grotte che fungevano da dispensa o soggiorno. Oggi la basilica francescana dell’architetto Giovanni Muzio, inaugurata nel 1969, ingloba non solo le reliquie dei precedenti edifici bizantini e crociati ma anche una grotta che fin dalle origini cristiane era stata una chiesa giudeo-cristiana gestita dai cosiddetti “fratelli del Signore”, i membri della parentela di Giuseppe. Contadini e gente modesta, essi avevano però conservato il ricordo vivo e ininterrotto della residenza di Maria. Ed è su queste pareti molto umili che venne trovata la prima Ave Maria scritta della storia. A scoprirla fu l’archeologo francescano Bellarmino Bagatti. Nell’intonaco della grotta, un’iscrizione in caratteri greci recava in alto le lettere XE e sotto MAPIA. Erano proprio le parole dell’angelo: Cháire Maria. L’ignoto autore aveva insomma voluto ripetere il gentile saluto. Su una seconda parete invece, tra molti graffiti, venne identificato il termine armeno keganuish, cioè “bella ragazza”, il titolo che gli armeni sogliono dare a Maria. In definitiva, nella stessa casa della Vergine si praticava il culto di lei fin dalle origini della Chiesa.
Le parole dell’angelo sono del resto un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell’identità di Cristo. Egli è il Grande in assoluto, re eterno, discendente davidico, Figlio dell’Altissimo, Santo per eccellenza. Qui non si è dinanzi al mistero di una comune nascita umana ma a qualcosa di assoluto e supremo, che non fiorisce dalle normali vicende della procreazione. È per questo che il Vangelo insiste sulla verginità di Maria. Il suo “non conosco uomo”, secondo alcuni Padri della Chiesa, rimanderebbe anche al fatto che il Redentore non nasca dalla carne e dal sangue ma per opera dello Spirito Santo. Pur percorrendo la via biologica, il Verbo divino non è concepito dal seme di Giuseppe ma dall’ingresso di Dio stesso, attraverso il suo Spirito, nel grembo di Maria che Luca compara all’arca dell’alleanza di Sion. Infatti, nell’originale greco, il termine kecharitoméne, è un participio passivo “teologico”, cioè avente come soggetto sottinteso Dio: Maria è stata pervasa dalla grazia divina che risplende in Gesù, presenza perfetta di Dio tra gli uomini.
Di fronte allo stupore della futura Theotokos, san Bernardo avrebbe scritto una pagina di elegia: «L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, o Signora, questo tuo dono che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine, pronuncia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano. Apri dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al Creatore. Ecco, colui che è il desiderio di tutte le genti, sta fuori e bussa alla tua porta. Alzati, corri, apri! Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso». Una scena altrettanto sublime è affrescata anche da quel mondo di folclore, fede semplice e pietà popolare dei primi secoli che sono gli Apocrifi dell’Infanzia. In uno dei testi più famosi,
il Protovangelo di Giacomo (detto anche Natività di Maria) risalente al II sec. l’annunciazione viene descritta in due tappe: la prima alla fontana del villaggio, che ancor oggi è indicata a Nazaret e la cui sorgente è all’interno della chiesa ortodossa di San Gabriele, la seconda nella santa casa. «Presa la brocca, Maria uscì ad attingere acqua. Ecco all’improvviso una voce: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta fra le donne! Maria guardava intorno, a destra e a sinistra, per scoprire donde veniva la voce. Tutta tremante, tornò a casa, posò la brocca, prese la porpora, si sedette su uno sgabello e si mise a filare. Ma ecco un angelo del Signore davanti a lei: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutte le cose. Tu concepirai per la sua parola! Udendo ciò, Maria restò perplessa, pensando: Dovrò io concepire per opera del Signore Dio vivente e poi partorire come ogni altra donna? Ma l’angelo del Signore le disse: Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra la potenza del Signore. Perciò l’essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell’Altissimo».
Nel Vangelo lucano, Maria, in seguito alla sua accettazione espressa con la formula solenne: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto», diviene incinta di Gesù. La liturgia cristiana, retrodatando il Natale, secondo i regolari nove mesi di gestazione, ha fissato l’annunciazione al 25 marzo. Questa solennità, che giustamente è definita dalla liturgia «festa del Signore», era già celebrata nel VI sec. in Asia Minore e fu accolta anche a Roma da Papa Sergio (687-701).
Famoso è il suo bel prefazio ancor oggi usato, ispirato a quanto sembra all’antica liturgia ispanica: «All’annunzio dell’angelo la Vergine accolse nella fede la tua parola e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della nuova umanità».

di Andrea Pino

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