IL MISTERO DELLE APPARIZIONI PASQUALI

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Spesso, nel leggere i Vangeli pasquali, ci si sofferma più sulle “apparizioni di riconoscimento”, come quella alle donne o a Tommaso, che non sulle “apparizioni di missione”.
Tuttavia anche queste hanno la loro estrema importanza. L’apparizione, ambientata in Galilea, che conclude il Vangelo di Matteo è l’esempio più luminoso. Gli apostoli sono mandati a proclamare il Vangelo, a battezzare e ad amministrare i sacramenti della salvezza. Ed è appunto questa la missione della Chiesa nata dalla Pasqua. Anche la Maddalena è invitata ad andare dai fratelli per annunziare loro la risurrezione. Anche per Luca il Cristo che ascende al cielo ordina che nel suo nome vengano predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. E gli Atti degli Apostoli sono la testimonianza di questo impegno missionario che ha la sua radice nella risurrezione.
Destinatari di tale incarico sono, come detto, gli apostoli. Primeggia infatti nelle apparizioni pasquali la figura di Pietro. Luca quando i discepoli di Emmaus ritornano la sera a Gerusalemme, fa rispondere loro da parte della comunità con questo annunzio: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Pietro!». Accanto al pescatore di Betzaida ecco poi il gruppo degli Undici, ai quali si aggiungono altri discepoli non sempre nominati.
Passando invece alle pirotecniche pagine dei vangeli apocrifi (sorte dalla primitiva pietà popolare cristiana, intrise di aspetti leggendari ma non prive di passi estremamente preziosi) ci si accorge come tale letteratura abbia allargato l’orizzonte, cercando di mettere il Risorto sulla strada di tanti personaggi evangelici, a partire proprio da sua madre Maria, che curiosamente nei canonici non è destinataria di nessun incontro col Figlio. Così, nel Vangelo di Gamaliele, un’opera copta che presuppone l’ambiente egiziano del V sec., Maria è consolata da Gesù: «“Hai versato abbastanza lacrime. Colui che fu crocifisso è vivo e parla con te e ora indossa la porpora celeste”. Maria allora rispose: “Sei tu dunque risorto, mio Signore e mio figlio? Felice risurrezione!”. E s’inginocchiò per baciarlo e per essere da lui benedetta mentre riceve la missione di correre dai fratelli e portare la notizia e il felice annunzio della sua risurrezione dai morti».
Anche Pietro è di scena negli scritti apocrifi, ma lo è con un incontro inedito col Cristo redivivo, un incontro che diverrà celebre nella tradizione popolare, tanto da offrire lo spunto al famoso romanzo (e relativa pellicola hollywoodiana in stile peplum) Quo vadis? dello scrittore polacco Henryk Sienkiewicz (1846-1916), premio Nobel nel 1905. Il racconto originario è presente negli Atti di Pietro, un antico apocrifo composto tra il 180 e il 190: «Mentre attraversava la porta, Pietro vide il Signore che entrava in Roma e gli disse: “Signore, dove vai?”. Il Signore gli rispose: “Entro in Roma per essere crocifisso di nuovo”. Pietro allora rientrato in sé stesso, vide salire il Signore in cielo. E se ne ritornò sereno a Roma». Ancor oggi, sulla via Appia antica, una chiesetta ricostruita nel XVII sec. conserva la memoria di questo straordinario incontro.
Continuando a sfogliare l’immenso materiale apocrifo a noi giunto è possibile trovare anche un’apparizione riservata all’apostolo Bartolomeo nell’omonimo vangelo. In quell’occasione Gesù svela al discepolo tutti i segreti dell’Ade, cioè del soggiorno dei trapassati in cui il Cristo aveva trascorso il periodo tra la sua morte e l’alba di Pasqua. In altri testi è invece Giuseppe d’Arimatea ad incontrare il Signore. Arrestato dai Giudei per aver offerto a Gesù il sepolcro, egli vede venir avanti nella prigione, durante la notte, il suo Maestro col ladrone pentito: «Nella camera risplendette una luce accecante, l’edificio fu sospeso ai quattro angoli, si aprì un passaggio e io uscii. Ci mettemmo allora in cammino per la Galilea, mentre brillava attorno a Gesù una luce insopportabile ad occhio umano e dal ladrone emanava un gradito profumo che era quello del paradiso». Il Risorto apparve anche a Nicodemo, il capo dei farisei che aveva voluto un incontro notturno con Gesù. Ce ne parlano le Memorie di Nicodemo, un apocrifo giunto a noi in diverse redazioni e lingue. Dopo averlo vanamente cercato sui monti, Nicodemo apprende da Giuseppe d’Arimatea la notizia della risurrezione e può anch’egli incontrare il Messia.
Ma l’apparizione apocrifa più sensazionale è, come ricorda in un suo studio il card. Ravasi, quella riservata a Pilato e riferita dal citato Vangelo di Gamaliele. Il procuratore incontrò colui che aveva condannato a morte in una visione notturna: «Lo vidi a fianco di me! Il suo splendore superava quello del sole e tutta la città ne era illuminata, ad eccezione della sinagoga degli Ebrei. Mi disse: “Pilato, piangi forse perché hai fatto flagellare Gesù? Non aver paura! Sono io il Gesù che morì sull’albero della croce e sono io il Gesù che oggi è risorto dai morti. Questa luce che tu vedi è la gloria della mia risurrezione che irradia di gioia il mondo intero! Corri dunque alla mia tomba: troverai le fasce mortuarie rimaste e gli angeli che le custodiscono, gettati davanti ad esse e baciale, diventa assertore della mia risurrezione e vedrai nella mia tomba grandi miracoli: i paralitici camminare, i ciechi vedere e i morti risorgere. Sii forte, Pilato, per essere illuminato dallo splendore della mia risurrezione che gli Ebrei negheranno”». E difatti Ponzio Pilato, giunto al sepolcro di Cristo, passerà di sorpresa in sorpresa, incontrando anche il ladrone risorto e diventando così quel santo che certe antiche Chiese antiche africane, come quella etiope, inseriranno addirittura nel loro calendario.
Ma lasciamo queste e altre pie creazioni della fantasia popolare, ritornando, in conclusione, ai Vangeli canonici, alla loro sobrietà e bellezza, alla loro intensità di rivelazione e di fede. Le apparizioni del Signore risorto sono la testimonianza della salvezza operata dal Cristo, il Figlio di Dio, all’interno della storia e del mondo. Entrato nel grembo del male, della morte e della terra, egli vi ha deposto il seme del divino e la scintilla dell’eterno. E per questo che «la morte è stata ingoiata per la vittoria»: sono queste le parole finali che l’apostolo Paolo - anch’egli destinatario di una straordinaria apparizione sulla via di Damasco che avrebbe cambiato del tutto la sua esistenza - indirizzava in quei giorni primaverili del 57 da Efeso ai cristiani di Corinto. Sono queste le parole decisive che ancor oggi la Chiesa indirizza a tutti coloro che nella liturgia incontreranno il Signore glorificato.

di Andrea Pino

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