Il PANE E IL VINO CIBO E BEVANDA DI SALVEZZA

È nota la famosa frase Der Mensch ist was er isst, “l’uomo è ciò che mangia”, coniata dal filosofo tedesco Feuerbach e considerata come un emblema del materialismo. Aldilà delle intenzioni dell’autore, essa però potrebbe essere interpretata anche in modo differente. Il cibo infatti in tutte le culture è anche simbolo di comunione nella gioia (si pensi alle parabole nuziali di Gesù che comprendono un banchetto), nel dolore (“mangiare il pane del lutto” è un’espressione biblica, e i pasti funebri sono ancora praticati in diverse culture), nell’ospitalità (basti ricordare la scena narrativa di Abramo che accoglie i tre angeli). Aveva ragione il magistrato francese Anthelme Brillat- Savarin quando osservava nella sua celebre Fisiologia del gusto del 1825 che “gli animali si nutrono, l’uomo mangia mentre l’uomo di spirito pranza”. Se ci si avviasse sulla strada della simbologia religiosa del cibo si dovrebbe in fondo allestire un intero orizzonte metaforico: c’è la cena pasquale esodica, il banchetto liturgico dei sacrifici di comunione nel tempio con le carni immolate, c’è quello messianico ed escatologico, segno di pienezza e di gioia, c’è quello sapienziale di stampo etico ricordato dai Proverbi e c’è infine l’Eucaristia di Cristo, per non parlare poi della morale raffigurata nella Genesi proprio con l’immagine di un frutto “buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile”, quello dell’albero della conoscenza del bene e del male.
I pranzi hanno un rilievo singolare all’interno della storia di Cristo. Egli infatti accetta spesso di sedere a mensa, senza badare molto alle persone che lo invitano: una volta è un fariseo ad averlo come ospite, altre volte un pubblicano come Zaccheo o Matteo. Anzi, a un certo momento si mormorerà di lui proprio per tale condiscendenza. Gesù inoltre ama usare il simbolo del banchetto, soprattutto nuziale, per parlare del Regno di Dio: si pensi alla parabola degli invitati a nozze o a quella delle vergini sagge e stolte.
Nella tradizione cristiana poi le prime due opere di misericordia corporale sono proprio il dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati. Esistono due scene emblematiche al riguardo nella Scrittura. La prima è quella in cui Dio si premura di procurare come un padre di famiglia il cibo e l’acqua al suo popolo in marcia nel deserto. L’altra scena è quella di Gesù che imbandisce pane e pesci per la folla che lo sta seguendo, moltiplicando quel poco cibo che era a disposizione degli apostoli. Eppure, gli autentici protagonisti della religione cristiana in questo campo rimangono due cibi molto semplici, reali e metaforici allo stesso tempo: il pane e il vino. Paul Claudel nel suo Annunzio a Maria scriveva: “Interroga la vecchia terra, ti risponderà col pane e col vino”. Anche se questi alimenti non sono del tutto universali. Infatti, l’elemento basilare del nutrimento per la cultura orientale è il riso, per l’America precolombiana era il mais, per gli eschimesi è la carne di foca, mentre gli antichi egizi, che pure ci attestano quaranta tipi differenti di pane, usavano piuttosto lo stereotipo “pane e birra”.
Il pane e il vino restano tuttavia gli archetipi dell’alimentazione, tant’è vero che l’ebraico lehem, pane, ha la stessa radice del vocabolo che indica la guerra, proprio perché si tratta di una conquista primaria per l’esistenza. Un autore spirituale, il gesuita Charles Pierre, dichiarava: “Il pane conserva quasi una maestà divina. Mangiarlo nell’ozio è da parassita, guadagnarlo laboriosamente è un dovere, rifiutarsi di dividerlo è da crudeli”. Ora, nella Scrittura, col pane si rimanda al cibo in senso generale, al punto tale che “mangiare il pane” è un’espressione che significa  semplicemente “cibarsi”. Nel Vicino Oriente non si può dare il pane agli animali, se si inciampa in un pane caduto per terra, lo si raccoglie e pulisce, e ancor oggi i cristiani di Siria non tagliano il pane col coltello per non ucciderlo, considerandolo quasi una creatura viva. Il pane dei poveri era di orzo, essendo il frumento raro e pregiato. È noto però che il pane più comune era quello azzimo, cioè una specie di sfoglia non lievitata, di facile preparazione nel deserto e fatto senza forno. Il vero impegno religioso, come ammonisce Isaia, consiste nel “dividere il pane con l’affamato”. Anzi per i cristiani, il digiuno non è una dieta o un gesto masochistico, bensì un atto penitenziale di distacco dal benessere che, in determinati casi, può essere trasformato in carità per i miseri. Senza dubbio Gesù ha dato un rilievo spirituale ulteriore al pane: l’Eucaristia nel linguaggio neotestamentario viene anche definita come “frazione del pane” perché con quel gesto si segnalava la comunione di tutti i fedeli con Cristo e tra loro. In quel rito tipicamente cristiano in cui il pane diventa realmente il corpo di Cristo che si dona e comunica ai credenti, si ha un’altra presenza materiale che si transustanzia nel sangue preziosissimo di Cristo, ossia il vino. Questa bevanda aveva per la cultura biblica un valore immediato e realistico, essendo espressione della festa e dell’allegria. Il Salmo 104 lo canta come ciò che allieta il cuore dell’uomo. Amos ed Isaia descrivono l’era messianica sotto immagini enologiche: “Verranno giorni in cui dai monti stillerà il vino nuovo e colerà giù dalle colline”; “Preparerà il Signore degli eserciti un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati”. Nella Scrittura, a partire da Noè, il vino costituisce una presenza semplice e spontanea, con le sue capacità di generare gioia, amore, amicizia, festa ma anche con i suoi rischi. Al riguardo, il Siracide è esplicito: “Non fare forte uso del vino perché ha mandato molti in rovina. Il vino è come la vita per gli uomini, purché tu lo beva con misura. Che vita è quella di chi non ha vino? Esso infatti fu creato per la gioia degli uomini. Allegria del cuore e gioia dell’anima è il vino bevuto a tempo e a misura. Amarezza dell’anima è il vino bevuto in quantità, con eccitazione e per sfida. L’ubriachezza accresce l’ira dello stupido a sua rovina”. Nei Proverbi invece si ha un ritratto vivace dell’ubriaco: “Non guardare il vino quando rosseggia, quando scintilla nella coppa e scende piano piano, finirà col morderti come un serpente. I tuoi occhi vedranno cose strane e la tua mente dirà cose sconnesse. Ti parrà di giacere in alto mare o di dormire in cima all’albero maestro”.
La religione cristiana non è, come ricorda il card. Ravasi, una vaga emozione interiore. È piuttosto una fede legata oltreché alle anime, ai corpi, alla storia, all’esistenza. Per questo ritornare alla civiltà e alla simbologia del cibo ha un valore culturale e spirituale. Nella Scrittura, del resto, si arriverà al punto di rappresentare le dodici tribù di Israele davanti al Signore attraverso due pile di sei pani ciascuna, poste nel tempio di Sion e chiamate “pani della faccia” perché collocate davanti all’arca dell’alleanza e quindi al volto di Dio: nell’arco di trionfo di Tito a Roma è raffigurata anche la tavola di questi pani, depredata durante la conquista di Gerusalemme del 70. Il pane riceve perciò un valore aggiunto sacrale, come è testimoniato dall’arcaico racconto dell’incontro tra Abramo e il re-sacerdote Melchisedek di Salem: costui offrì pane e vino al patriarca, espressione di sostegno materiale al clan ospite ma riletto in chiave rituale già dal testo della Genesi e in prospettiva eucaristica dalla tradizione cristiana.
Insomma, forse non esagerava lo scrittore inglese Charles Lamb quando, nei suoi Saggi di Elia, scriveva: “Detesto l’uomo che manda giù il suo cibo senza sapere cosa mangia. Dubito del suo gusto in cose più importanti”.

di Andrea Pino

L'ULTIMO NUMERO

RUBRICHE
SERVIZI

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, a scopi pubblicitari e per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso Accetto