Il travaglio della storia

“Dio non ha bisogno delle nostre bugie”. Questa è la lapidaria risposta attribu­ita a Leone XIII e indirizzata a quanti contestavano la sua decisione di apri­re agli studiosi i ricchissimi scaffali dell’Ar­chivio Segreto Vaticano, temendo una ma­rea di pericoli per la credibilità della Chiesa.

Quand’anche non siano state tali le pre­cise parole dell’anziano pontefice, esse però ne condensano bene il pensiero. Gioacchino Pecci era una personalità straordinaria: alto, ieratico, coltissimo, autore di ben 86 encicli­che caratterizzate da un non comune pregio letterario e frutto della sua penna di esperto latinista. Fu il primo Papa a non esercitare il potere temporale dopo mille anni, ma fu an­che il primo a farsi riprendere da una cinepre­sa e a dare una benedizione mediatica.

I suoi biografi tramandano la terribile visione di cui fu protagonista, la Basilica di S. Pietro scossa dai demoni fin dalle fonda­menta, e che lo spinse a stendere un’appas­sionata preghiera all’Arcangelo Michele, ordinando a tutti i sacerdoti di recitarla al termine della Messa. Ed effettivamente, la visione si rivelò profetica considerando la portata delle persecuzioni che il Cattolice­simo ha dovuto soffrire nell’intero ‘900. Ma c’è di più.

Molto probabilmente il Papa aveva bene intuito come nei nostri tempi lo studio della storia sarebbe divenuto un durissimo campo di battaglia. Cerchiamo di capirne il motivo.

È necessario partire da un’innegabile legge umana: nessun impero decade e in­fine rovina se non perché la dissoluzione è cominciata prima al suo interno, come se avesse inconsciamente deciso il proprio suicidio. I grandi organismi si dissolvono, in primo luogo, non per aggressioni e diffi­coltà esterne, che anzi spesso li rafforzano, ma per una crisi, una profonda sfiducia, un venir meno interno delle ragioni che davano loro compattezza ed energia. Esempio clas­sico è quello della Roma imperiale che, più che farsi travolgere dalla forza bruta dei po­poli barbari, già tante volte vittoriosamente respinta, si arrese perché erosa dal sospetto di aver esaurito le sue energie morali e dun­que di aver terminato il proprio compito sul palcoscenico della storia. Altro esempio pa­radigmatico è quello del mondo sovietico, letteralmente crollato come un castello di carte nel momento in cui è venuta a manca­re la fiducia nei tanto sbandierati ideali co­munisti: si è presa coscienza che il paradiso in terra promesso dal partito era una farsa dunque era giunta l’ora di ammainare le bandiere rosse.

A questa legge non sfugge neanche la Chiesa che, sebbene governata dallo Spiri­to Santo e quindi forte della sua carica so­prannaturale, è pure caratterizzata da una componente umana. Così, la Chiesa ottocen­tesca, aggredita da ogni lato, con Pio IX asse­diato in casa propria, risultò vitalissima, ca­pace di estendere l’evangelizzazione a livelli veramente mondiali, perché tenacemente convinta del suo buon diritto e rocciosamen­te salda sull’assioma che le porte degli inferi non prevalebunt, come ancora oggi recita la testata dell’Osservatore Romano.

Il Duemila è invece un’altra epoca. La Chiesa è attaccata, addirittura nei suoi pila­stri, dall’interno, come ha più volte diagno­sticato, con lucida drammaticità, Benedetto XVI. Solo i più miopi non si rendono conto che è in atto da decenni una perversa cam­pagna di denigrazione del Cattolicesimo volta a non far mai sopire ma sempre aumentare nei credenti il senso di colpa e di vergogna per il loro passato storico. Si giunge ad una strumentalizzazione sapiente di ogni pagina oscura, vera o presunta, al fine di demoraliz­zare i fedeli e delegittimarli ai loro stessi oc­chi, minando in tal modo la saldezza morale del nostro credo con i sentimenti di rimorso e di colpevolezza.

In questa strategia sotterranea, però, tutto il bene del Cristianesimo viene accu­ratamente rimosso, mentre l’inquisizione, le crociate, la vendita delle indulgenze, il colonialismo, l’invasione delle Americhe, il caso Galileo, l’antisemitismo, le collusioni col nazifascismo, diventano tanti fantasmi, tante mitologiche leggende nere da propalare al grande pubblico con ogni mezzo, dai media alla pubblicistica che invade le libre­rie, pur di porre la Chiesa sempre sul banco degli imputanti e accusarla di ogni crimine e nefandezza.

Tale uso spregiudicato della storia, che non è animato dall’amore per la verità ma solo dall’odio verso il sacro, ha veramente dell’assurdo, come sottolineato dal cardina­le Giacomo Biffi. Per l’arcivescovo emerito di Bologna, infatti, quando si parla delle colpe storiche della Chiesa, non bisogna trascurare il fatto che essa è la sola realtà a resistere allo scorrere dei secoli e di conseguenza diviene la sola chiamata a rispondere degli errori di tutti.

Chi si chiede oggi quale sia stato, al tempo di Galileo, l’atteggiamento delle uni­versità verso l’ipotesi copernicana? Chi do­manderebbe conto all’odierna magistratura delle condanne emesse dai giudici del secolo XVII? Chi rinfaccerebbe alle autorità politi­che milanesi le malefatte dei Visconti e degli Sfrorza? Sarebbe qualcosa di chiaramente assurdo. C’è però da notare che il porre sotto accusa la Chiesa oggi per avvenimenti o atti di epoche remote è un implicito ma palese ri­conoscimento dell’effettiva permanenza, nel­la Sposa di Cristo, della sua intangibile iden­tità, senza che venga mai travolta dalla storia ma riesca sempre a dominarla.

Si rende allora urgente e necessaria una nuova apologetica, da strutturarsi magari sulla scia di eccellenti penne del Cattolice­simo contemporaneo come Vittorio Messori e Roberto de Mattei, autori che più volte si sono battuti per guardare alla storia della Chiesa, anche ai suoi episodi più spinosi, con gli occhi della verità, ancorandosi bene alle fonti e tenendosi ben alla larga delle fal­sificazioni ideologizzate che vanno per la maggiore nella cultura dell’uomo medio del nostro tempo.

Sarà così una vera sorpresa scoprire, ad esempio, come la vicenda del Galileo auten­tico sia ben altra cosa dal mito costruito abu­sivamente sulla sua figura in epoca illumini­sta e che ancora si ritrova sui libri di scuola. In realtà, il celebre pisano non fece un solo giorno di carcere, né fu mai sottoposto ad alcuna violenza fisica. Anzi, convocato a Roma, si sistemò a spese della Santa Sede nella splendida villa dei Medici al Pincio. Da lì si trasferì come ospite nel palazzo dell’ar­civescovo di Siena, uno dei tanti ecclesiastici insigni che lo avevano aiutato e incoraggiato e ai quali aveva dedicato le sue opere. Infine, concluse i suoi giorni nella confortevole vil­la di Arcetri, chiamata, significativamente, “Il gioiello”. Dopo il processo, non perdette né la stima né l’amicizia di vescovi e scien­ziati, spesso religiosi. Non gli venne mai im­pedito di continuare i suoi studi, né gli era stato vietato di ricevere visite. L’unico suo obbligo fu quello di recitare una volta la set­timana i sette salmi penitenziali. Insomma, proprio tutta un’altra storia.

di Andrea Pino

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