IL SENSO DELLA VITA SECONDO IL QUARTO VANGELO

Tra gli autori del Nuovo Testamento nessuno più di Giovanni pare abbia riflettuto sul significato dell’esistenza in chiave cristiana. Dell’apostolo Giovanni è nota nei vangeli la famiglia: il padre, Zebedeo, il fratello Giacomo, tutti pescatori di professione o forse membri di una corporazione di pesca, cui probabilmente collaboravano anche altri due fratelli, gli apostoli Pietro e Andrea. La sua vocazione era appunto avvenuta nell’ambiente di lavoro e da quel momento era stato cooptato da Gesù nel gruppo ristretto dei tre testimoni privilegiati comprendente appunto anche Pietro e Giacomo. Furono loro gli unici ad assistere alla risurrezione della figlia di Giairo, alla trasfigurazione ed all’orazione nel Getsemani. Cristo imporrà anche un soprannome a Giovanni e Giacomo, chiamandoli Boanerghes, “figli del tuono”, epiteto collegato di solito al loro carattere veemente ma forse da considerare in senso positivo, essendo il tuono nella Bibbia simbolo della voce potente di Dio. Essi, allora, avrebbero il compito di attestare con forza e autorità la parola divina. Giovanni riappare negli Atti, spesso accanto a Pietro e con la missione di evangelizzatore. Paolo lo definisce invece una colonna della Chiesa madre di Gerusalemme, insieme con Pietro e Giacomo di Alfeo, il “fratello” del Signore. In sintesi, è possibile dire che Giovanni costituisce una delle figure di più alto spicco all’interno del collegio apostolico dei Dodici.
Una considerazione a parte merita però la figura misteriosa del “discepolo che Gesù amava”, protagonista delle pagine finali del quarto Vangelo, quando sta ormai per compiersi l’ora della redenzione pasquale. Tradizionalmente, tale figura è considerata un autoritratto dello stesso apostolo Giovanni nonostante si affermi che tale discepolo fosse noto al sommo sacerdote. Come era possibile che ciò accadesse a un semplice pescatore della Galilea? Tuttavia altri tentativi di identificazione risultano impossibili. Forse si potrebbe immaginare una puntualizzazione ulteriore facendo riferimento alla complessa storia della redazione del quarto vangelo.
Soffermiamoci quindi su questo scritto contrassegnato dal simbolo dell’aquila. Composto da 879 versetti, questo vangelo si caratterizza per un linguaggio teologico molto raffinato, tanto da aver meritato la definizione di “vangelo spirituale”. Si usano infatti nelle sue pagine, termini con accezioni specifiche. Così, “verità” è la rivelazione che Cristo offre, “segni” e “opere” sono i miracoli; l’“esaltazione” è la morte e la risurrezione del Messia. Termini cari a Giovanni sono anche “amore, conoscere, vita, luce”. Sembra allora che quest’opera sia frutto di un’elaborazione accurata, posteriore a quella degli altri vangeli, da collocare sul finire del I secolo, nell’area dell’Asia Minore, dove appunto erano fiorite comunità che si riferivano alla predicazione dell’apostolo Giovanni.
Diversi studiosi hanno cercato di approfondire la genesi dello scritto, proponendo ricostruzioni molto complesse. Certo è che alla base dell’opera si ha la testimonianza dell’apostolo stesso che aveva condiviso la vita pubblica di Gesù da privilegiato. È lui a dare il via, attraverso le sue parole, ad un testo che forse ebbe l’aiuto di un redattore qualificato che compose il vangelo sulla base di quella testimonianza orale, ma anche con la sua esperienza, la sua preparazione spirituale e culturale, la sua abilità letteraria. Comunque stiano le cose, è indubbio che il quarto vangelo appaia come un’opera di formazione progressiva, tant’è vero che possiede due finali diversi, segno almeno di un’ulteriore riedizione. Tuttavia, l’insieme, come nota il card. Ravasi, rivela una sua compattezza e un’identità teologica chiara. Per questo, esso fu particolarmente amato dalla tradizione che esaltava i grandiosi discorsi di Gesù contenuti in quelle pagine, i miracoli o segni del mistero profondo di Cristo, la grandiosa narrazione della passione che vede la croce come il trono della gloria del Redentore, l’indimenticabile prologo dove si celebra l’Incarnazione del Logos, gli incontri di Gesù con personaggi che rappresentano altrettanti modelli di vita, come Nicodemo o la Samaritana.
Non per nulla Origene (III sec.) affermava: “Il fiore di tutta la Sacra Scrittura è il vangelo e il fiore del vangelo è il vangelo trasmesso a noi da Giovanni, il cui senso profondo e riposto nessuno potrà mai pienamente cogliere”. Giovanni apostolo venne considerato insomma la sorgente di una tradizione ecclesiale, pastorale e teologica. Del resto, la Tradizione gli riconduce anche altre opere del Nuovo Testamento. Da un lato, ci sono tre Lettere cattoliche (la prima si presenta come un trattato sulla fede e la carità mentre le altre due sono una sorta di brevi biglietti). Dall’altro, vi è il capolavoro dell’Apocalisse, la quale però riflette caratteristiche proprie che la rendono autonoma.
Ma attorno a Giovanni è fiorita anche una tradizione popolare molto vivace che si è basata su testi apocrifi o in parte leggendari. Secondo queste memorie Giovanni, durante la persecuzione di Domiziano, sarebbe stato condotto da Efeso a Roma dove, a Porta Latina, sarebbe stato immerso in una caldaia di olio bollente, da cui uscì illeso. Sarebbe stato allora relegato nell’isola di custodia penale di Patmos nell’Egeo, dove avrebbe scritto l’Apocalisse. Tornato ad Efeso, sarebbe stato costretto dagli orefici di quella città, che producevano ex voto per la dea Artemide, a bere una coppa di veleno. Il santo, con un segno di croce, l’avrebbe però purificata, facendone uscire una serpe. A Giovanni insomma verranno attribuiti miracoli e discorsi e la sua figura entrerà trionfalmente nella storia della teologia e della pietà popolare, esaltato come il teologo per antonomasia. Una lunga sequenza iconografica lo accompagnerà nei secoli: mentre l’Oriente lo rappresenta anziano, calvo e barbuto, l’Occidente medievale lo preferisce giovane e imberbe. Il suo Vangelo rimarrà comunque la stella polare della sua presenza nella storia della cristianità.

di Andrea Pino

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