Filippo... “Effatà, apriti”

di Andrea Pino

Se un giorno si potesse scrivere la storia del clero italiano, quante pagine gran­diose, note solo a Dio e agli uomini sco­nosciute, si svelerebbero. Quanta sag­gezza dinanzi alle sofferenze umane, quale generosità nel donare ogni respiro a scio­gliere le pesanti catene del peccato, quale coraggio, spinto di sovente fino al martirio bianco se non a quello del sangue, pur di restare sempre fedeli al sacramento dell’or­dine.

Da questa folta schiera di eroi, degnis­simi eredi dei discepoli di Galilea che Cri­sto mandò innanzi a sé nel suo ministero, è giusto far emergere, nel novantesimo anni­versario del transito, gli amati tratti di una insigne e tuttavia ancora poco conosciuta personalità di educatore, San Filippo Smal­done. Pochi hanno avuto da Dio il destino di abbracciare con la propria esistenza terrena il travaglio di un’epoca, gli sconvolgimenti di un mondo che tramontava e di un altro pronto a sorgere e imporsi col suo carico di incogni­te. Don Filippo è uno di questi.

Nato nel 1848, anno simbolo dei moti ri­voluzionari in cui tutta l’Europa si ritrovò in subbuglio, e morto nel 1923, quando il Fa­scismo, dopo la marcia su Roma, ascendeva al potere e lo consolidava facendo definiti­vamente piazza pulita di ogni resistenza, lo Smaldone visse davvero i suoi giorni nel turbinio della storia umana. E ne fu luci­damente consapevole. Il Risorgimento con il suo acceso anticlericalismo, la guerra di­chiarata dalla Massoneria internazionale alla Chiesa Cattolica, la fine del Regno delle due Sicilie e del millenario Stato Pontificio, la proclamazione dell’unità nazionale, il passaggio tra i due secoli, l’illusione della Belle Époque, il disastro delle campagne colo­niali promosse da una miope quanto medio­cre classe dirigente che culminarono nella disfatta di Adua, la tragedia della Grande Guerra, l’epidemia “spagnola”, l’incammi­narsi dell’Italia verso un regime dittatoriale dalle conseguenze fatali: tutto fu presente al suo cuore.

Si resta dunque stupiti al vedere come, nel mareggiare di un tale macrocosmo, si sia dispiegata nella profondità del silenzio, in una dimensione tranquilla e anonima, la meravigliosa vocazione di quest’oscuro figlio del meridione, questo levita nato nei bassifondi popolari di una Napoli che co­nosceva l’aspra consapevolezza di ritrovarsi di colpo degradata da capitale di regno me­diterraneo a malvoluta periferia marginale, quest’uomo, così timido e schivo, strappato alle fornaci in cui si cuoceva il rosso impasto dei mattoni per salire sull’altare a consacrare il pane e il vino della redenzione.

Quali segreti cela il suo volto parteno­peo, divenuto in vecchiaia venerabilmente calvo, quel passo deciso, ammantato dal nero lucente della talare, quando cammi­nava tra le viuzze ombrose e le chiese ba­rocche di Lecce, sua patria d’adozione? La gente salentina, col suo tipico fiuto teologico frutto della schietta religiosità devozionale in cui era immersa, aveva captato nell’inconscio la santità del prete campano e lo amava. Al vederlo passare sotto la colonna di Sant’O­ronzo, mentre si recava al monastero delle benedettine per le confessioni, oppure al Duomo, mentre nell’aria limpida rintrona­vano i colpi del campanone, gli facevano ala per salutarlo: “Papa Pippu, comu sciamu? Cè cumanda ssignurìa?” (Don Filippo, come sta? Desidera qualcosa?). Lui, sorridente, le­vava la mano a benedirli, silenzioso. Era consapevole che la storia umana non è chiusa in se stessa ma va letta alla luce del­la realtà soprannaturali, perché è necessa­rio obbedire a Dio prima che agli uomini. A questo aveva educato il suo animo ed edu­cava quanti gli erano stati affidati. La barca di Pietro era scossa dalle tempeste, ma lui mai avrebbe disertato. Era felice, trovava pace nel fare il mozzo. La Chiesa che l’ave­va visto nascere, quella del Beato Pio IX, era assediata da ogni lato. Non si mirava solo a distruggere lo Stato Pontificio ma a portare a compimento il piano, sorto con la Rivolu­zione Francese, di cancellare del tutto il Cat­tolicesimo e con esso l’idea stessa di Dio dal cuore umano.

Eppure, nulla era più vivo e combattivo di questa Chiesa tanto avversata e depre­cata: il grande Pontefice aveva proclamato l’Immacolata Concezione e l’infallibilità ex cathedra, l’evangelizzazione aveva raggiun­to le mète più lontane, come l’Africa Nera e l’Oceania, erano stati condannati con co­raggio senza precedenti gli errori della ci­viltà moderna. All’inizio del Novecento poi, Leone XIII aveva avuto la terribile visione della basilica papale scossa dai demoni fin dalle fondamenta: la Chiesa sarebbe entrata in un secolo di persecuzioni, il tempo della sua passione. Un tempo in cui Pio X avrebbe lottato contro il subdolo e pericolosissimo modernismo, vera sintesi di tutte le eresie, e Benedetto XV avrebbe visto il suicidio di un’Europa in cui era stata spenta la fiaccola della coscienza cristiana: l’idea illuminista di poter costruire un mondo contento nel suo essere orfano del Padre, come annuncia­to dalla filosofia di Nietzsche, aveva gene­rato l’inferno della prima guerra mondiale.

Don Filippo, benché giudicato scarsissi­mo di talento, possedeva questa saggezza del cielo, sconosciuta agli intellettuali applauditi e incensati dalla vanità di questo mondo. Tale saggezza gli veniva dal suo essere nel pieno dell’infanzia spirituale e da essa discendeva a cascata il suo bel carisma di educatore in un campo di apostolato fra i più dimentica­ti e quindi fatto apposta per lui: quello dei sordomuti.

Il celebre cardinale Wiseman, arcivesco­vo di Westminster, dichiarava che la mis­sione verso questi infelici era un’autentica opera di carità di non minor merito rispetto all’evangelizzazione dei popoli gentili. Per lo Smaldone, consacrare le proprie energie a questo ideale significò anche di più: rende­re lo Spirito di Cristo realmente presente in quella città pugliese, tramutare le strade di Lecce in quelle sante e polverose di una Ga­lilea mai così vicina, prendere ogni giorno sulle proprie spalle la croce del suo essere educatore e seguire chi lo aveva chiamato.

 

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