IL SENSO DELLA VITAIL MAESTRO DI NAZARETH IL CAMMINO DI CRISTO CON I SUOI DISCEPOLI

Uno degli aspetti più belli delle pagine evangeliche è la possibilità, scorrendole, di stilare un vero e proprio profilo della figura di Gesù come Maestro cioè come didàskalos. Questo termine greco ricorre nel Nuovo Testamento per ben 58 volte e, in quasi tutte le occasioni, viene riferito al Salvatore. Gesù è quindi il Maestro per eccellenza della comunità cristiana ed il suo ritratto può essere abbozzato seguendo tre linee direttrici. In primo luogo, Cristo è chiamato rabbì. È un maestro che parla in pubblico, come facevano i rabbì di Israele: nelle sinagoghe, nelle piazze o nel tempio. Gesù è, tra l’altro, un maestro circondato dai mathetài, cioè dai discepoli. Dunque, ha una sua scuola. Egli inoltre usa delle singolari tecniche di insegnamento, possiede un’attrezzatura didattico-pedagogica. Tuttavia ha qualcosa di straordinario, di originale. A differenza dei soliti rabbì di Palestina, egli sceglie i suoi discepoli e cammina insieme a loro. In tal modo, compie l’esatto contrario di ciò che facevano i maestri del suo ambiente storico-culturale che insegnavano sì in pubblico ma non sceglievano affatto i propri allievi. Piuttosto venivano scelti, seguiti da quanti si convincevano della loro bontà, ascoltandoli. C’è poi una seconda caratteristica importante: Gesù è un maestro autorevole e questo aspetto gli veniva riconosciuto non solo dal popolo, dai simpatizzanti o dai discepoli ma addirittura dagli avversari. Marco sottolinea come egli fosse diverso dagli scribi o dai farisei proprio perché insegnava con un’autorità mai vista prima, non guardando in faccia a nessuno e senza giochi di convenienza: «Maestro, sappiamo che sei sincero e non ti preoccupi di nessuno, perché non guardi in faccia alle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità» (Mc 12,14). Vi è infine un terzo punto da mettere in risalto. A detta dei suoi ascoltatori, l’insegnamento professato da Gesù non è qualcosa di umano bensì di trascendente. Le sue parole trasmettono una verità che va ben oltre i confini della semplice saggezza terrena perché provengono da una rivelazione celeste, divina.
Poste queste tre linee direttrici, leggendo gli scritti neotestamentari, è possibile anche descrivere le diverse qualità che contraddistinguono l’insegnamento del Messia. Innanzitutto, Cristo si presenta come l’annunciatore perfetto del Regno dei Cieli. Se il tempo è ormai compiuto, giunto a pienezza, Gesù è venuto per dare senso alla storia universale. Il tempo, che è composto da tanti elementi dispersi, da innumerevoli atti disseminati, riceve finalmente un nodo aureo che lo tenga insieme, un centro capace di conferirgli un senso profondo e definitivo. Questo centro altri non è che il Messia stesso. Inoltre, la predicazione di Gesù è basata sulla locuzione “il Regno di Dio è vicino”. Termini che indicano come esso sia già attuato, instaurato in Cristo, ma anche come il suo effetto perduri nel presente. Il regno di Dio è infatti ancora in azione oggi e abbraccia tutte le dimensioni della storia della salvezza. I cristiani quindi partecipano di un evento del passato ma i cui effetti agiscono dinamicamente nel presente e si proiettano altresì nell’attesa di una pienezza definitiva che si completerà solo alla fine della storia umana. Conseguenze dell’annuncio del Regno sono poi l’invito alla conversione ed il credere al messaggio evangelico.
Tuttavia, Gesù si presenta soprattutto come un maestro sapiente, capace di usare la narrazione, il simbolo, la parabola, il paradosso, l’immagine folgorante. È un maestro che insegna partendo dal contesto vivo. Tipico esempio: «Se un figlio chiede a un padre un uovo, gli darà forse uno scorpione?» (Lc 11,12). È un’immagine ben concreta, tangibile. Infatti è noto come lo scorpione bianco palestinese, che si annida fra le pietraie del deserto, abbia pressappoco la stessa dimensione di un uovo. A partire da questa figura, Gesù costruisce in maniera semplice la sua lezione sull’amore del Padre. La stessa parabola del chicco di grano, destinato a scendere nella terra, a morire ed a portare frutto è davvero significativa in tal senso. Il morire e l’entrare nel sepolcro, raffrontato alla morte del seme, cui però segue lo stelo e la spiga, esprime la fecondità pasquale della morte di Cristo e anche di quella del fedele. Come ricorda mons. Ravasi, le parabole di Gesù partono sempre dalla storia concreta, dall’esistenza: figli in crisi, i portieri di notte, le questioni sul lavoro (è il caso della parabola degli operai nella vigna), i giudici corrotti, le previsioni meteorologiche, la donna di casa, i pescatori, i contadini, il tarlo, gli uccelli, i gigli. Questo parlare porta la Parola di Dio all’interno della quotidianità, fecondandola. Il Messia è però anche un maestro paziente, che si adatta al lento viaggio di apprendimento dei suoi ascoltatori. Il vangelo di Marco dipinge, ad esempio, Gesù come un didàskalos progressivo, che lentamente porta alla luce il discepolo, passando attraverso l’oscurità delle resistenze umane. Così, in principio il fedele è condotto al riconoscimento della messianicità, poi gli viene svelata la pienezza ed alla conclusione del vangelo, quando il centurione romano pagano proclama: «Veramente quest’uomo era figlio di Dio!» (Mc 15,39), si giunge alla fede. Il tragitto è lungo ma il Maestro riesce a far passare i suoi discepoli dall’oscurità alla luce non in maniera sconcertante ma con calma e pazienza. Eppure, in determinati casi, Gesù sa essere anche un maestro polemico, provocatore e giustamente sdegnato. I sette guai o sette maledizioni registrate dal vangelo di Luca, in contrapposizione alle beatitudini, sono una testimonianza che il vero maestro non teme di denunciare i male. Esse, tra l’altro, rispecchiano un tipico genere profetico veterotestamentario che è parte anche della predicazione di Giovanni Battista. Il vero maestro infatti non cerca la necessità degli applausi e delle approvazioni di comodo ma sa correre il rischio dell’impopolarità. Cristo è stato condannato anche per le sue parole, per i suoi insegnamenti oltreché per le sue opere.
La parola del Maestro non conosce la rabbia, che è un vizio, ma la giusta collera, il santo sdegno, che è una virtù. Gesù ha rivelato spesso il suo messaggio attraverso delle parole infuocate. È questo un aspetto da recuperare nell’attuale comunicazione religiosa. Non è contraddittorio rispetto al precedente: è doveroso esercitare la pazienza, ma quando risulta essenziale o necessario è d’obbligo introdurre la parola che sconcerta, come sapevano fare i grandi predicatori cristiani del passato che non si preoccupavano se la Parola di Dio potesse risultare troppo dura o finanche atterrire gli orecchi degli ascoltatori perché anche questo era un aspetto del camminare insieme, sull’esempio del Maestro.

di Andrea Pino

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