BETLEMME CULLA DELLA CROCE

La città natale di Davide, Betlemme, è oggi un centro di matrice araba, con una folta presenza cristiana, situato a pochi chilometri da Gerusalemme e dominata dalla mole imponente della basilica della Natività.
Questo tempio, innalzato da Elena, madre di Costantino, intorno al 325-330, e rinnovato dall’imperatore Giustiniano nel 531 è pressoché l’unico luogo di culto cristiano rimasto quasi intatto nel corso dei secoli. Risparmiato prima dalle orde persiane che sul frontone avevano visto raffigurati i Magi nei loro costumi nazionali e poi dall’invasione islamica, la basilica ora è divisa fra tre comunità cristiane - armeni, greco-ortodossi, cattolici - ed accoglie nei suoi sotterranei un reticolato di anfratti. In una di queste grotte, una stella argentea a quattordici punte (il numero di generazioni che, secondo Matteo, trascorsero da Abramo a Davide, da questi all’esilio e dall’esilio a Cristo) indica il luogo in cui Gesù venne alla luce, circondato solo dai pastori della zona.
Già l’imperatore romano Adriano nel II sec. aveva confermato la presenza di un antico culto cristiano attorno a questa grotta, cercando di occultarla edificando un tempietto pagano dedicato all’idolo Adone. Mentre, intorno al 220 il grande maestro di Alessandria d’Egitto Origene scriveva nel Contro Celso: “In Betlemme si mostra la caverna dove, secondo i Vangeli, Cristo è nato e la mangiatoia nella quale, avvolto in poveri panni, fu deposto. Quello che mi fu mostrato è familiare a tutti gli abitanti della zona. Gli stessi pagani dicono a chiunque li voglia ascoltare che in quella grotta è nato un certo Gesù che i cristiani adorano”.
Su questo neonato tuttavia si stende subito un’ombra. Erode I, il monarca di sangue misto, figlio di un primo ministro idumeo della corrotta dinastia ebraica degli Asmonei e di una principessa araba, era riuscito a mettere in piedi e a salvaguardare un regno esteso e potente. Certo, egli restava assiso sul trono con il benestare di Roma ma le sue doti di governo e soprattutto la sua straordinaria politica edilizia gli avevano meritato l’appellativo di “Grande”, con cui la storia orientale lo avrebbe ricordato. Il tempio di Gerusalemme, da lui costruito e frequentato anche da Gesù, le fortezze di Masada e di Macheronte, come il suo colossale mausoleo, l’Herodium, erano indubbiamente dei capolavori architettonici. Le fonti però ci descrivono anche abbastanza chiaramente il carattere spietato del suo animo. Per avere un’idea dei sospetti, delle repressioni violente di cui la figura storica di Erode si rese protagonista, basta riferirsi alle testimonianze dello storiografo giudeo-romano Flavio Giuseppe che, nei suoi celebri scritti - le Antichità Giudaiche e la Guerra Giudaica - attribuisce al monarca l’assassinio dei figli Alessandro e Aristobulo, della loro madre Mariamne e del figlio Antipatro, fatto uccidere appena cinque giorni prima della sua morte, perché sospettato di ordire un colpo di Stato per la successione al trono.
La notizia della nascita di un bambino considerato oggetto di interesse da parte di una carovana di sapienti principi stranieri (i Magi) non poteva dunque essere ignorata dall’intelligence erodiana. Ecco allora l’annotazione di Matteo, che riprende i ricordi e la tradizione familiare di Giuseppe: “Erode, vistosi giocato dai Magi, s’infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi” (Mt 2,16). Questo assurdo massacro di bambini è da connettersi all’alone di efferatezza che accompagnò sempre il ricordo storico di Erode che, tra l’altro, fu proprio sepolto nei pressi di Betlemme, nella già citata fortezza di Herodium, le cui imponenti rovine sono visibili ancora oggi sul colle che le ospita. Certo, quella passata alla storia come la “strage degli innocenti”, fatte salve le pagine evangeliche, non viene ricordata da nessun altra fonte letteraria in nostro possesso. È però da notare come il tragico evento sia perfettamente in linea con la personalità sanguinaria del monarca. Non manca poi in sottofondo al testo matteano un’allusione biblica, secondo la prassi evocativa delle Scritture cara all’evangelista: si rimanda implicitamente all’ordine del faraone di cancellare tutti i neonati maschi di Israele al tempo di Mosè (Es 1,16). Così in Cristo si riassume in modo emblematico l’intera vicenda biblica del popolo eletto e si proietta già su di lui l’ombra fosca del martirio sulla croce. E, come ricorda il card. Ravasi nel testo I Vangeli del Dio con noi, in quel bambino idealmente si concentra per di più la lunga storia delle persecuzioni e delle violenze che hanno scandito i millenni.
Il poeta francese Charles Péguy inoltre nel suo Mystère des saints Innocents del 1912 attribuisce a Dio una riflessione desolante: “Gli uomini preparavano tali errori e mostruosità che io stesso, Dio, ne fui spaventato. Non ne potevo quasi sopportare l’idea. Ho dovuto perdere la pazienza eppure io sono paziente perché eterno. Ma non ho potuto più trattenermi. Era più forte di me. Io ho anche un volto di collera”.
Il “tutti” del racconto di Matteo, applicato agli innocenti di Betlemme assassinati, forse concretamente può voler dire soltanto diverse decine di creature. La liturgia bizantina ne avrebbe poi portato il numero a 14.000 e il calendario siriaco a 64.000. Non mancano poi tradizioni cristiane orientali che indicano in 144.000 il numero degli uccisi dalla spade di Erode. Una cifra significativa perché richiama il numero dei martiri citato dall’Apocalisse (Ap 14,1-5). Non si tratta di ingenua devozione ma di profonda sacralità: queste cifre così estese, senza dubbio, volevano rappresentare e ricordare tutti gli innocenti sterminati, i cui nomi non sono noti soltanto a Dio. L’evangelista Matteo, come è evidente in tutto il suo racconto dell’infanzia, collega la strage di Erode ad una citazione biblica, proponendola come chiave interpretativa: in Cristo si ripete la vicenda dell’Israele antico, l’esilio e la deportazione a Babilonia. Si evocano infatti le parole di Geremia, il profeta testimone di quei giorni tragici in cui il popolo si lasciò alle spalle le rovine della città santa, avviandosi verso la Mesopotamia. Ora, Geremia riprende quell’evento drammatico e lo ripropone simbolicamente a Rama, la località dove furono concentrati gli ebrei destinati alla deportazione. Su quella massa di persone spaurite il profeta vede aleggiare la figura dolente di Rachele, la sposa amata da Giacobbe, che ora non sta per dare alla luce una creatura, ma che vede invece avviati all’esilio i suoi discendenti. Matteo propone questa stessa rappresentazione, facendo levare il pianto di Rachele sulla strage dei piccoli betlemiti. La storia del bambino di Betlemme è quindi fin dai suoi esordi accompagnata dal segno del sangue e della sofferenza, prefigurazione dell’approdo ultimo della sua vita terrena. Sono al riguardo suggestivi i versi del poeta ebreo francese Max Jacob, convertitosi nel 1914 al cattolicesimo, fino a scegliere un’esistenza quasi monastica: “Diceva la Vergine lavando il suo Bambino: / “Bisognerà comprare un’altra spugna / e un catino di smalto che sia nuovo”. / “Aspetta!”, le risponde il nuovo Nato, / “la spugna servirà per il fiele, / e il catino smaltato per il sangue!”.

di Andrea Pino

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