GESÙ TRA I DOTTORI “PERCHÉ MI CERCAVATE? NON SAPEVATE CHE...

Uno degli episodi della vita di Cristo di più ardua interpretazione ma ricco di insegnamenti è quello del suo colloquio con i dottori nel tempio di Gerusalemme, dopo essersi sottratto improvvisamente per ben tre giorni, senza preavvertire, alla custodia di Maria e di Giuseppe. Episodio celebre della vicenda evangelica e tuttavia noto solo alle pagine di Luca.
Scomparso Gesù, la prima cosa che viene in mente a Maria e Giuseppe è di cercarlo fra “i parenti e i conoscenti”: un’idea di umano buon senso ma che non è all’altezza di capire dove potesse essere veramente il ragazzo. La prima domanda che è possibile porsi in questo problematico episodio, a proposito della condotta apparentemente strana e conturbante del Salvatore, è come mai egli non abbia pensato di avvertire i genitori della sua volontà di fermarsi a lungo, per ben tre giorni, al tempio per intrattenersi con gli studiosi della legge. Non possiamo supporre in Gesù una volontaria scorrettezza o alzata di testa nei confronti dei genitori, come potrebbe fare qualunque ragazzo poco disciplinato. D’altra parte, le parole di Maria angosciata sanno chiaramente di rimprovero: “Figlio, perché ci hai fatto così?”. Ciononostante, è preferibile notare in questa domanda, come direbbe Santa Caterina da Siena, una semplice seppur ansiosa richiesta di spiegazioni. L’interrogativo, del resto, non nasce da sdegno ma appunto da angoscia. Un sentimento naturalissimo, che qualunque madre proverebbe per una prolungata assenza del figlio, improvvisamente scomparso senza alcun avviso. Maria, conoscendo Gesù come un figlio buono e premuroso, non pensa ad un atto sconsiderato di irriverenza ma è portata a temere che gli sia successa una disgrazia.
Del resto, proprio nel medesimo scenario del tempio, secondo Luca, si era svolto l’incontro con Simeone ed Anna, al momento della purificazione. Ad accogliere la modesta famiglia di Nazareth a Gerusalemme, in quella prima venuta, non erano stati sacerdoti di alto rango ma due fedeli anziani. Simeone, descritto come un “uomo giusto e pio che aspettava la consolazione di Israele”, mosso dallo Spirito Santo, aveva proclamato un oracolo di stampo profetico che aveva come destinatari sia il bambino, sia sua madre. E, come spesso accadeva agli antichi profeti di Israele, il tono era stato forte e il contenuto severo. Per Gesù, Simeone usa, nel testo greco del vangelo lucano, la definizione seméion antilegómenon, “segno di contraddizione”. Attorno al neonato già si addensava il suo futuro: davanti a lui si confronteranno salvezza e giudizio, fede e incredulità ed i pensieri di molti cuori saranno svelati. Non si potrà insomma restare neutrali o indifferenti di fronte a Cristo: è una pietra che può diventare una testata d’angolo che regge un edificio ma che può essere anche pietra d’inciampo sulla quale ci si può sfracellare. Tuttavia il vecchio si era rivolto in modo inatteso anche alla madre del Messia con un annunzio ugualmente fosco, che la successiva arte cristiana avrebbe reso in maniera sublime. In una tavola di un maestro renano del XIV sec. conservata ad Aquisgrana, ad esempio, una spada discende dalla croce di Cristo per trafigge il cuore di Maria.
Il simbolo della spada, segno del giudizio divino, era già stato cantato dal profeta Ezechiele e, come commenta la Bibbia di Gerusalemme, Maria “vera figlia di Sion porterà nella sua vita il doloroso destino del suo popolo. Con suo figlio, sarà al centro di questa contraddizione, nella quale i cuori dovranno manifestarsi in favore o contro Gesù”. Questo oracolo avrà comunque, nel corso dei secoli, altre letture piuttosto fantasiose se non al limite dell’eresia, come quella di Origene che pensava al dubbio come spina nel fianco della fede pura di Maria davanti all’apparente fallimento del Figlio. Sta di fatto che, a partire dal XIII sec., il cuore di Maria nelle raffigurazioni sarà trapassato o da una spada, oppure da cinque gladi, tanti quanti le piaghe del crocifisso. Alla fine, nella tradizione occidentale, le spade diverranno sette, dato il valore simbolico di pienezza dato dalla Scrittura a questo numero ma anche secondo un antico elenco devozionale di dolori mariani: la profezia di Simeone, la fuga in Egitto, la ricerca del bambino nel tempio, la salita al Calvario, la crocifissione, la deposizione e la sepoltura.
Il vescovo e monaco cistercense Amedeo di Losanna (†1159), nella sua Quinta Omelia avrebbe poi affermato che “il martirio del cuore supera i tormenti della carne. È la corona di questo martirio del cuore quella che ha conquistato la Vergine gloriosa quando, tenendosi abbracciata alla croce venerabile della passione del Signore e Salvatore nostro, sorbì il calice e si inebriò di questa passione, vuotò il torrente del dolore e subì una sofferenza di cui nessuno ha conosciuto l’eguale”.
Posto tutto questo, la chiave interpretativa che illumina il senso del misterioso episodio del ritrovamento di Gesù adolescente nella città santa, come è da attendersi, è data dalla risposta dello stesso protagonista: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”.
Anche tali parole a tutta prima sanno di rimprovero. Ma non è pensabile che Gesù rimproveri i suoi genitori. Semplicemente richiama alla loro memoria cose che con ogni probabilità aveva già detto loro e che avrebbero potuto ricordare al momento della sua scomparsa e durante la sua prolungata assenza. Invece, con le parole “tuo padre e io ti cercavamo”, è evidente che Maria non abbia in mente, almeno allora la paternità celeste del Figlio. Avverte in questo momento sé stessa come madre e sposa. È chiaro che qui per lei adesso “tuo padre” è Giuseppe. Ma Gesù in tale episodio, pur non ignorando questa paternità umana, ne invoca un’altra, superiore: “il Padre mio”, ossa il Padre celeste. Maria e Giuseppe che, ritrovando Gesù, si erano stupiti, adesso rimangono interdetti di fronte alle sue parole. Non capiscono sino in fondo il significato, come detto dall’evangelista. Questo episodio mostra con chiarezza come addirittura Maria e Giuseppe abbiano fatto un cammino di fede, per il quale, pur sapendo che Gesù era il Figlio dell’Altissimo, solo gradualmente hanno imparato a scoprire il mistero del loro Figlio.

di Andrea Pino

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