Un cristiano su quattro perseguitato nel mondo. Anche a Pasqua

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PASQUA DI RESURREZIONE 2014

 

Secondo il prof. Todd Johnson del Gordon-Conwell Theological Semi­nary degli Stati Uniti, gli studi disponibili indicano che un cri­stiano su quattro è perseguitato nel mondo.
Per gettare luce sulla realtà della sofferenza religiosa l’Indice mondiale delle persecuzioni 2014 (agenzia Open Doors International) ha di recente pre­sentato una lista riguardante 50 Paesi.
Scorrendola si possono notare su­bito nove Paesi dell’Asia tra i primi dieci della lista, mentre viene notifi­cato il persistente incremento della persecuzione in Africa. La Somalia, infatti, è al secondo posto, il Sudan all’undicesimo; direttamente al 16° posto è entrata poi, per la prima volta, la Repubblica Centrafricana.

 

Emblematicamente, un Paese asia­tico come la Corea del Nord è ancora al primo posto: tra i suoi confini si stima che 50/70mila cristiani soffrano confi­nati in orribili campi di prigionia.
La guerra civile in Siria ha conti­nuato a devastare la comunità cri­stiana. Peggioramenti si registrano in Pakistan, in Tunisia oltre che in Iraq (la sharia proibisce la conversione dei musulmani ad altre religioni) e nello Yemen.
In Afghanistan, poi, chi decide di abbandonare l’Islam viene considera­to apostata e si trova in una situazio­ne estremamente pericolosa (il mini­stro Hanafi ha chiesto di giustiziare queste persone).

In sintesi, i Paesi con il più eleva­to numero di violenze contro i cristiani (omicidi, rapimenti, stupri, distruzio­ni di chiese ecc.) sono la Repubblica Centrafricana, la Siria, il Pakistan, l’E­gitto, l’Iraq, il Myanmar, la Nigeria, la Colombia, l’Eritrea e il Sudan.
In ben 34 nazioni la persecuzione è aumentata rispetto all’anno pre­cedente mentre in cinque nazioni la persecuzione è invece diminuita. Nel resto del mondo la situazione è rima­sta più o meno la stessa.
Negli ultimi anni, diversi studi hanno individuato le principali radici che generano la persecuzione anticri­stiana in molteplici contesti: l’estremi­smo islamico, il regime totalitario, il nazionalismo religioso, il secolarismo in crescita anche in Paesi che hanno una storia di rispetto religioso.
La ricerca di Open Doors identifi­ca oggi più puntualmente, Paese per Paese, alcuni tra i “motori” della di­namica persecutoria, spesso connessi tra loro.

 

Si definiscono così le sorgenti della “paranoia” totalitaria (vedi Eritrea), de­gli antagonismi tribali uniti alla militan­za religiosa (vedi l’induismo in India, il buddhismo in Sri Lanka o Bhutan, il giudaismo in Israele), dell’estremismo islamico (vedi Somalia), della corruzio­ne organizzata e del secolarismo ag­gressivo (vedi Colombia).

 

Un altro famoso istituto di ricerca statunitense, il Pew Research Centre, ci offre una ulteriore lettura della perse­cuzione, distinguendo tra le ostilità sociali (conflitti, violenze o atti terro­ristici) e le politiche governative (leg­gi e norme di polizia) riguardanti le religioni, negli ultimi sei anni.

 

Nel complesso le restrizioni ri­guardanti 198 nazioni sono aumen­tate del 43% dei casi e coinvolgono il 76% della popolazione mondiale (68% del 2007).

 

Tra i 25 Paesi più popolosi del mondo spiccano cinque nazioni con le maggiori restrizioni in campo reli­gioso: Egitto, Indonesia, Russia, Paki­stan e Myanmar. Il Pakistan si segnala per il più alto livello di ostilità sociali verso la religione, mentre l’Egitto spic­ca per il più alto grado di restrizioni go­vernative.

 

Negli ultimi sei anni di osserva­zione si è comunque registrato un incremento nel livello di molestie o intimidazioni istituzionali-sociali ver­so cristiani e musulmani in oltre 100 Paesi.

di Padre Thierry Knecht
Segretario Generale Osst

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