Mondo crudele Globalizzato e ingiusto

Speciale ERO FORESTIERO E MI AVETE ACCOLTO

L’emigrazione ha carattere strutturale. è la grande scoperta di chi non conosce la storia e non guarda in faccia la realtà. Metà della popolazione mondiale sopravvive con un reddito pro capite inferiore a due dollari al giorno. Nel 2009 scrivevamo, su questo giornale, che il 20% più ricco della popolazione mondiale deteneva l’86% del prodotto interno lordo mondiale e controllava l’80% delle esportazioni; il 20% più povero disponeva soltanto dell’1% del Pil e le esportazioni non bastavano a pagare il debito pubblico. A distanza di anni la situazione è peggiorata. Basti qualche esempio. Il debito del Congo Brazzaville corrisponde oggi a quasi 5 volte il totale del proprio prodotto interno lordo e il debito del Mozambico è pari a 4 volte il proprio Pil. La Tanzania spende in un anno, per il rimborso del debito, ben 9 volte quello che spende per l’assistenza sanitaria e 4 volte quello che spende per l’istruzione. è qui, in questo groviglio di fatti complessi, che si generano i movimenti migratori, i viaggi della speranza di chi scappa dalla miseria, dalla fame, dalle malattie, dalle guerre fratricide, per correre verso le città dalle luci al neon, verso le terre del lusso, dei supermercati, dove si vive meglio e si campa più a lungo, anche nella stagione della crisi economica.

Fermare i movimenti migratori è impossibile. Come è sempre stato nella storia. Perché funzionano così i rapporti fra i poveri più poveri e i ricchi più ricchi. è per questo che si parla di processi strutturali. Per fermarli (o per attenuarli) non c’è che una soluzione: ridurre lo scandalo della povertà. Né facciamo l’errore di credere che le migrazioni riguardino soltanto il Mediterraneo o, nel Mediterraneo, soltanto l’Italia. Bisogna invece prendere atto che le grandi differenze che inducono al trasferimento di milioni di persone da un territorio ad un altro sono oggi in qualche modo incentivate proprio dai ricchi Paesi dell’Occidente. Se per produrre una camicia in Bangladesh si spende mezzo dollaro mentre quella medesima camicia si vende a New York ad un prezzo 110 volte maggiore, è evidente che l’affare è tutto delle multinazionali e ben si capisce quale forza spinga a migrare. La globalizzazione senza reciprocità non ha diffuso il benessere ed ha invece incentivato le differenze.

Se l’intero mercato delle banane è controllato da tre sole multinazionali (Dole, Chiquita e Del Monte) che insieme detengono quasi l’80% del mercato mondiale, ed altrettanto accade per i cereali, per le materie prime e per le principali risorse, è troppo facile scoprire e capire dove stia l’origine dei processi migratori. All’inizio del Millennio, i Grandi della terra avevano preso l’impegno di ridurre il debito dei Paesi più poveri. Non si è riusciti. Eppure non sarebbe difficile: basti pensare che, soltanto per gli armamenti, il mondo spende in un anno 5 volte il debito complessivo dei 40 Paesi più poveri. Con la Dichiarazione del Millennio, 147 Capi di Stato e di Governo, fra le altre cose, avevano preso l’impegno di dimezzare, entro il 2015, il numero delle persone che vivono con meno di un dollaro al giorno e di dimezzare la percentuale delle persone che soffrono la fame. Il 2015 è vicino e questo obiettivo resta ancora lontano; mentre invece la forbice della differenze si è allargata, ed è cresciuto l’indebitamento di molti paesi poveri, soprattutto per il dissennato acquisto delle armi.

A questi livelli, la povertà diventa insopportabile e il peso dell’ingiustizia risulta intollerabile. è una catena che opprime ed uccide. Soltanto la miopia di una cultura ovattata dai piaceri dell’Occidente impedisce di vedere in tutto questo le più gravi forme di schiavitù dei nostri tempi e ci fa credere che le migrazioni siano un problema da disciplinare con le leggi e con qualche centro di accoglienza un po’ più decente di quelli sinora allestiti. Il problema è strutturale, ossia dipende da come si confrontano i Paesi e i popoli della terra, da come si distribuisce l’ingiustizia, da come si regolano le presenze e le pretese delle grandi multinazionali. Il problema è complesso, ma tutti possono fare qualcosa. Basta pensarci. Anzi, basta cominciare e poi tutti insieme troveremo la strada.

di Nicola Paparella

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