Il Regno di Dio è aperto a tutti

In Matteo, al cap. 22 vi è una parabola dal messaggio drammatico. Lo si po­trebbe esprimere con le parole di un teologo russo: “L’uomo ha due ali per raggiungere il cielo: la libertà e la grazia” (P. Evdokimov). Questa parabola vuole riportare al nostro cuore alcune certezze che non dovrebbero mai affievolirsi den­tro di noi. L’invito a far parte del ban­chetto regale, cioè del Regno di Dio, è il bene più grande, il tesoro più prezioso, la grazia più inestimabile. Veramente ha le caratteristiche di un invito a nozze.

Dio ci prega, letteralmente ci scongiu­ra, di prendere parte alla sua felicità. Que­sto non significa soltanto sedersi a tavola in attesa delle vivande. Occorre lasciarsi coinvolgere dalla gioia e prendervi parte attiva. La gioia significa lavoro, generosi­tà, gratuità, significa gustare la bellezza dell’amore e del dono. Sedersi a tavola chiede inoltre di presentarsi non in un abi­to trasandato e sciatto, ma rivestiti di un bell’abito nuziale. Dio esige questo tipo di partecipazione, viva, attenta ed anche elegante. Non è il Dio della sciatteria, è il Dio della bellezza. Per essere degni del banchetto occorre dunque presentarsi ri­vestiti di quell’abito che soltanto l’amore e le opere di verità possono confezionare. E la grazia per tali opere è offerta a tut­ti. L’appello di Dio non pone condizioni preliminari e nessuna persona ne è esclu­sa. Perciò la Chiesa rivolge il suo invito alla salvezza all’umanità tutta. E ogni comunità cristiana deve essere una casa aperta a tutti, senza preclusioni. È vero che solo chi “crederà e sarà battezzato sarà salvo” (Mc 16,16), ma è anche vero che Dio “per vie solo a lui note, associa ogni uomo all’evento della morte e della Risurrezione di Cristo” (Gaudium et spes).

Ma la grazia non si sostituisce alla no­stra libertà: la misericordia del Padre non copre l’insensibilità e l’irresponsabilità dei figli. Quindi non possiamo mai trala­sciare il nostro impegno di conversione permanente e di instancabile partecipa­zione all’opera di Cristo, che ha guarito gli ammalati e ridonato la vista a ciechi e soprattutto la speranza ai disperati. Noi, come un giorno Giovanni de Matha, siamo chiamati a far rivivere la speranza. Questa partecipazione è la nostra vera libertà e sarà la nostra veste nuziale.

Non basta “una serie di azioni ten­denti solo a tranquillizzare la propria coscienza. La proposta [della parabola] è il Regno di Dio: si tratta - quindi - di ama­re Dio che regna nel mondo. Per quanto Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale avrà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti” (Evangelii gaudium, 180). “Più della paura di sbagliare spero ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affama­ta e Gesù ci ripete senza sosta: voi stessi date loro da mangiare (Mc 6,37)” (Evan­gelii gaudium, 49). Papa Francesco ha le idee ben chiare in proposito, e ce le ripete in questo straordinario documento. La li­bertà, quindi, intesa come la scelta tra il bene e il male permessa a noi dall’amore di Dio, è il cammino verso la grazia che conduce ad una attiva e responsabile par­tecipazione, che ci riveste di quell’abito indispensabile per prendere parte al ban­chetto divino.

Si potrebbe, oltre ai nostri santi, guar­dare alla figura di una suora del nostro tempo, Suor Teresilla (Chiara Barillà, 1943-2005), scomparsa tragicamente durante il tradizionale pellegrinaggio notturno al Santuario del Divino Amo­re. Un’auto, un tonfo sul parabrezza e il dolore che si consuma nello pianto ge­nerale. Uccisa nel buio, mentre recitava il rosario, dopo una vita vissuta nel ser­vizio agli infelici. Negli anni ‘70 giunse stabilmente a Roma e si donò all’assisten­za dei detenuti di Rebibbia e Regina Coeli e lavorando contemporaneamente come infermiera professionale all’ospedale “San Giovanni”. Collaborò attivamente con padre Adolfo Bachelet nel dialogo con molti ex-brigatisti. Questi infelici, che generarono immensa infelicità con le loro orrende azioni, lasciarono testimonianze commoventi sulla delicatezza e decisione di questa umile suora, partecipe delle sof­ferenze di tutti perché libera da ogni pre­giudizio.

Noi oggi comprendiamo sempre meglio, pur facendo talora forte fatica, come il destino di ogni singolo paese è connesso inevitabilmente al destino di tutti gli altri paesi. Ormai non si può più pensare che in termini universali, per realismo e non per idealismo. Di qui la logica della partecipazione, che proviene da una libertà diversa, che non consiste nel compiere ciò che mi aggrada, ma nel compiere ciò che, alla luce del Vangelo, è verità, giustizia e misericordia. Senza timore di sacrificio, anzi senza timore di perdere la vita. Oggi, per dirla in al­tri termini, siamo chiamati a superare il nostro particolarismo. È un viaggio che richiederà ancora molta fatica, forse quel­la di qualche generazione. Forse non po­chi morranno prima di giungere a questa terra promessa. La strada è quindi quella della partecipazione, libera e responsabi­le, senza impazienze, accettando anche tempi lunghi, perché non è facile la con­versione dei cuori. Nella Chiesa primiti­va, a cui spesso ci appelliamo come ad argomento invincibile, vi furono uomini che morirono per essa. La condizione es­senziale richiesta a coloro che, per grazia di Dio, sentono l’appello alla partecipa­zione attraverso il sacrificio delle proprie sicurezze, è che siano pronti ad attendere e a donarsi. Rendendoci partecipi di una storia ardua e complessa, saremo, come Giovanni de Matha otto secoli fa, come Suor Teresilla oggi, il sale della terra: è l’unica assicurazione che in questa vita il Signore ci ha dato. È così che germoglia il seme del futuro: ed è così che si realizza il trapasso da una umanità tenuta compat­ta dall’istinto di potenza ad una umanità unita nella fiducia e nell’amore.

di Franco Careglio

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