La preghiera nella Bibbia Il dialogo oltre la storia

La preghiera è un’esperienza umana primordiale ed universale, pertan­to non costituisce uno specifico della Bibbia. L’originalità biblica consiste piuttosto nel “come” e nel “perchè”.

L’uomo biblico si rivolge infatti ad un Dio che si è rivelato ed ha manifestato il mistero della sua volontà: “Con questa Rivelazione [...] Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (Dei Verbum, 2).

Tutta la Bibbia è allora preghiera, in quanto nata dal dialogo tra Dio che parla e l’uomo che ascolta, risponde e riflette davanti a Lui.

Perciò, seguire il tema della preghiera significherebbe percorrere tutto il cam­mino della Bibbia. Ovviamente ciò non è possibile. Pertanto, ci soffermeremo solo su alcune pagine significative che fanno emergere in maniera evidente le struttu­re costanti della preghiera.

La prima pagina è costituita dalla lun­ga preghiera di intercessione che Abramo rivolge a Dio per Sodoma e Gomorra (Gen 18,23-32). In questo episodio Dio e Abramo parlano e discutono familiar­mente come due persone. La polvere sta di fronte alla roccia eppure la confidenza è più grande del timore: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere”. La radice di questa preghiera rispettosa e insieme confidente è la fede. Oltre che familiare la preghiera di Abra­mo è insistente. Abramo insiste, cortese ma fermo.

C’è, infine, un ultimo tratto: Abramo pone a Dio una questione: “Davvero ster­minerai il giusto con l’empio?” da cui “si intravede come per la Bibbia la preghiera sia il luogo privilegiato della rivelazione e della riflessione teologica, della ricerca e della scoperta del mistero di Dio” (B. Maggioni).

Accanto alla preghiera di Abramo possiamo porre quella di Mosè che in­tercede per il peccato del popolo che si è costruito un vitello d’oro (Es 32, 11-14.30-34). Mosè fa appello all’amore di Dio (“Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo...”), alla sua fedeltà (“Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso...”) e alla sua gloria (“Perché dovranno dire gli Egiziani: ‘Con mali­zia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra’?...”). La conclusione è la vittoria della preghie­ra: “Il Signore si pentì del male che ave­va minacciato di fare al suo popolo” (Es 32,14). Troviamo qui un altro tratto della preghiera: la preghiera trasforma. Anche se in apparenza sembra che sia Dio ad aver cambiato parere, in realtà è Mosè che ha cambiato opinione, passando dal Dio della collera al Dio del perdono.

Oltre alla preghiera di intercessione nella storia di Mosè e dell’Esodo c’è la pre­ghiera della gioia e della meraviglia per l’a­gire potente di Dio. Si tratta della preghie­ra contenuta in Es 15 in cui si intreccia lode (vv. 2-3.6-7.11.18) e narrazione (vv. 1.4-5.8-10.12.17). “La preghiera nasce da una storia, da un gesto di Dio accaduto e fissato nella memoria, e nel contempo lo supera, cogliendo nel singolo gesto di­vino una costante, che si presenta come una chiave di lettura per il presente e come una promessa aperta sul futuro” (B. Maggioni).

Anche i Salmi raccontano la reazione di Israele di fronte ai gesti del Signore e ai casi della vita. Fondamentalmente i salmi sono riconducibili a tre generi: la gioia, la lode e il ringraziamento; il dolore, il lamento e la supplica; la riflessione sui problemi dell’esistenza. Così abbiamo gli inni di lode, i salmi di supplica, i salmi sapienziali.

Gli inni si caratterizzano come preghie­ra aperta, che guarda cioè al passato per aprire il presente alla fiducia e al futuro; ottimista, in cui la fede in Dio si esprime senza reticenze; contemplativa, che canta la gioia, l’abbandono in Dio, “il ringrazia­mento per il semplice fatto che egli esista” (G. Ravasi).

I salmi della supplica presentano le tante situazioni dolorose della vita per le quali si chiede l’intervento di Dio a moti­vo della sua bontà, misericordia e fedel­tà. Spesso si concludono con il ringrazia­mento e ciò significa che al di là di tutto domina la fiducia. Così anche la supplica è una preghiera aperta e fiduciosa.

I Salmi sono stati la preghiera di Gesù, il quale li ha anche portati a compimento: sulla croce Gesù fa sua la domanda del giusto sofferente del Sal 22 (Mc 15,34) e il fiducioso abbandono del Sal 31,6 (Lc 23,46). La preghiera di Gesù era una pre­ghiera innanzitutto filiale: Gesù si rivol­geva a Dio con il termine “Abbà” rivelan­do la relazione unica che lo lega a Dio. In quanto filiale, la preghiera di Gesù era obbediente (cf. Mc 14,36). In terzo luogo, la preghiera era per Gesù il luogo in cui riscopriva la propria missione (cf. Mc 6,46). I vangeli riportano inoltre espres­sioni esplicite della preghiera di Gesù: al primo posto la preghiera di benedizione e di lode (cf. Mt 11,25-26; Lc 10,21). Ac­canto a questa, la preghiera della doman­da (cf. Gv 17; la preghiera di Gesù al Get­semani). Gesù non solo ha pregato, ma ha richiamato i discepoli alla necessità della preghiera perseverante e fiduciosa (cf. Lc 18,1; 21,36).

Anche l’apostolo Paolo, facendo eco alle parole di Gesù, esorta le sue comu­nità a pregare sempre, notte e giorno, in ogni necessità, senza scoraggiarsi (2Ts 2,11; Fil 1,4; 4,6; Ef 6,18; Col 1,3).

Da questa rapida panoramica emerge che la preghiera biblica si caratterizza es­senzialmente come un dialogo tra Dio e l’uomo che ha uno stretto legame con la storia e la vita, ma che allo stesso tempo le trascende. “Se è vero che lo sguardo parte dall’esperienza quotidiana, dalla storia in cui si vive, dalle sue gioie e dai suoi drammi, è altrettanto vero che poi lo sguardo va verso Colui che è oltre la sto­ria” (B. Maggioni).

di Michele Giannone

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