Il sudore della fronte Conseguenza del peccato

Da sempre l’uomo si è interrogato sul senso del lavoro nella sua vita, elabo­rando interpretazioni diverse e persi­no contrastanti. A titolo esemplifica­tivo si possono menzionare da una parte alcune culture antiche, come quelle del vicino Oriente antico e quella greca, che hanno considerato il lavoro come una condanna degli dèi agli uomini e come una limitazione della libertà personale; d’altra parte, la società moderna che ha esaltato il lavoro come espressione del dominio dell’uomo sulla natura. Dal can­to suo, la Bibbia presenta una visione più articolata del lavoro che richiede un’ana­lisi più approfondita dei testi.

Essa si apre con il grandioso inno al Creatore (Gen 1), in cui Dio è presentato mentre lavora e si riposa. Al vertice del­la creazione è posto l’uomo, plasmato ad immagine e somiglianza di Dio (cf. Gen 1,26). L’essere immagine e somiglianza di Dio include anche il lavoro e il riposo: l’uomo, come il suo Dio, è un essere che lavora e si riposa. All’uomo Dio affida il compito di sottomettere la terra e di do­minare su ogni essere vivente (cf. Gen 1,28), compito che non deve esprimersi come brutale e arbitrario sfruttamento, bensì come premurosa custodia del cre­ato (cf. Gen 2,15).

Per la Bibbia dunque il lavoro appar­tiene alla condizione originaria dell’uomo e precede il peccato. Non è né una male­dizione né una punizione. Con il peccato tutta l’esistenza dell’uomo viene cam­biata, incluso il lavoro. Conseguenza del peccato è la fatica, il dolore, la violenza, la disarmonia tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e la terra. Essa diventa ostile all’uomo che deve faticare e soffrire per strapparle il cibo (cf. Gen 3,17-19). Non viene meno, però, la volontà del Creatore che l’uomo sia il coltivatore e il custode della terra.

Quindi, l’uomo deve onorare il lavoro senza che esso diventi un idolo. Il coman­damento di Dio infatti riguarda non solo il lavoro, ma anche il riposo sabbatico (cf. Es 20,8-11; Dt 5,12-15), il quale ricorda all’uo­mo che non è il lavoro il fine della sua vita, ma Dio.

Contro la sopravvalutazione del lavoro si scagliano anche i profeti, i quali richia­mano il primato di Dio (cf. Is 58,13-14) e l’impegno per la giustizia (cf. Ger 22,13).

Ad essi fanno eco i sapienti i quali af­fermano che principio della sapienza è il timore del Signore e che l’esigenza della giustizia precede l’esigenza del guada­gno (cf. Pr 15,16; 16,8).

Gesù, divenuto in tutto simile a noi, non si è sottratto alla dura legge del lavo­ro, esercitando prima il mestiere di car­pentiere nella bottega di Giuseppe (cf. Mc 6,3; Mt 13,55) e poi operando instancabil­mente durante il suo ministero pubblico (cf. Mc 1,32-34).

Nella sua predicazione, Gesù da un lato insegna ad apprezzare il lavoro, lodan­do il servo fedele e saggio che il padrone trova ad eseguire i compiti affidatigli (cf. Mt 24,46) e condannando il servo pigro, che nasconde sotto terra il talento (cf. Mt 25,14-30); dall’altro, esorta a non lasciarsi asservire dal lavoro, invitando a preoccu­parsi piuttosto per la propria anima (cf. Mc 8,36).

Il lavoro, infatti, non può essere motivo di ansia e di affanno a scapito della ricer­ca del regno di Dio e della sua giustizia (cf. Mt 6, 25-34). Ogni realtà, compreso il lavoro, acquista senso e valore alla luce dell’unica cosa necessaria, che non sarà mai tolta (cf. Lc 10,41). Il discepolo deve lavorare “non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27), mentre con fiducia e confidenza filiale chiede al Padre celeste il pane quotidiano (cf. Mt 6,11).

L’insegnamento di Cristo sul lavoro trova corrispondenza nell’insegnamento dell’apostolo Paolo, il quale si vanta di svolgere il proprio lavoro, probabilmen­te quello di fabbricatore di tende (cf. At 18,3), guadagnandosi da solo il pane (cf. At 20,34), pur potendo godere del dirit­to di farsi mantenere dalla comunità (cf. 1 Cor 9,6-14; Gal 6,6; 2 Tes 3,9). Da qui derivano le sue istruzioni sul lavoro, che hanno carattere di esortazione e di comando: “A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di gua­dagnarsi il pane lavorando con tranquil­lità” (2 Tes 3,12). Per l’Apostolo il lavoro è un’occasione di testimonianza cristiana (cf. 1 Tes 4,10-12) e un modo di vivere il comandamento dell’amore per il prossimo (cf. Ef 4,28).

Accogliendo nella sua totalità il mes­saggio biblico, possiamo concludere che il lavoro in origine era buono, ma è diven­tato ambiguo e causa di violenza dopo il peccato. Finalmente Cristo ci ha indicato con la sua vita e la sua parola che il lavoro è fonte di redenzione: “L’uomo che sop­porta la stanchezza e la pena del lavoro in unione con Gesù, coopera in un certo senso con il Figlio di Dio alla sua opera redentrice e testimonia che è discepolo del Cristo portando la croce ogni giorno, nell’attività che è chiamato a compiere. In questa prospettiva, il lavoro può essere considerato come un mezzo di santifica­zione ed un’animazione delle realtà terrene nello Spirito del Cristo.

Così concepito, il lavoro è un’espres­sione dell’umanità piena dell’uomo, nella sua condizione storica e nel suo orienta­mento escatologico: la sua azione libera e responsabile ne rivela la relazione intima con il Creatore ed il potenziale creativo, mentre ogni giorno combatte contro la deformazione del peccato, in particolare guadagnando il suo pane con il sudore della fronte” (Compendio della dottrina sociale della Chiesa § 263).

 

di Michele Giannone

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