L’avidità del denaro Radice di tutti i mali

Per esprimere l’assoluta inconciliabili­tà tra la santità di Dio ed il peccato, gli autori sacri applicano a Dio il sen­timento umano dell’ira. Gli stessi ter­mini e le stesse espressioni usati per l’ira umana sono utilizzati anche per Dio. Anzi ricorrono pure vocaboli rari ed immagini particolarmente fantasiose.

È sufficiente qui citare un testo del profeta Isaia in cui sono tutti concentra­ti: “ardente è la sua ira e gravoso il suo divampare; le sue labbra traboccano sde­gno, la sua lingua è come un fuoco divo­rante. Il suo soffio è come un torrente che straripa, che giunge fino al collo. [...] Il Signore farà udire la sua voce maestosa e mostrerà come colpisce il suo braccio con ira ardente, in mezzo a un fuoco di­vorante, tra nembi, tempesta e grandine furiosa. [...] Il Tofet, infatti, è preparato da tempo: esso è pronto anche per il re. Profondo e largo è il rogo, fuoco e legna abbondano. Lo accenderà, come torrente di zolfo, il soffio del Signore” (Is 30, 27-33). Motivi dell’ira di Dio sono l’idolatria (cf. Dt 6,15; 11,16-17), la disobbedienza del popolo (cf. Nm 11,33) ed i compor­tamenti ingiusti verso il prossimo (cf. Es 22,22-23). Tra i comportamenti nocivi nei confronti degli altri, nonché dell’integrità personale, si può annoverare anche la cor­ruzione, ovvero l’appropriazione indebita e l’abuso di potere a fini egoistici.

L’avvertimento contro la corruzione attraversa tutto l’Antico Testamento. La legge del Signore condanna chiaramente questa piaga sociale. Nel libro dell’Esodo si legge: “Non accetterai doni, perché il dono acceca chi ha gli occhi aperti e per­verte anche le parole dei giusti” (Es 23,6), mentre nel libro del Deuteronomio vie­ne maledetto “chi accetta un regalo per condannare a morte un innocente” (Dt 27,25). Anche i profeti disapprovano la corruzione.

Il profeta Isaia a nome di Dio inveisce contro la città di Gerusalemme i cui capi sono “sono ribelli e complici di ladri. Tut­ti sono bramosi di regali e ricercano man­ce. Non rendono giustizia all’orfano e la causa della vedova fino a loro non giun­ge” (Is 1,23). Sulla stessa linea, il profe­ta Amos rimprovera gli israeliti “perché hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali” (Am 2,6).

E ancora il profeta Michea emette il giudizio contro Gerusalemme perchè “i suoi capi giudicano in vista dei regali, i suoi sacerdoti insegnano per lucro, i suoi profeti danno oracoli per denaro” (Mi 3,11).

Infine i sapienti constatano che “l’ini­quo accetta regali sotto banco per deviare il corso della giustizia” (Pr 17,23) e che l’i­dolatria produce “sangue e omicidio, fur­to e inganno, corruzione, slealtà, tumulto, spergiuro” (Sap 14,25).

Al contrario, la Bibbia esalta l’onestà e la rettitudine. Nella storia di Israele si re­gistra sin dalle origini la ricerca di “uomi­ni validi che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità” (Es 18,21).

Samuele, nel suo memorabile discorso di addio al popolo, ricorda la sua integri­tà: “A chi ho portato via il bue? A chi ho portato via l’asino? Chi ho trattato con prepotenza? A chi ho fatto offesa? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli oc­chi a suo riguardo? Sono qui a restituire!” (1 Sam 12,3).

I profeti richiamano l’importanza del culto interiore più che di quello esteriore. Così ad esempio Isaia, il quale alla do­manda dei peccatori che chiedono come sia possibile vivere nella città del Signore e quindi vicino alle fiamme perenni ri­sponde: “Colui che cammina nella giusti­zia e parla con lealtà, che rifiuta un guada­gno frutto di oppressione, scuote le mani per non prendere doni di corruzione, si tura le orecchie per non ascoltare propo­ste sanguinarie e chiude gli occhi per non essere attratto dal male: costui abiterà in alto, fortezze sulle rocce saranno il suo ri­fugio, gli sarà dato il pane, avrà l’acqua assicurata” (Is 33,15-16).

Ispirandosi a questo monito profetico, il salmista indica nell’integrità la condi­zione di accesso al tempio: “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul­la tua santa montagna? Colui che cammi­na senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge ca­lunnie con la sua lingua, non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il mal­vagio, ma onora chi teme il Signore. An­che se ha giurato a proprio danno, man­tiene la parola; non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’inno­cente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre” (Sal 15; cf. Sal 24; 26; 50; 95).

Anche nel Nuovo Testamento ritorna il richiamo alla giustizia contro ogni cu­pidigia. In particolare Gesù nel vangelo mette in guardia dagli scribi “che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere sa­luti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere” (Mc 12,38-40; cf. Lc 20,47).

L’apostolo Paolo da parte sua consi­glia di accontentarsi di quello che si ha e avverte che “l’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1 Tm 6,10).

I cristiani sono perciò chiamati ad un atteggiamento di vigilanza e di impegno per non lasciarsi sedurre dalla brama del possesso e a sentirsi responsabili delle loro azioni nei confronti della società e nei confronti di Dio.

 

di Michele Giannone

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